Tornare a vedere

XXX domenica del tempo ordinario

24 ottobre 2021

 

  • Prima lettura: Ger 31, 7-9
  • Salmo: 125
  • Seconda lettura: Eb 5, 1-6
  • Vangelo: Mc 10, 46-52

 

Quando leggiamo un vangelo come quello di oggi c’è il pericolo di dire: “Io non sono cieco. Sì, magari un po’ miope, presbite, ma tutto sommato, magari con gli occhiali, ci vedo bene”. Quindi uno pensa che questo vangelo non lo riguardi. Ma quando leggiamo i vangeli dobbiamo sempre tener presente cosa sono. Gli evangelisti, infatti, non intendono trasmetterci dei fatti ma delle verità. La loro non è una cronaca ma una teologia, quindi ciò che raccontano non riguarda la storia ma la fede. Ecco perché i vangeli sono sempre attuali per la nostra vita.

Il fatto dice: “Io non sono cieco, cioè, ci vedo”, per cui questo vangelo non ha niente da dirmi. La verità si pone su di un altro piano: “Non è che, per caso, tu pur avendo gli occhi fisici e vedendoci bene, sei cieco nell’anima, nel cuore, nella mente?”.

Se si volesse ricostruire il fatto storico, così com’è avvenuto, questo è pressoché impossibile. Ad esempio, nell’episodio di oggi Gesù guarisce un cieco, ma nello stesso episodio in Mt 20,29-34 i ciechi sono due. Ma allora erano uno o due? Chi ha ragione, Mt o Mc? In realtà noi non lo possiamo sapere, ma la verità che ci trasmettono sia Mc che Mt è identica.

10,46E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.

  • GERICO=è l’ultima città prima di cominciare la salita a Gerusalemme dove Gesù sarà assassinato.

E’ strana la cosa. Arriva, non succede niente a Gerico e parte? Gerico era la città che gli ebrei dovettero conquistare per arrivare nella terra promessa. Allora, dire Gerico per un ebreo era dire “vittoria, successo, liberazione”. Adesso Gerico però è diventata una terra di oppressione. E come fa Mc per dire questo? Usa lo stesso verbo (ek-poreuomai) dell’esodo dall’Egitto.

Una donna è stata “salvata” dalla sua depressione da un gruppo di preghiera che veramente le ha permesso di ritornare a vivere con dignità. Ma adesso questo gruppo è diventato esigente ed esclusivo:     le chiede di esserci sempre e di frequentare solo il gruppo e nient’altro. Rimarrà sempre il grazie per questo gruppo che l’ha liberata dal suo male, ma adesso la sta opprimendo e se ne deve andare.

  • INSIEME AI SUOI DISCEPOLI E A MOLTA FOLLA= Questa gente lo accompagna ma non lo segue.

Accompagnare è:“Finché mi fa comodo ti faccio compagnia e ti accompagno, sono con te”. Seguire invece è: “Io starò con te qualunque cosa succeda, nella buona e cattiva sorte”.

  • IL FIGLIO DI TIMEO, BARTIMEO=Bartimeo non è il nome del figlio di Timeo (come a dire, il figlio di Timeo che si chiama Bartimeo) ma è “il figlio di Timeo” ripetuto in aramaico. Come se Mc dicesse: Michele, Michel, Michael: sì d’accordo, ma è sempre la stessa persona! Quindi per due volte Mc ripete “il figlio di Timeo”. Ma perché questa ripetizione inutile?

Gesù nella sinagoga di Nazaret aveva detto che nessun profeta è accetto in patria ma è disonorato, disprezzato (Mc 6,4: “Un profeta non è disprezzato (atimos=disprezzato; stessa parola di Timeo) che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”). Timeo (da timao) significa onore. Quindi Gesù è il Non-onore (a-timos) mentre quest’uomo è l’Onore (timos).

E perché ripete due volte “figlio di Timeo”? Perché come Mt nel cieco, Mc intende raffigurare i due discepoli Giacomo e Giovanni (vangelo di domenica scorsa) che, accecati dalla loro ambizione (“Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non sentite”, Mc 8,18) e dalla loro vanità, avevano chiesto a Gesù i posti più importanti. Quindi in questo cieco sono rappresentati i due discepoli del brano precedente.

