Non sei tu il problema, ma dove sei tu

XV domenica del tempo ordinario

12 luglio 2020

 

  • Prima lettura: Is 55, 10-11
  • Salmo: 64
  • Seconda lettura: Rm 8, 18-23
  • Vangelo: Mt 13, 1-9

 

Nel capitolo 13 Matteo racconta tutta una serie di parabole. C’è quella di oggi (13,1-23), quella della zizzania (13, 24-30), quelle del granello di senapa e del lievito (13,31-33), quelle del tesoro, della perla e della rete (13,44-50).

Sono quasi tutte parabole di crescita. C’è qualcosa che, se te ne prendi cura, può crescere e piano piano, giorno dopo giorno, diventare ciò che deve diventare.

Questa di oggi è la parabola decisiva del vangelo. Se uno capisce questa, le capisce tutte. Non tanto perché sia difficile da capire: è facilissima da capire! Ma perché se uno vive questa allora le vive tutte, in quanto questa parabola indica la condizione per comprendere le altre parabole e lo stesso messaggio del vangelo.

13,1Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare.

QUEL GIORNO=ma quale giorno è? Andiamo a vedere alla fine del capitolo 12. Alla fine del capitolo 12 c’è Gesù che parla alla folla e arriva Maria, sua madre e i suoi fratelli che vogliono parlargli, vogliono cioè la sua considerazione. Ma cosa risponde Gesù?: “Chi è la mia vera madre e i miei veri fratelli?”. “Non loro, ma quelli che fanno per davvero la volontà di Dio!, quelli cioè che vivono come me!”.

E’ un no secco; anche Maria e anche i suoi fratelli non lo capiscono, lo giudicano, lo rifiutano e non accettano le sue parole e il suo messaggio.

E per Gesù gli unici “fratelli” sono quelli che vivono come Lui. Ebbene, in quel giorno in cui succede questo, Gesù spiega con questa parabola perché rifiuta i suoi familiari: non sono certamente un seme che produce! Anche loro (per lo meno in questo tempo) sono seme che cade nei sassi o nelle spine o nella strada.

IN RIVA AL MARE=cos’è il mare per gli Ebrei? E’ il cammino verso la libertà! Il mare (chiave di lettura) per gli Ebrei è il Mar Rosso, cioè, il passaggio dalla schiavitù alla libertà. Allora di che cosa si parlerà qui? Di rimanere schiavi o di tornare ad essere liberi. Gesù vuole portarti fuori dalla schiavitù: sarai disponibile ad andare con Lui?

Ma stare in riva al mare e sedersi cosa vuol dire? Indica pure quell’atteggiamento di avere tempo, calma e pace nel cuore e nell’anima come in riva al mare, dove le onde arrivano lente e calme. Rispecchia, cioè, il nostro cuore: se ci sono tempeste in corso non si può ascoltare la voce di Dio.

Se non c’è il Niente dentro (=silenzio) non si può ascoltare la voce del Tutto (=Dio).

Bisogna distaccarsi dalla moltitudine di pensieri, di preoccupazioni, dal frullatore che è la mente e concentrarsi su quelle parole che abbiamo davanti, centrarsi solo lì e ascoltare cosa ci risuonano. E infine ci dobbiamo entrare con il cuore, con la vita… e ci dirà molto di più di quanto pensiamo.

2Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.

SI RADUNO’ ATTORNO A LUI TANTA FOLLA=perché si raduna tanta gente attorno a Lui? Perché vedono e sentono in Gesù un modo di vivere a loro sconosciuto, sentono una pienezza di vita a cui non possono credere, percepiscono una possibilità neppure mai pensata o immaginata.

La gente vorrebbe essere libera. La gente vorrebbe essere felice. La gente vorrebbe amare. La gente vorrebbe accogliere Gesù, perché uno che ti fa amare, che ti dà vitalità, che ti porta la Luce, come si può rifiutare? La gente infatti non rifiuta Gesù: rifiuta le conseguenze di seguire Gesù.

