La gente non sa quanto bella sia… ma se qualcuno glielo dicesse…!

V domenica del tempo ordinario

Domenica 9 febbraio 2020

 

  • Prima lettura: Is 58, 7-10
  • Salmo: Sal 111
  • Seconda lettura: 1 Cor 2, 1-5
  • Vangelo: Mt 5, 13-16

 

Questo vangelo segue quello delle beatitudini, che abbiamo sentito domenica scorsa. Sono due vangeli collegati: essere sale e luce vuol dire vivere secondo le Beatitudini. Se si vive così, allora si è sale della terra e luce del mondo.

13 VOI SIETE IL SALE DELLA TERRA; MA SE IL SALE PERDE IL SAPORE, CON CHE COSA LO SI RENDERÀ SALATO? A NULL’ALTRO SERVE CHE AD ESSERE GETTATO VIA E CALPESTATO DALLA GENTE.

  • VOI SIETE =innanzitutto i due verbi “siete il sale, siete la luce”, non sono degli imperativi (“dovete essere”) ma degli indicativi: indicano cioè una condizione che è già in noi, che è già presente. Tu puoi vivere così, è nelle tue possibilità, è in tuo potere. Tu sei questo, vivi così.
  • IL SALE DELLA TERRA=vi è mai capitato di far la pasta e di dimenticarvi il sale? Si sente subito! Il sale non si vede, ma se manca lo senti subito. Il testo rafforza l’immagine affermando che il sale si trova nella terra. Si potrebbe pensare al concime e in questo caso il sale diventa “aiuto” per le piante. D’altra parte il sale veniva usato anche in negativo per la terra: quando Cartagine fu distrutta nel 146 a.C., sulle sue rovine si dice che fu sparso proprio del sale perché non risorgesse.

In ogni caso si capisce l’intento: è qualcosa di nascosto; è dentro ma non lo vedi. Gesù userà altre immagini così: ad esempio il lievito. C’è, fermenta, ma tu non lo vedi.

In questo senso allora “essere sale” vuol dire: “Le Beatitudini sono un modo di vivere e soprattutto un modo d’essere, che non si vede fuori (come il sale) ma che ti cambia la vita, che ti fa felice, che dà sapore, significato, bellezza, gioia a tutte le tue giornate”.

Ma cos’era a quel tempo il sale? Solamente così potremo scoprire il senso sulle labbra di Gesù di quest’affermazione. Qual è, quindi, il significato di questo sale? Da sempre nell’antichità il sale aveva il significato di quell’ingrediente, di quella cosa, di quella sostanza che conservava gli alimenti. Non c’erano i frigoriferi una volta: così gli alimenti si mettevano sotto sale e questo permetteva la loro conservazione.

Da questo fatto di conservare gli alimenti, il sale passò a rappresentare quello che rende vero e valido, “che conserva, garantisce” un’alleanza. Per esempio su di un documento, per affermare la sua validità, si spargeva sopra del sale.

Questo sale è diventato allora il segno della fedeltà tra Dio e il suo popolo. Il Levitico ad esempio: “Non lascerai mancare il sale (cioè la fedeltà) dell’Alleanza del tuo Dio” (Lv 2,13). Quindi il sale è quella cosa che rende valida e continua l’alleanza tra Dio e il suo popolo.

Gesù nelle beatitudini ha proclamato la nuova alleanza tra Dio e il suo popolo, ebbene quelli che la accolgono, i discepoli, devono essere con il loro atteggiamento, con la loro vita, i garanti di tutto questo. Allora: chi vive le beatitudini, una vita vissuta così, è garante, “sale”, segno di come si può vivere. Quando vivete così voi siete i continuatori certi, sicuri, affidabili, del mio messaggio (il regno).

  • MA SE IL SALE PERDE IL SAPORE CON CHE COSA LO SI RENDERÀ SALATO?=Mt usa un verbo (in greco moraino) che non si applica alle cose ma agli uomini. Infatti Mt scrive: “Se il sale impazzisse”. Ma come può il sale impazzire? Si rifà ad un termine pazzo che ritroviamo in Mt 7,26 dove si dice che c’è un “pazzo” (moros) che è andato a costruire la sua casa sulla sabbia: chiaramente quando arriva la fiumana, la casa viene travolta. E questo pazzo che costruisce sulla sabbia è “colui che ascolta le parole del Signore ma poi non le mette in pratica” (Mt 7,26).