  • FIGLIO=nella cultura ebraica non indica chi nasce dal Padre ma colui che gli assomiglia nel comportamento.

Allora: “Figlio di Timeo” è l’uomo onorato, colui che ambisce ad esser apprezzato dalla gente, mentre Gesù è disprezzato.

Ciò che conta è che Bartimeo è "figlio": non ha sviluppato un suo pensiero, una sua originalità, una sua strada. Lui pensa quello che gli altri pensano, fa quello che gli altri fanno, cerca di non essere troppo diverso dalla massa o diversificato perché lui teme il giudizio sociale (onore). Per questo è figlio: non è ancora cresciuto, è rimasto bambino, immaturo, dipendente.

“Mio padre ha sempre fatto così!”: e allora? Mica sei tuo padre tu! “Da noi si è sempre stati contro la chiesa (oppure “di chiesa”)”: e allora? “A casa nostra si è sempre fatto così”: e allora? “Da noi c’è la tradizione che le domeniche si mangia genitori e figli insieme”. Bello, ma cosa vuol dire? Che si deve sempre e per forza mangiare tutte le domeniche insieme?

Un uomo chiede ad un amico: “Pensi di votare per i repubblicani?”. E l’amico: “No, voterò per i democratici. Mio padre era democratico, mio nonno era democratico, il mio bisnonno era democratico”. E l’uomo dice: “Ma questa è una logica folle: se tuo padre fosse stato un ladro di cavalli, e tuo nonno lo stesso, e il tuo bisnonno pure, tu cosa faresti?”. “Ah”, rispose l’amico, “allora sarei democratico”.

Bartimeo può essere letto anche in altri due modi.

  1. Figlio dell’onore=potrebbe anche voler dire figlio illegittimo o figlio, al contrario, tanto aspettato (non avere figli=disonore, maledizione) e quindi un figlio da cui tutti si aspettavano molto.

Una coppia non riusciva ad avere figli. Dopo tanti anni, quando ormai la cosa sembrava “andata”, riesce ad averne uno. Quel figlio è tutto quello che hanno, è il loro “onore” e hanno aspettative troppo alte su di lui: deve andare bene a scuola, essere un ottimo sportivo, accontentarli e farli sentire dei bravi genitori, essere educato, ecc., ecc., ecc. Quel figlio, insomma, è la pagella dei genitori.

Ma tutte quelle aspettative lo potrebbero schiacciare e farlo diventare “cieco” a ciò che lui è veramente. In lui i suoi genitori vedono quello che loro vorrebbero che il loro figlio fosse e non vedono quello che lui in realtà è.

Ad una ragazza, figlia unica, all’età di 8 anni muore la mamma e rimane sola con il padre. Nella nuova situazione tutti si aspettano molto da lei: che sia brava, che aiuti il papà, che faccia la donnina di casa, che si arrangi con i compiti, che non disturbi, ecc. Capibile, ma in un attimo lei diviene         cieca a sé (giocare, divertirsi, ecc.: fare la bimba di 8 anni!) per esser ciò che gli altri vogliono.

  1. Ma Bartimeo vuol dire anche figlio della paura (bar-timeo; bar=figlio; timeo=aver paura, temere). Se la paura è tua madre, è cioè colei che c’è in tutto quello che fai, allora tu hai paura di tutto.

Se lasci spazio alla paura nella tua vita allora è davvero la fine.

Se hai paura di essere rifiutato dal gruppo allora t’isoli o li rifiuti tu per primo.

Se hai paura di essere deluso o di sbagliare o di non riuscire allora non intraprendi mai nulla.

Se hai paura di non piacere allora cerchi di piacere a tutti, ma diventi qualcosa che non sei tu.

Se hai paura di dire di no allora ti fai sfruttare dagli altri e così pensi che gli altri sono qui per fregarti.

Se hai paura di addolorare qualcuno allora ingoi tutto e poi dici che nessuno pensa a te.