EGLI SALÌ SU UNA BARCA =perché Gesù sale su una barca? Non poteva stare sulla terraferma? Tanto lo sentivano lo stesso, e forse, anche meglio! Cosa sta dicendo con questo gesto Gesù? Volete seguirmi? Volete la vita vera, la felicità, la pienezza? Salite sulla barca, lasciate il porto, mollate gli ormeggi… e prendete il largo! Se volete la libertà (perché di questo si parla) lasciate la vostra sicurezza (=la terra ferma). Ma sei disposto a lasciare le tue sicurezze?

TUTTA LA FOLLA STAVA SULLA SPIAGGIA =ecco la resistenza della folla: vorrebbe, ma… Lui è l’unico che sale sulla barca: la folla è interessata, è desiderosa, attratta, affascinata, ma non è ancora pronta a lasciare la propria sicurezza, le proprie certezze, le proprie idee per Lui.

E li possiamo capire: quello che Gesù dice è in totale contrapposizione con tutto quello che da sempre avevano sentito. Come ci si può fidare? Sì, è meraviglioso, ma possiamo proprio essere sicuri?

3Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare.

EGLI PARLÒ LORO DI MOLTE COSE CON PARABOLE =se la gente fosse salita sulla barca, sul mare, con Lui, Gesù non avrebbe parlato in parabole perché sarebbe stata pronta. Ma la gente, di fronte alla scelta di lasciare tutte le sicurezze, tentenna. Bello, ma…!

Per questo parla in parabole: le parabole sono il linguaggio del cuore (nascondono cioè una verità emotiva, infuocata che vuole divampare). Solamente se il cuore si infiamma, si accende, si può lasciare tutto per lui. La parabola è una storiellina stupida se la prendi superficialmente, se non vuoi coinvolgerti. Profondissima se ci entri con il cuore. La parabola ti parla a seconda della tua apertura di cuore. Se non la capisci è perché il tuo cuore è chiuso e ottuso. La parabola è per chi vuol (può) capire: “Chi ha orecchi intenda”. C’è tanta luce per chi vuol vedere e tanto buio per chi non vuol vedere.

ECCO=idou=sorpresa! Quindi quello che verrà detto, lo sappiamo già, sarà sorprendente.

IL SEMINATORE USCÌ A SEMINARE=il seme cade in tutti gli uomini. Il seme è lo stesso: sono le risposte ad essere diverse. Non è il seme che causa la diversità ma le risposte degli uomini.

4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono.

UNA PARTE CADDE LUNGO LA STRADA=qui il seminatore sembra stupido: ma perché semina lungo la strada? Lo sa anche lui che lì non nasce nulla!

Ma la strada non è la nostra strada. Dobbiamo capire come avveniva la semina in Palestina: il seme era prezioso e sicuramente non lo si buttava via! La semina avveniva così: prima si gettava il seme e poi si arava. La strada era quella che faceva il seminatore, un tratto di terra battuta, dove il seminatore passava per seminare. Poi anche quel pezzetto di strada sarebbe stato arato. Qual è il problema: che non fa in tempo ad arare la stradina che i suoi passi hanno fatto che arrivano gli uccelli e si mangiano il seme! Qui il seme, quindi, neppure viene accolto, neppure attecchisce sulla terra: viene rifiutato.

5Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, 6ma, quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò.

UN’ALTRA PARTE CADDE SUL TERRENO SASSOSO=qual è il problema dei sassi? Che quel seme non ha radici, non ha profondità.

QUANDO SPUNTÒ IL SOLE, FU BRUCIATA=la colpa non è del sole ma della pianta che non ha radici. Il sole avrebbe dovuto causargli la vita e, invece, – ma non è colpa sua – gli causa la morte. Quindi, qui il problema è interno, è della pianta stessa.

Sono quelli che accolgono con entusiasmo la cosa, ma poi non si trasforma in vita, non diventa la loro vita, interna, e quindi, muore tutto.

7Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono.

UN’ALTRA PARTE CADDE SUI ROVI =qui, invece, il problema è esterno, è dell’ambiente; la pianta cresce ma l’ambiente, l’esterno, è più forte e distrugge la vitalità della pianta. Qui il problema sono gli altri, la società, le conseguenze, la paura, che soffoca il buon seme.

8Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno.

UN’ALTRA PARTE CADDE SUL TERRENO BUONO E DIEDE FRUTTO: il cento…=in Israele si credeva e si sapeva che quando si seminava normalmente veniva fuori una spiga con tredici e quando andava bene con quindici altri chicchi. Quindi quello che succede qui, per quel tempo, è sbalorditivo.