Allora il sale che impazzisce indica l’atteggiamento di quelli che accolgono con entusiasmo il messaggio di Gesù ma poi non lo mettono in pratica. Quindi: “Se il sale impazzisce”, cioè: “Se non mettete in pratica queste mie parole”, null’altro riesce a renderlo salato. Cioè se tu non vivi secondo le beatitudini ma in un altro modo, non servi a nulla, sei un sale senza sapore: non servi a niente, sei inutile, non hai senso. L’unico sapore dei miei discepoli è vivere così. Vivere diversamente non serve. Lo fanno già molti altri!

  • A NULL’ALTRO SERVE CHE AD ESSERE GETTATO VIA=lett. “fuori” in Mt ha sempre un significato di lontananza da Dio.
  • Calpestato dalla gente=il verbo calpestare (katapateo) indica proprio un “essere triturato, pestato”. Cioè, “Se voi discepoli non siete fedeli a questa nuova alleanza, a queste beatitudini, meritate il disprezzo della gente. La gente che attende da voi un’alternativa a questa società, che attende una modalità diversa della vita, se poi vede che, voi che lo avete accolto, lo accogliete solamente a parole ma non con la vita, rimane delusa e si perde”. Se voi cioè vi dichiarate miei discepoli ma poi non vivete secondo lo spirito delle beatitudini, non servite proprio a nulla, a niente. Questo stile di vita può tranquillamente essere calpestato!

14 VOI SIETE LA LUCE DEL MONDO; NON PUÒ RESTARE NASCOSTA UNA CITTÀ CHE STA SOPRA UN MONTE,

Vi è mai capitato un black-out? Tolgono la luce e non si vede più niente? Allora si è davvero al buio!

Da adolescenti ci siamo persi nel bosco: quando è buio nel bosco, è buio pesto. E quando vedemmo lontana una piccola luce… ma quanto era bella la luce! La luce è quella cosa meravigliosa che ti permette di vedere ogni cosa, che fa esistere tutto ciò che esiste, che fa essere ciò che sembrava non essere, che fa vivere ciò che sembrava non vivere.

Ma a quel tempo c’era qualcuno che si considerava “luce del mondo”? Sì.

  • LUCE DEL MONDO=luce del mondo si considerava Gerusalemme, Israele. In Is 60, 1-3 si dice di Gerusalemme: “Alzati, vestiti di luce (Gerusalemme), perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere”.

Ma adesso la “luce del mondo” non è più Gerusalemme, un luogo, un tempio, qualcosa di statico ma di dinamico e vivo. E’ il gruppo di discepoli che Gesù manderà in tutto il mondo ad annunciare la buona notizia (Mt 28,20).

E chi è la luce adesso? La Luce è Gesù e tutti quelli che vivono come Lui: chi vive le Beatitudini.

Gv dice chiaramente questo nel Prologo: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1,4). Andiamo con calma: “In lui era la vita”: Gesù è la Vita. Gesù ti porta a vivere veramente, non a vegetare, non a sopravvivere, non a “tirare avanti”, non ad adattarsi, ma a vivere, ad esprimerti, a prendere questo unico treno che hai che è la tua vita. Sei vivo, vivi! “E la vita era la luce degli uomini”: ciò che ti permette di vedere è la vita. Se tu dentro sei morto, cioè non hai la vita, non vedi niente! Se dentro sei morto, vedere chi è felice ti darà fastidio. Se dentro sei morto, vedere che tu puoi cambiare ti sembrerà impossibile. Se tu dentro sei morto, vedere che dio ama anche i farabutti ti scandalizzerà. Se tu dentro sei morto, vedere la libertà che puoi vivere ti sembrerà per altri ma non per te. Se tu dentro sei morto, non vedrai nessuna strada e nessuna missione non perché non ci sia, ma perché niente ti rianimerà, niente ti farà sussultare, niente ti farà vibrare. Ecco, quindi, il peccato: essere morti dentro! “La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta”: la luce, che è la vita, c’è sempre, anche nelle tenebre. In ogni momento della tua vita tu puoi cambiare la tua vita. Per quanto in basso tu sia disceso, per quanto tu sia prigioniero della tua paura, la luce c’è. Sempre. Ma devi accoglierla; devi farla entrare; devi permettere alla vita che ti entri dentro e che ti rianimi. La luce è la vita. Vivere le Beatitudini ti fa vivere, ti fa un uomo e una donna veri.