Se hai paura di essere in debito allora non vuoi ricevere niente.

Se hai paura di disturbare allora ti arrangi da solo e poi dici che non c’è mai nessuno quando hai bisogno tu.

Se hai paura di essere criticato allora non osi, non fai ciò che desideri, e poi dici che sei bloccato.

Se hai paura di esser abbandonato allora soffochi chi ama e poi ti arrabbi se quello se ne va.

Se hai paura di cambiare e di evolvere allora rimani sempre lo stesso e poi dici che sei insoddisfatto.

E’ meravigliosa la storia del topo che aveva una paura “fottuta” dei gatti. Allora un mago ebbe compassione di lui e lo trasformò in gatto. Però, quando fu gatto, cominciò ad aver paura dei cani. Il mago, impietositosi una seconda volta, lo trasformò in cane. Ma, fatto cane, cominciò ad aver paura delle pantere. Quando fu pantera ebbe una terribile paura degli elefanti. E quando fu elefante dei topi. Allora il mago gli disse: “Non c’è niente che io possa fare per aiutarti perché tu continui sempre ad avere il cuore di topo!”.

Questo uomo è un figlio della paura, dell’onore, di ciò che gli altri diranno.

Oggi noi potremmo dire che questo uomo è terrorizzato dal giudizio sociale, dall’essere criticato, dall’essere disapprovato, dal: “Chissà cosa dirà la gente… i miei genitori… i miei amici… la chiesa… ecc.”.

“Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa piacere cosi come sei! Quindi vivi, fai quello che ti dice il cuore, la vita è come un opera di teatro, che non ha prove iniziali: canta, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita prima che l’opera finisca senza applausi…” (Charlie Chaplin).

Il giudizio degli altri ha una componente naturale: da bambini non potevamo stare senza l’approvazione dei genitori. Così abbiamo cercato di soddisfare le loro attese e pretese per ricevere l’amore e per non essere rifiutati o emarginati da loro.

Ma se questo schema: “Faccio quello che tu vuoi per essere amato” continua anche in età adulta, allora siamo senza autonomia, senza personalità, in balia degli altri e del loro potere.

La paura di non essere accettati ci porta ad aderire a “condizioni” che il gruppo impone: ma facendo così ci allontaniamo sempre più da noi per essere “quello che tu vuoi che io sia”.

Ma è un circolo vizioso, un “cane che si morde la coda”:

-più cerchiamo il giudizio altrui più siamo mascherati (mi mostro solo per ciò che tu vuoi);

-più siamo mascherati e più ci sentiamo soli (non sono io ma ciò che tu vuoi);

-più ci sentiamo soli e più ci sentiamo insignificanti (non ha valore quello che sono io, ma solo ciò che tu vuoi)

-e più ci sentiamo insignificanti più abbiamo paura e bisogno del giudizio altrui (per essere confermato nel mio valore).

E il circolo ricomincia. Ma il prezzo da pagare è enorme: “Più io seguo il giudizio degli altri e più mi perdo, fino a non sapere più chi sono io”.

“Niente e nessuno può farti sentire inferiore, a meno che tu non glielo consenta” (E. Roosevelt).

  • CHE ERA CIECO=nei vangeli la cecità non è tanto un’infermità fisica ma un atteggiamento della persona.

Uno è cieco o perché non può vedere o perché non vuole vedere, in ogni caso perché indottrinato dall’ideologia religiosa. Questo uomo è accecato dall’ideologia. Quindi questo uomo è cieco perché rimane nella vecchia tradizione religiosa che vede Gesù come il Messia che deve venire (ecco la cecità) e non vede, invece, Gesù come realmente è (Figlio di Dio).

Se questo uomo fosse sordo, allora il suo problema potrebbe essere di non aver ancora sentito la meraviglia, la libertà, la vibrazione, del messaggio di Gesù.

Se fosse zoppo, allora il suo problema potrebbe voler dire che non riesce a seguire del tutto questo messaggio perché magari gli chiede un cambiamento troppo radicale o forte.