Perché cento e non centoventi come ci saremmo aspettati? Perché il numero cento nella simbolica ebraica rappresenta la benedizione e quindi il seme diventa una benedizione.

9Chi ha orecchi, ascolti».

CHI HA ORECCHI, ASCOLTI =cioè cercate di capire bene cosa vi sto dicendo! Hanno capito? No, perché poi gli chiedono la spiegazione! Hanno capito le parole ma non il senso delle parole. Perché per capire queste parole ci serve “cuore”. Già nell’A.T. si diceva: “Fino ad oggi il Signore non vi ha dato una mente per comprendere, né occhi per vedere, né orecchi per udire” (Dt 29,3).

 

  1. Se io sono il SEME

Quante volte mettiamo in dubbio e ci diciamo: “Ma io ho qualità? Ma chi sono io? Ma io ho qualcosa di bello? Io valgo? Chi mi vuole? Ho qualcosa di “speciale”? Visto che tu sei un seme (tu sei figlio di Dio!), smettila di denigrarti e preoccupati, invece trova attorno e vicino a te, adesso, un terreno buono per poter essere ciò che sei, per poter essere quella persona meravigliosa che può nascere e fiorire con te.

Quindi, chiediti sempre: “Questo gruppo… quest’amicizia… questo amore… questa relazione… questa esperienza… questo ambiente… aiuta la mia crescita, mi aiuta o mi blocca ad essere ciò che sono? Mi permette di venire fuori? Mi permette di esprimermi? Mi permette di essere originale, unico?

Mi favorisce nel crescere?”. Se è no, lascia stare. Se è sì, continua e tientelo stretto!

Perché hai sentito il vangelo: il problema non è il seme ma dove il seme è stato piantato.

E se tu sei, cadi, frequenti un ambiente, ad esempio, “strada” sarai totalmente bloccato. Ma è ovvio!

Sei meraviglioso ma non lo diventerai se ti circonderai di persone-strada. Ma è ovvio!

Puoi essere una perla ma non lo diventerai se ti attorni di chi ti vuole diverso o non crede in te. Ma è ovvio!

Puoi essere un dono di Dio per il mondo ma non lo diventerai se non troverai chi lo crede per te. Ma è ovvio!

Smettila di chiederti chi sei. Sei una creatura luminosa: punto e basta!

Chiediti, invece, se l’ambiente dove sei permette a questa creatura luminosa di brillare.

E’ il terreno che conta, non il seme! Questa cosa oggi la si conosce anche in campo medico. Nell’800 Pasteur diceva: “I microbi sono all’origine di tutte le malattie”. Ma prima di morire lo stesso Pasteur riconobbe vera l’affermazione di Claude Bernard: “Il microbo non conta niente, è il terreno che conta”. Oggi sappiamo che è così: è il terreno che conta.

Vi siete mai chiesti perché alcuni prendono l’influenza e altri, pur venendo a contatto con lo stesso virus, no? Perché alcuni prendono certi virus o malattie e altri, pur venendo lo stesso a contatto, no? L’essere umano convive con circa mille miliardi di batteri nell’intestino e altri mille miliardi sulla pelle. Il nostro corpo è costituito di 1013 di cellule e di 1014 di germi. Cioè: ci sono più germi che batteri. Come mai allora siamo ancora vivi?

Non è tanto il batterio (il seme) che conta, ma dove si impianta (terreno). Alcuni terreni, come dire, innescano i batteri. Oggi non sappiamo ancora il perché ma un giorno forse lo capiremo.

Ma questo lo possiamo verificare ogni giorno. Le persone di fronte alla stessa situazione, alla stessa persona, al medesimo evento, reagiscono in modo diverso e differente. Per cui a volte più che l’evento, è la diversità delle persone a fare la differenza.

Un giorno alcuni amici stavano andando ad un matrimonio di una loro cara amica. L’auto si ruppe, era domenica pomeriggio, ed era lontani più di duecento chilometri da casa. Uno disse: “Pazienza, non ci possiamo fare niente!”. Un’altra ebbe una crisi isterica di pianto. Un altro ancora ruppe una bottiglia di vetro e si tagliò la mano. Un altro rise di fronte all’assurdità della situazione. La stessa medesima cosa ma reazioni così diverse.