“Vuoi essere luce?”, vuol dire: “Vuoi essere vivo?”. Un uomo vivo, come Gesù, è inevitabilmente un riferimento, un faro, uno stimolo, per gli altri e per chi vive al buio. Perché guardandolo anche gli altri dicono: “Anch’io voglio vivere così!”.

  • NON PUÒ RESTARE NASCOSTA UNA CITTÀ CHE STA SOPRA UN MONTE=una casa sopra un monte è visibile da tutti: così chi vive le beatitudini, il messaggio di Gesù, sia visibile. Non che “si metta in mostra”, ma che mostri a tutti che si può vivere in maniera diversa, nuova, che c’è un altro modo di vivere, di essere, di sentire, di relazionarsi e di amare.

15 NÉ SI ACCENDE UNA LAMPADA PER METTERLA SOTTO IL MOGGIO, MA SUL CANDELABRO, E COSÌ FA LUCE A TUTTI QUELLI CHE SONO NELLA CASA. 16 COSÌ RISPLENDA LA VOSTRA LUCE DAVANTI AGLI UOMINI, PERCHÉ VEDANO LE VOSTRE OPERE BUONE E RENDANO GLORIA AL PADRE VOSTRO CHE È NEI CIELI.

  • MOGGIO=perché si usa il termine “moggio”? Era il recipiente che si adoperava per misurare o conservare i cereali e in particolare il grano. Il moggio era simbolo di quello che si dona, di quello che si dà.

Così questa luce dev’essere donata, dev’essere cioè “messa sul candelabro” in modo che sia luce per tutti. Questo modo di vivere deve esser visibile, lo devono vedere tutti non per gloria personale: “Guarda che bravo! Ma che santo! Ma che forte! Che grande persona!”, ma perché sia una possibilità per tutti: “Anch’io voglio vivere così!; anch’io voglio vivere diversamente; io voglio essere come lui”.

  • COSÌ RISPLENDA LA VOSTRA LUCE DAVANTI AGLI UOMINI, PERCHÉ…=la luce sono le “opere buone”. Sono le opere che manifestano questa luce. Gesù non invita ad insegnare una dottrina ma sarà la pratica delle beatitudini che manifesterà chi è Dio, chi è l’uomo e questa luce che inonda la società. Ma queste opere “rendono gloria al Padre dei cieli” non l’orgoglio di ciascuno.

In Mt 6,16-18 Gesù: “E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profumati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. Gesù, cioè, dice: “State attenti, guardatevi, dai teatranti che cercano la propria gloria, il proprio riconoscimento, la propria fama”. E’ il peccato dell’idolatria: quando si fa qualcosa per averne fama, successo, gloria, onore, ammirazione, prestigio, per sentirsi dire “bravi”, per essere ritenuti “qualcuno” dagli altri. La gloria di queste opere non è dell’uomo ma di Dio.

Che cosa può voler dire per noi essere “sale”?

Fin dall’antichità, il sale ha rappresentato un polo di attenzione considerevole, probabilmente perché costituiva l’elemento base di un fiorente commercio. Plinio diceva: “Nihil sole et sale utilius”: non c’è nulla di più utile del sole e del sale. All’epoca degli antichi Romani, si arrivò a pagare gli operai con il sale (da qui, il termine “salario”) e si diede il nome di Via Salaria ad una importante strada di collegamento (si dice che fosse diventata bianca per via del sale che cadeva dai carri). A Roma si spargeva il sale sulle labbra dei neonati così da proteggerli dai pericoli.

Una volta nel rito del battesimo si mettevano sulle labbra alcuni grani di sale come segno di buon auspicio. Anche oggi, quando si vuole indicare l’eccessivo costo di qualcosa, si dice che è “salata”. Il sale serviva per saporire, dar sapore, conservare. Con il sale e il pane si stipulavano i contratti e alleanze. Avere “sale in testa” vuol dire essere saggi, non essere sprovveduti. Il sale allora è il sapore di ogni cosa. Il sale dà sapore a ciò che non lo ha. Il sale dà gusto alle cose.