Se fosse paralitico, allora il suo problema sarebbe che è così bloccato nella paura e nel terrore di agire, di muoversi, di far qualcosa, che vanifica il messaggio di Gesù.

Se fosse “morto”, allora il suo problema sarebbe che è rassegnato, spento, che non crede più a niente e che non crede che il vangelo lo possa rianimare e dargli la voglia e il gusto del vivere.

Ma questo uomo è cieco. Quindi? Quindi vuol dire che non vede il suo problema, che non sa neppure quale sia.

E infatti, dopo, quando “ci vedrà”, saprà benissimo cosa chiedergli: “Che io riabbia la vista!” (Mc 10,51). Adesso non ci vede; adesso non sa in cosa è malato per cui non può sapere neppure cosa chiedere.

Non si può guarire da qualcosa che non si conosce.

E’ come se ti dicessi: “Prendimi quella cosa lì!”. Sì ma quella lì, quale?

Bisogna dare un nome (=far esistere) a ciò che si è/ha allora si può lavorare sulla cosa.

C’è una storia che dice che uno va dal dottore: “Dottore, non so cos’ho ma ho male dappertutto”. “Come dappertutto?”. “Sì, dottore, se mi tocco qui (e gli fa vedere con l’indice della mano dove ha male) ho male, se mi tocco qui ho male, se mi tocco qui ho male…” (e si tocca al piede, alla testa, al braccio). Allora il dottore è perplesso, poi ad un certo momento gli dice: “Mi faccia vedere l’indice della mano”. L’uomo gli fa vedere l’indice della mano e il dottore gli dice “Ha il dito rotto (non male dappertutto!)!”.

Le persone dicono: “Sto male”. “Ok, mi dispiace, ma male come, dove, quando? Cosa vuol dire male?”.

“Sono insoddisfatto; sono irrequieto”. “Ok mi dispiace, ma quando? In che situazioni? Quando non lo sei? Cosa te lo fa scatenare? Cosa te lo fa passare? Con chi?”.

Una coppia di genitori ha adottato un figlio. Loro vorrebbero che lui facesse l’università ma lui della scuola non ne vuole più sapere. “Ma potrebbe dare di più! E’ perché non si impegna! Con tutto quello che facciamo per lui!”. Tu vedi ciò che tu vuoi vedere perché lui non è così. Tu stai amando la tua idea proiettata in lui, ma non lui. Non vedi che per lui la scuola è un supplizio?

Vedere ciò che è e non ciò che vorremmo che gli altri fossero.

  • SEDEVA=seduto=fissato. Lui è certo di vederci, di essere così! Lui è fissato, seduto, sulle sue idee e non concepisce nient’altro di diverso. E’ certo si sapere! Peccato che sia cieco!

Quante volte noi siamo “fissati, seduti” nelle nostre credenze che scambiamo per vere.

Credenza: “Io non valgo”. Stai dicendo: io non valgo quindi posso vivere solo se mi appoggio. E’ vero?

Credenza: “Non posso vivere senza di lui”. Stai dicendo: “Lui è la mia felicità”. E’ vero?

Credenza: “Quello che si è perso non si può più avere”. Stai dicendo: “Io non ho avuto amore, quindi non ne avrò mai”. E’ vero? Sei sicuro?

Credenza: “La vita è sofferenza”. Che vuol dire? Che per te vivere sarà solo soffrire? E se non soffrirai, neppure crederai di vivere, per cui te l'andrai a cercare.

Credenza: “Il mondo non è più come quello di una volta (=adesso fa schifo!)”. Che vuol dire: “Il mondo fa schifo, io vivo in questo mondo quindi la mia vita farà schifo”. Ma è proprio vero? Sei sicuro?

  • MENDICANTE=è un uomo che vive di ciò che gli altri gli danno. Quest’uomo è “influenzabile”: non ha un suo pensiero, lui pensa quello che tutti pensano. Lui vive dei pensieri degli altri.
  • LUNGO LA STRADA=“lungo la strada” richiama la parabola del seminatore e il seme gettato lungo la strada che non arriva ad attecchire perché arriva il Satana (immagine del potere) e subito lo toglie.