Allora: non è tanto ciò che accade che ci fa tristi, depressi e vuoti (certo che ha la sua importanza, che discorsi!), ma è come noi interpretiamo, la funzione che noi diamo a ciò che ci accade. E’ il terreno, le persone, che fanno la differenza: ciò che per alcune è tragedia per altre è comicità.

Pensate a Gesù: le sue parole erano uguali per tutti, eppure mica tutti lo ascoltavano! Era il terreno, cioè il cuore delle persone che contava e non tanto le parole di Gesù. Gesù, infatti, dice questa parabola proprio per i discepoli e per chi era venuto ad ascoltarlo.

  • LA STRADA=quelli che neppure sono qui. Quelli che se ne infischiano del vangelo. Oppure quelli che manco lo sentono! Sono quelli che andranno a casa e non solo non si ricorderanno nulla, ma proprio non sono stati minimamente toccati.

Quando io andavo a messa e mia mamma mi chiedeva per vedere se c’ero andato: “Che vangelo c’era oggi?” (lei ci andava il sabato, io la domenica, quindi lei sapeva sempre che vangelo c’era), io non sapevo manco cosa rispondere. C’ero in chiesa; non so dove fossi, ma ero altrove.

  • I SASSI=quelli che sono qui e fuori dicono: “Che bello!”, solo che non vogliono cambiare. Questi sono quelli che fanno mille incontri, che sono entusiasti qui, oggi, ma quando poi tornano a casa è tutto come prima. Sono quelli che andranno a casa un po’ ricaricati e rigenerati, un po’ svuotati dai problemi e un po’ risollevati ma fra qualche giorno si sentiranno come prima di venirci: vuoti, tristi e con gli stessi errori.

E’ l’accusa che a volte viene fatta alle persone che vanno in chiesa: “Ma vai in chiesa da una vita e sei sempre uguale?”.

  • LE SPINE=quelli che sono qui e cambiano ma poi si ritrovano da soli (=esclusi dagli altri), in difficoltà (“Ma chi me lo fa fare!?”) e lasciano la presa. Sono quelli che sono toccati nel cuore e desiderosi di vivere ciò che hanno sentito ma la pressione, il giudizio degli altri è troppo forte: “Ma credi ancora a queste cose? Sì, sì, parlano tanto ma la vita è un’altra cosa”.
  • IL TERRENO BUONO=sono quelli che cambiano vita e lasciano la riva, il porto. “Le navi al porto sono al sicuro ma non per questo sono state costruite”.

Gesù si dice: “Molto di quello che dico andrà perduto. Non mi devo scoraggiare. Qualcosa attecchirà e io vedo che chi ci crede fa cose grandi, guarda i miei amici apostoli. Ma non devo pretendere che le mie parole raggiungano tutti o da tutti venga riconoscenza e ascolto. Devo accettare che molte delle mie parole cadranno al vento e questo non per colpa mia (seminatore); questo dipende da chi le ascolta (terreni). Quindi io faccio la mia parte e poi me ne sto tranquillo e in pace perché so che non tutto dipende da me”.

 

  1. E, quindi, se io sono il seminatore cosa succede?

Sono il seminatore, mi chiedo: “Come reagisco quando faccio tanto ma nulla sembra nascere?”.“Fai tanto, ti dai da fare e non succede niente?”

Madre Teresa: “Gli uomini sono irragionevoli, illogici ed egoisti, amali lo stesso.

Quando fai il bene, diranno che lo fai per motivi egoistici e per secondi fini, ma tu continua a farlo.

Quando hai successo, ti fai dei falsi amici e dei veri nemici, ma tu continua ad averlo.

La sincerità e la franchezza ti rendono vulnerabile, ma tu continua ad essere sincero e franco.

Quel che hai costruito in anni di lavoro può andare distrutto in una notte, ma tu continua a costruire.

Del tuo aiuto c’è realmente bisogno ma forse la gente ti attacca quando l’aiuti, tu però, aiutala ugualmente.

Da’ al mondo il meglio di te, e ti tratteranno a pesci in faccia, ma tu continua a dare il meglio di te”.