Un uomo si alza la mattina, lavora, torna a casa stanco e vuoto. Un altro uomo si alza la mattina, lavora, torna a casa stanco ma felice. Dov’è la differenza? La differenza è che uno trova il gusto in ciò che fa, il piacere, l’altro no. Per uno la sua vita ha un senso e un significato profondo, per l’altro non vale e non serve a niente. Ma cos’è che dà sapore, gusto, “sale”, alla vita?

Sei capace di gustare, cioè, di sentire, le cose?

C’è una bella giornata di sole… c’è il vento che ti scompiglia i capelli… la neve sui monti… un gatto… il sorriso di un tuo collega… due persone ridono insieme… due innamorati si abbracciano e si baciano… un uomo piange in chiesa… un vecchietto a mano con la sua vecchietta che fanno la spesa… un papà prende in braccio suo figlio… un uomo lotta contro l’ingiustizia… un uomo dona il suo tempo ai malati di cancro… capisci una cosa di te e della tua vita… una chiesa piena prega e medita insieme: che vibrazione produce tutto questo dentro di te? Cosa senti? Senti? Quanto senti?

Tutto questo è vita, cibo per l’anima se lo gusti e lo senti, se lo percepisci, se lo assapori. Ma cosa succede se gusti, se senti poco? Cosa succede se hai perso il senso del gusto? L’anosmia è la perdita del gusto e dell’odorato: non senti più niente. A volte siamo così!

Hai vissuto delle sofferenze, dei dolori, dei traumi e abbiamo trovato la soluzione per non esserne distrutti o per non soffrire più: non sentire più niente. Così ci siamo desensibilizzati e ci siamo anestetizzati. E’ stata una buona soluzione, è che adesso non sentiamo più niente: né la gioia, né l’amore, né la vitalità, né la compassione; nulla ci commuove più, nulla ci intenerisce. Allora diciamo: la vita è noiosa; la vita è un tran-tran; la vita è sempre la solita; bisogna accontentarsi. In realtà la vita è ricchissima, siamo noi che non sentiamo.

Avete presente quando avete le cuffiette e stata ascoltando musica e qualcuno vi dice qualcosa? Dite: “Scusa, non ho sentito?”. E cosa fate? Vi togliete le cuffie. E’ la stessa cosa. Per sentire la “vita”, il sapore di ogni cosa, dobbiamo toglierci i tappi che ci abbiamo messo. All’inizio forse sentiremo un gran dolore (è proprio per non sentirlo che ci siamo messi i tappi) ma se avremo pazienza e desiderio, piano piano, sentiremo il gusto della vita e di ogni cosa.

  1. A che serve la tua vita? Che cosa “sala” (=a che cosa dà sale!)?.

La grande domanda che tutti ci facciamo – a volte in realtà non ce la facciamo perché la risposta potrebbe non piacerci – è: “Ma a che serve la mia vita?”.

Alcune persone vivono “servendo” i figli (e questo ci fa sentire utili, importanti, qualcuno: è una gran cosa). E’ che poi i figli crescono e loro hanno bisogno ancora di essere utili e così continuano ad impicciarsi negli affari dei figli e si arrabbiano se questi li escludono dalla loro vita. Altre persone si sentono utili al lavoro, e poi quando sono “scaricati” vivono un autentico fallimento. Altre persone hanno così bisogno di sentirsi “utili” che se una volta non le chiami o non le avverti si risentono e si arrabbiano perché si sentono messe in disparte, e a volte pure fanno le offese! C’è un sentirsi utili che è il bisogno di essere considerati, visti, esserci per qualcuno, altrimenti si è nessuno e ci si sente soli. Ma non parliamo di questo.

Con “essere utili” intendiamo dare un servizio all’umanità: io vivo e se il mio vivere produce “vita”, evoluzione, benessere, amore, crescita, allora anche se passo servo, sono utile a qualcosa e a qualcuno.

Io vivo, ho dentro qualcosa di importante, dei talenti, una passione, dei doni, qualcosa che è utile a questo mondo: lo rendo disponibile, lo offro, lo dono e il mio dono è utile e aiuta. Allora c’è il sapore, c’è il gusto, anche di faticare, anche di lottare, anche di soffrire, perché ciò che sono rende un servizio a qualcuno.