Chi ha desiderio di supremazia, di superiorità rispetto agli altri, è refrattario al messaggio di Gesù: ascolta le sue parole ma queste non arrivano nel suo cuore. Come Giacomo e Giovanni che avevano ascoltato l’annuncio di Gesù della sua morte e poi gli vanno a chiedere i posti d’onore e più importanti. “Ma ci sei o ci fai?”.

47Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».

  • GESU’ NAZARENO=Nazaret si trovava in Galilea: era una terra di ribelli e rivoltosi, di rifugiati politici. Si era distaccata dalla Giudea, da Gerusalemme e dal Messia Davidico. L’uomo sente che Gesù è “da Nazaret”, ma lui lo vede (cecità) come il Messia Davidico della Giudea.
  • GRIDARE=chi è che grida in Mc? Mc 1,23: il posseduto della sinagoga grida oppure grida, notte e giorno, l’indemoniato di Gerasa (Mc 5,5). Allora in Mc grida chi è posseduto da un demonio.
  • FIGLIO DI DAVIDE=ecco il nome di questo demonio del cieco. Perciò, quest’uomo è cieco: perché per lui Gesù è il Figlio di Davide.

Che cosa aveva fatto Davide? Con la forza, la violenza e bagni di sangue, aveva riunito le dodici tribù di Israele. Da allora Davide era l’emblema del potere, della forza, della gloria del regno di Israele, che dopo alcuni anni si disgregò. Con Davide si era raggiunto – sì, ma a che prezzo! – la massima magnificenza di Israele, per cui si sperava sempre di poter rivivere quella gloria.

Israele aveva voluto la monarchia e il re (Davide). Tutti i profeti erano contrari, ma il popolo lo volle lo stesso. I profeti volevano che fosse Dio stesso a regnare (il regno di Dio) ma il popolo volle, invece, un vero re.

Il profeta Samuele aveva detto al suo popolo: “Ma guardate che il re prenderà i vostri figli per la guerra e li farà morire in battaglie; prenderà le vostre figlie e diverranno “madame” di corte e sue donne;     prenderà i vostri terreni e i vostri prodotti migliori; prenderà i vostri schiavi (i lavoratori del tempo), vi metterà tasse, ecc., e voi griderete a causa del re che voi avete voluto eleggere” (1 Sam 8,11-18). Vi farà fare le cose peggiori che voi potete immaginare e pensare.

“Volete ancora un re, nonostante questo?”. “Sì” (1 Sam 8,19).

Al ché anche Dio s’arrende e dice a Samuele: “E dagli sto re!” (1 Sam 8,22). “Se ne pentiranno!”. E così fu, perché fu un’esperienza disastrosa. Ma Dio rispetta sempre la libertà degli uomini, anche quando è contraria alla sua volontà, e concesse la monarchia e il “suo re” ad Israele. Fu l’inizio della tragedia di questo popolo.

Il primo re fu appunto Davide. Ma Davide era un uomo spietato e frivolo. E se voleva qualcosa, con le buone o con le cattive se la prendeva. Vedeva una bella come Betsabea? Nessun problema. Faceva uccidere suo marito per averla.

Ci furono dei re uno peggio dell’altro: la scissione, la divisione, l’occupazione e la deportazione. E nonostante tutto questo ancora chiedevano un re, come Davide!

Quando il giorno delle Palme cantiamo: “Osanna al figlio di Davide”, beh non diciamo una gran bella cosa, certamente qualcosa che Gesù non voleva! Gesù di certo non era come Davide!

Quando Gesù entra a Gerusalemme (vangelo delle Palme) che cosa grida (=sono i demoni che gridano!) la gente: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!” (Mc 11,9-10). Fino a qui la gente, credeva ancora a questo: e, infatti gli stendono mantelli e fronde, cosa che si faceva con l’entrata dei re.

E quelli che lo hanno osannato, quando hanno capito che Lui non era quello che pensavano, cosa fanno?