In ogni caso si sa che quando si fa, si ama, si dà con gratuità, molto andrà disperso. Se guardi a quello sei triste. Ma se guardi a quello che nasce, allora sarai molto felice e percepirai che il tuo seminare ha avuto un senso profondo.

 

  1. E se io fossi tutti e quattro i terreni?

Allora questa parabola mi aiuta ad affrontare e ad accettare anche i miei fallimenti. Molte persone quando guardano la loro vita la trovano un vero disastro e un fallimento. Ma se una parte di noi ha portato frutto allora la vita ha senso.

Un signore anziano si ritrova verso la fine della vita. Quando si gira e guarda indietro vede solo che fallimenti: fallito il matrimonio (divorzio), fallita l’educazione dei figli (uno è morto di overdose), fallito il carattere (è sempre quello di tanti anni fa). Un uomo così si può lasciar morire. Ma nonostante tutti “questi terreni infruttuosi” c’è qualcosa che va: lui si dà da fare per il centro anziani. Organizza incontri, gite, feste, “tiene su la compagnia” con le sue battute ed è un riferimento per tutti. Per lui tutto questo è molto importante. Perché, anche se molte zone della sua vita sono fallite, può trovare dentro di sé una parte buona, una parte feconda, una zona che gli ridia stima e dignità e che gli fa ancora gustare e vivere la sua vita.

Una nonna si trascinava nelle sue giornate. Aveva perso la voglia di vivere. “Che ci sto a fare? Non servo più a nessuno”. I figli erano grandi e neppure l’amavano tanto; inoltre non aveva coltivato interessi particolari nel corso della sua vita. Ma la nascita della nipote fu la sua salvezza. Sua figlia glielo portava tutte le mattine. Lei brontolava che era stanca e che non ce la faceva, ma in realtà le piaceva molto. Nonostante l’età e nonostante il rapporto con i figli rimanesse difficile aveva trovato uno spazio di fecondità… uno spazio dove poter dare qualcosa di sé e il meglio di sé… dove sentirsi utile e importante. Quella donna rinacque.

C’è una donna che in casa “è una iena”: insopportabile per i figli e per il marito. E’ nervosa, irascibile, isterica, inavvicinabile. Questa donna fa la catechista e lo fa benissimo. Lì è un’altra persona. E’ chiaro che è una donna divisa, scissa. Ma non toglietele il catechismo: è l’unica cosa – e lei lo sa – dove si sente brava, dove sente di poter dare qualcosa ai ragazzi, dove percepisce il suo valore, dove sente di poter essere utile. La sua vita è un disastro ma sa che in questa cosa è proprio brava. E’ la sua salvezza.

Questo vangelo, allora, è di grande speranza per tutti noi. Gesù mi accoglie e mi ama anche se non porto frutto in ogni sfera della mia vita. Gesù mi ama anche se in alcuni settori sono proprio arido. Proverò a migliorare, ad essere più accogliente, ma non sono più pressato dall’essere perfetto.

Se io posso avere una zona sana, una zona fruttifera, allora io posso guardarmi e non buttarmi via; posso vedere che la mia vita ha un senso, ha uno scopo al di là dei miei fallimenti, insuccessi e delle mie aridità. Non devo pretendere da me di essere fecondo in tutto e di non avere terreni aridi o falliti. Mi posso accettare anche con qualche fallimento purché ci sia qualche fecondità. Perché una piccola fecondità (un terreno su quattro), dice questo vangelo, è un enorme fecondità.

Madre Teresa racconta che una donna stava morendo. Lei la curava con amore ma la donna era piena di rancore con il mondo, con sé e con Dio. Era arrabbiata con i suoi figli che non la venivano trovare, ma era piena di rancore anche con sé perché li aveva abbandonati sulla strada. Si diceva: “Non ho combinato niente di buono nella mia vita”. Allora Madre Teresa le disse: “Inizi ora, perdoni i suoi figli, che non sono venuti a trovarla”. La donna la guardò, sorrise e disse alla Madre: “Non è mai troppo tardi, vero!?!”. “Mai!”, rispose madre Teresa. E la donna perdonò i suoi figli e morì in pace.

 

Pensiero della settimana

Continua a piantare i tuoi semi, perché non saprai mai quali cresceranno:

forse lo faranno tutti!

I commenti sono chiusi .