La terra è la vita di tutti i giorni: cosa vuol dire essere sale, senso, sapore, per questa terra?

La terra è la vita di tutti i giorni e il sale è il senso di ciò che accade. Essere sale, per me, è trovare il mio senso in ciò che accade nella mia vita. Allora le cose non solo accadono ma acquisiscono anche un significato per me. Allora possono essere accettate, allora mi aiutano a crescere, allora le posso integrare nella mia vita.

Una persona perde il suo cellulare. Chiedo: “Cos’è per te il cellulare? Cosa ti permette?”. “La comunicazione”. “Perché vuoi perdere la comunicazione? Con chi non vuoi comunicare (visto che lo hai perso)?”. E mi dice: “Con mio figlio!”. In un attimo ha capito tutto: quello che sembrava un semplice fatto diventa pieno di senso (“sale”).

Una donna è affascinata da un insegnante di yoga. Non è amore, lo sente, ma sente che è attratta da lui… e non sa il perché: “Cosa ti rappresenta il tuo insegnante yoga, che per te è importante?”. E lei capisce: non è lui ma ciò che, grazie a lui, lei ha imparato. Con lo yoga lei ha iniziato ad ascoltarsi, a scoprire di avere un corpo e delle emozioni. Ha trovato il “sale”: il senso di quell’incontro è stato quello di ritrovare il suo profondo, il suo centro.

Un ragazzo dice: “Nessuno mi vuole!”. Lui ci soffre, io lo capisco, ma gli chiedo: “Che cos’hai da offrire agli altri? Perché dovrebbero volerti?”. E lui capisce subito che con il carattere che ha nessuno lo può volere, è ovvio. Non sono gli altri che non lo amano, è lui che non si rende amabile.

Un uomo ha una riunione importante, decisa molto tempo prima, con il capo su di un grosso progetto. Prima della riunione fa colazione e si versa il cappuccino sui pantaloni e sulla giacca. Dramma! In 15 minuti riesce comunque a comprarsi una giacca nuova. Fa ridere a pensarla così. “Che cosa ti permetteva di avere i pantaloni sporchi?”. “Di non andare alla riunione!”. Ha capito: sì lui voleva andarci (con la mente), ma in realtà, con il cuore, lui proprio non voleva.

Una persona dice: “Non so perché ma ogni volta che viene Natale io mi sento triste?”. Parliamo ma non esce niente… “Ma è successo qualcosa di doloroso in un Natale?”. E la persona si mette a piangere: i suoi genitori si erano separati – lei aveva 9 anni – proprio durante il tempo di Natale. Ogni Natale rivive quel ricordo doloroso non elaborato. Ha trovato il senso, il sale.

Una donna è stata operata ad un seno. Tutto è finito bene: ma accade per caso o c’è qualcosa che dobbiamo imparare in ciò che accade? Cioè, c’è un senso? Chiedo: “A che serve un seno?”. E lei: “Ad allattare!”. “Sì, vero: stai ancora allattando qualcuno?”. E la donna capisce subito che è troppo presente nella vita dei suoi figli, che stanno crescendo. Lei vorrebbe ancora proteggerli da tutto, essere sempre, togliere loro ogni difficoltà: li sente ancora come i suoi cuccioli, ma non lo sono più. Adesso ha capito, ha trovato il senso della cosa.

Essere sale vuol dire trovare un senso (sale), il senso, a ciò che ci accade. Altrimenti la gente pensa che le cose accadano così per caso (il caso è il nome incognito di Dio!). Dobbiamo insegnare alle persone a riflettere su ciò che vivono, a farsi delle domande, ad ascoltare Dio che ci parla sempre e in continuazione, attraverso i fatti, gli eventi e gli incontri di ogni giorno. Altrimenti la gente dice: “Dio? E dov’è?”. Per forza, perché non lo sente, perché pensa che Lui se ne stia altrove a farsi i fatti suoi mentre noi ci barcameniamo quaggiù. Ma Lui, invece, ci parla e ci educa in continuazione.

La parola sapienza viene dal latino “sapére” che vuol dire assaggiare. Si diventa saggi, sapienti, quando si gusta, si impara, dalle esperienze. Tutto insegna o nulla insegna: dipende da noi. La vita è una grande scuola, se si vuole imparare.