  1. “Tutti abbandonandolo, fuggirono” (Mc 14,50);
  2. E quando Pilato tenta di far rilasciare Gesù, delusi nelle loro aspettative, cosa gridano (=demonio) gli stessi che lo avevano osannato qualche giorno prima? “Crocifiggilo!” (Mc 15,13-14).

Nel brano precedente di domenica scorsa, a Giacomo e Giovanni poco interessa che Gesù sia il Figlio di Dio che porta la verità e la luce: loro gli chiedono posti d’onore e di prestigio, carriera, ambizione e successo perché vedono in Gesù il nuovo Davide o il nuovo Messia. Ed è per questo che sono ciechi.

Gesù non fu il Figlio di Davide perché il re Davide toglieva la vita ai suoi nemici mentre Gesù sarà colui che a tutti darà la vita.

  • FIGLIO=colui che assomiglia al Padre, che fa come il padre o come l’uomo a cui assomiglia. Questa è l’attesa del popolo e dei discepoli: loro non seguono il Figlio di Dio ma il Figlio di Davide.
  • ABBI PIETA’ DI ME=il cieco non gli chiede di essere guarito ma di aver pietà di lui: è diverso. Il cieco ragiona secondo il Dio Messianico di Davide e dell’A.T.. Il Dio Messianico dell’A.T. era un Dio che puniva e giudicava. Ecco come ragionava un Dio così: “Tu hai peccato (malattia=peccato), tu sei cieco perché hai fatto qualcosa di male e non avrai parte alla resurrezione”. Allora il pio fedele, come il cieco, gli dice: “Sì, è vero. Se sono così (cieco) è perché ho peccato. Ma fammi la grazia, abbi pietà di me e nella tua infinita grazia concedimi la resurrezione”.

Quindi quest’uomo non ha ancora conosciuto il Dio d’amore di Gesù ma è ancora fissato, seduto, sul vecchio Dio che castiga e punisce.

48Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».

  • MOLTI LO RIMPROVERAVANO=sono coloro che collaborano con Gesù.
  • MA EGLI GRIDAVA ANCORA PIU’ FORTE=“Figlio di Davide”, ecco la sua cecità ripetuta. Per lui Gesù non è il Figlio di Dio ma il Figlio di Davide. Tra l’altro questa volta neppure dice “Gesù” (Figlio di Davide, abbi pietà di me): è totalmente cieco.

49Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!».

  • GESU’ SI FERMO’=Gesù si ferma ma non si avvicina al cieco. Gesù non si avvicina perché questo cieco è lontano da Gesù. Dev’essere il cieco ad avvicinarsi a Gesù e per tre volte appare il verbo chiamare=foneo (“1. Chiamatelo; 2. Chiamarono; 3. Ti chiama”). Anche questo cieco, come Giacomo e Giovanni, è lontano da Gesù.

Qui però inizia la conversione del cieco raffigurata dalle azioni che seguono.

  1. Coraggio=tharseo=aver coraggio, aver fiducia. L’uomo deve tirare fuori la forza che ha dentro ma che non sa o non crede di avere.
  2. Alzati=egheire=risorgi, vieni su. Indica il passaggio dall’essere mendicante, dal subire, al prendere in mano la propria vita.
  3. Gettato via il mantello=sono disposto a cambiare ciò che sono, la mia personalità.
  4. Venne da Gesù=Gesù è la verità e quest’uomo è pronto, disponibile ad incontrare la sua verità.
  5. Che io riabbia la vista=sa cosa chiedere, conosce la sua malattia, patologia, e lavora lì.

50Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.

  • GETTATO VIA IL SUO MANTELLO=il mantello indica la persona.

A quel tempo i vestiti definivano la persona. Da come uno era vestito tu capivi la sua condizione.

Quando il re, ad esempio, voleva dare un regalo importante ad un suo ministro, gli dava un vestito di porpora. Vestire di porpora voleva dire essere importanti. Il vestito era la persona.

Allora: gettando via il mantello, il cieco getta via ciò che era prima. Qui avviene la rottura, e infatti “balza in piedi” come uno che ci vede, e come uno che ci vede “va da Gesù” (Mc 10,50).