Che cosa può voler dire per noi essere “luce”?

Per noi è difficile capire ad esempio il Salmo 118: “Lampada ai miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino”, perché abbiamo la luce sempre a portata e a disposizione: basta un pulsante. Ma la lampada ad olio, per una povera casa palestinese era tutto. Fino ad un secolo fa anche una piccola lampada o una semplice candela erano fondamentali.

Dio è una parola sanscrita che vuol dire luce. La luce è abbinata alla vita: “Venire alla luce; dare alla luce=nascere; spegnere la luce=morire”. Allora: cosa vuol dire “voi siete la luce del mondo”? Per me vuol dire due cose: 1. emettere luce (sono luce) e 2. mettere luce (portare luce, illuminare).

  1. Emettere luce. La fisica quantistica ci insegna che tutto è luce, energia. Lo diceva già Einstein: E=MC2. L’universo non è nient’altro che energia, luce, e tutto ciò che esiste è la manifestazione di quest’energia. Ma cosa centra tutto questo con la fede? Centra, eccome. L’universo sembra materia e invece è luce. Io sembro materia ma invece sono luce. Allora il mio compito è di diventare luce, illuminato, di accendere la luce nella mia vita e di vedere la vera realtà di ciò che sono.

La gente si guarda allo specchio e cosa vede? Vede un corpo, grasso o magro, bello o brutto, con la pelle liscia o piena di impurità, di brufoli. La gente mangia, beve, accumula e possiede, vive nel piano della materia. Ma dobbiamo dire che la vera essenza di ciascuno di noi non è questa. Io sono luce perché io ho uno Spirito che vuol vivere in me, c’è un’anima che vivrà per sempre e c’è uno Spirito che vuol manifestarsi.

Emettere luce=entrare in contatto e far vibrare la parte “vera”, interna, che c’è in ciascuno di noi.

Tu sei anima; tu sei spirito, tu sei emozione, tu sei divino, tu sei energia, tu sei canto, musica, luce, fuoco, forza… tu sei nel tutto e il Tutto è in te. Senza spirito, senza interiorità, non c’è luce per te e per questo mondo.

Vi ricordate il volto di Madre Teresa: non sarà mica stato bello! Pieno di rughe! Eppure… Aveva una luce. Il volto e gli occhi lasciavano trasparire la luce: Dio, l’Energia, si vedeva chiaramente.

Emettere luce allora vuol dire risplendere, illuminare, far vivere la luce che si ha dentro.

Allora io mi chiedo: “Ma quali sono i talenti interiori che vogliono risplendere in me? Che vogliono essere messi in luce? La mia luce interna, che riflessi e che forme prende (i doni di ciascuno)?”. Emettere luce è far vivere tutta l’energia, la vitalità che tu hai dentro. Tu devi essere il meglio e il massimo di te. Non puoi vivere al di sotto di ciò che sei: risplendi, illumina questo mondo con la tua luce.

Quali sono i tuoi doni interiori? La gente dice: “Io non ne ho; io ne ho pochi”. Ma non è vero, è solo un modo per non conoscersi, per evitare la fatica di entrare in sé. E cosa aspetti a risplendere? Cosa aspetti ad essere una stella nel cielo di questa vita?

In uno stadio i riflettori si spengono all’improvviso. Allora un uomo urla: “Tutti quelli che hanno un accendino, lo accendano”. E piano piano 1… 2… 10…. 100… 1000… 10000… Lo stadio si illumina a giorno. Il mondo ha bisogno di te e della tua luce: sarà più luminoso solo se tu sarai più luminoso.

  1. Mettere luce lì dove non c’è. Dovete andare a cena e tenete a questa cena. Siete in auto, quasi arrivati e vi accorgete che il vostro maglione ha un piccolissimo buco. Durante la cena penserete sempre: “Che si veda? Ma no, dai, è piccolo! Ma guarda te, con tutti i maglioni che ho!”. L’altro manco se ne è accorto, ma voi eravate sempre lì con lo sguardo.

Abbiamo bisogno di chi di fa vedere che siamo belli, ricchi, importanti, pieni di doti, perché molte persone si sentono uno schifo, un cesso, un disastro e pensano di essere degli incapaci. Ma non è così. Allora noi dobbiamo essere dei portatori di luce: dove non c’è, la portiamo noi, in modo che si veda la bellezza di chi non crede di non esserlo.

Viene una persona e mi dice: “Faccio schifo! Non so fare niente!”. “Ah – dico io – proprio niente di niente?”. “No, niente”. “Beh intanto sei qui, quindi sai camminare; poi sai chiedere aiuto (visto che sei qui a parlare); poi sai parlare, ti spieghi bene…, ecc.”: insomma era piena di qualità. Aveva solo bisogno che qualcuno gli facesse vedere l’altro lato di sé.

Una donna ha perso il marito: “Non ce la farò mai. E’ troppo per me”. Allora le si fa vedere che, passo passo, uno dopo l’altro, pianino, si può ripartire e rifarsi una vita. E’ la luce, ma se qualcuno non te la fa vedere, tu rischi di rimanere al buio.

Un uomo di 50 anni: “Ho sbagliato tutto”. Se non vede la luce la sua vita è finita.

Quando andate a casa, se lo credete vero ovvio!, dite a vostra moglie (o a chi amate): “Sei bella; sei profonda… sei proprio capace di amare… sei intelligente… sei acuta… hai un cuore grande… sono fortunato che tu ci sia nella mia vita… mi fai emozionare e vibrare, ecc.”. Perché la gente spesso neppure sa quanto bella è… ma se qualcuno glielo dicesse!

Quando facciamo i campiscuola, grandi o piccoli che siano, ogni volta si fa il bagno della fiducia (uno va la centro e i suoi amici gli dicono tutte le cose belle, e solo quelle, che vedono di lui). E ci diciamo quando lo prepariamo: “Ma l’abbiamo fatto anche l’anno scorso!”, e sembra sempre una ripetizione. E, invece, non lo è mai. Lo facciamo e tutti sono radiosi e luminosi: funziona sempre. Perché se nessuno ci dice, ci mostra, ci fa sentire il nostro valore e la nostra bellezza, non lo sappiamo.

Mettere luce vuol dire far vedere alle persone quanto loro siano belle. Se glielo fate vedere, lo vedranno anche loro e si renderanno conto di ciò che sono: belle.

Alcuni uomini non sanno quant’è importante che essi ci siano. Alcuni uomini non sanno quanto faccia bene, anche solo vederli. Alcuni uomini non sanno quanto sia di conforto il loro benevolo sorriso. Alcuni uomini non sanno quanto sia benefica la loro vicinanza. Alcuni uomini non sanno quanto saremmo più poveri senza di loro. Alcuni uomini non sanno di essere un dono del cielo… lo saprebbero se noi glielo dicessimo.

In un giardino c’era una enorme quercia, maestosa, grande e protettiva verso tutte le piante. Quando il vento soffiava la quercia aveva imparato a far vibrare le sue foglie così da produrre armonie e suoni. C’era anche una piccola pianta: un piccolo stelo con poche foglie e soprattutto tante spine. La quercia umiliava il piccolo stelo: “Io proteggo tante piante… sono casa per gli uccelli e per gli animali… compongo bellissime armonie grazie al vento. Tu sei uno stecco, per di più spinoso che non serve a niente”. Il piccolo stelo si sentiva veramente inutile e ci soffriva molto.

Lì vicino c’era anche un pesco che diceva al piccolo stelo: “Abbi pazienza e vedrai…”. La cosa continuò finché a maggio il piccolo stelo fiorì… e tutto il giardino scoppio in un lungo, sincero, caloroso applauso: era una rosa. Fai vedere il valore e la bellezza di ciascuno dietro le sue spine.

 

Pensiero della Settimana

C’è amore nel legame che lascia liberi, nel sostegno che non giudica.

C’è amore nella fiducia che non vacilla, nel bisogno che non sia dipendenza.

C’è amore nella presenza che non invade, nell’intesa di uno sguardo.

C’è amore nel coraggio di accettare, nel gesto non preteso.

C’è amore quando il bene dell’altro è la cosa che più ti sta a cuore, quando la sua felicità è la tua.

C’è amore quando si aspetta senza mettersi fretta, quando l’impegno è un divertimento che appaga l’anima.

Ci si ama quando ciascuno si nutre dell’altro senza annientarlo ma lasciandolo vivo.

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