Adesso inizia a vedersi diversamente e ciò che prima gli andava bene (mantello) adesso non gli va più bene.

  • VENNE DA GESU’=non è Gesù che va da Lui (teologicamente non può essere: dev’essere l’uomo che va e che si converte a Gesù), ma il cieco che deve andare verso Gesù e accettarlo per come Gesù è e non per come lui ha in testa o vorrebbe che Gesù fosse.

51Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!».

  • CHE COSA VUOI CHE IO FACCIA PER TE?=ma dove ritroviamo esattamente questa domanda? Nell’episodio precedente quando Gesù chiede a Giacomo e Giovanni: “Che cosa volete che io faccia per voi?” (Mc 10,36). E’ chiaro che in questo cieco sono simboleggiati i due apostoli, Giacomo e Giovanni.
  • RABBUNI’=ma perché qui lo chiama “rabbunì” quando finora e più volte lo aveva chiamato “Figlio di Davide”?

L’uomo di adesso non è più l’uomo di prima: il cieco non lo chiama più “Figlio di Davide” ma si rivolge a Gesù con un termine rispettoso con il quale si rivolgeva a Dio.

Rabbunì, infatti, non è la stessa cosa di rabbì. Rabbì, maestro, veniva adoperato per le persone, mentre Rabbunì, invece, era un termine per designare solamente Dio. Ecco cosa accade, quindi: il cieco comincia a capire che Gesù non è tanto il Figlio di Davide ma un uomo che viene da Dio.

  • CHE IO RIABBIA LA VISTA=adesso che ci vede non gli chiede più: “Figlio di Davide abbi pietà di me!” (Mc 10,47-48), che voleva dire: “Tu puoi tutto perché sei potente, abbi pietà di me” cioè ”fai tu”) ma: “Che io riabbia la vista” (Mc 10,51).

Il cieco adesso sa bene cosa vuole (prima solo si lamentava): “Che io riabbia la vista” (Mc 10,51).

Qual è il miracolo di questo uomo? Di accettare che Gesù non è come quello che gli hanno insegnato al catechismo, come quello che Lui credeva (Messia davidico), che non è quello che suo padre e sua madre gli hanno trasmesso. E’ stata una conversione: 1. Ha dovuto incontrarlo di persona. 2. Ha dovuto perdere le sue certezze (credenze). 3. Ha dovuto accettare di essere cieco, inconsapevole. 4. Ha dovuto accettare che toccava a Lui cambiare.

  • DI NUOVO=quindi non era nato cieco! Questo vuol dire che all’inizio vedeva bene chi era Gesù ma poi l’ideologia l’ha accecato.

52E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Osserviamo: Gesù non compie nessun gesto nei confronti del cieco.

  • VA LA TUA FEDE=riconoscere in Gesù il Figlio di Dio è ciò che ci salva. Quindi cos’è la fede qui? E’ il credere che poteva essere un uomo diverso.

Chiesero a Lowen, psicoterapeuta, fondatore della Bioenergia, qual’era la cosa più importante nella guarigione dei suoi pazienti e lui rispose: “La fede! Se loro ci credono tutto è possibile”.

Ma credere non è: “Ci spero… Speriamo!... Chissà…! Ci provo!”. Fede è: “Ne sono certo e proprio per questo io farò tutto ciò che c’è da fare”.

  • E SUBITO VIDE DI NUOVO=è tornato a vedere.
  • LO SEGUIVA LUNGO LA STRADA=lett. “lo seguiva nella strada”: quale strada? Quella che porta a Gerusalemme, che non è più una strada di gloria (Figlio di Davide) ma di passione (Figlio di Dio).

 

 

Pensiero della settimana

 “Qualsiasi via è solo una via, e non c’è nessun affronto,

a se stessi o agli altri, nell’abbandonarla,

se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare…

Esamina ogni via con accuratezza e ponderazione.

Prova tutte le volte che ritieni necessario.

Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda: “Questa via ha un cuore?”.

 Se lo ha, la via è buona.

Se non lo ha, non serve a niente.

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