Un Buon Natale perché un Nuovo Natale per me e per il mondo

Natale del Signore

Mercoledì 25 dicembre 2019

 

  • Prima lettura: Is 9, 1-6
  • Salmo: Sal 95
  • Seconda lettura: Tt 2, 11-14
  • Vangelo: Lc 2, 1-14

 

Siamo all’aeroporto di Canton, in Cina. Due graziose hostess aiutano tutti i passeggeri a sistemarsi. Il decollo è prossimo e un membro dell’equipaggio chiude il pesante portello dell’aereo. Improvvisamente si vede un uomo arrivare di corsa; l’uomo bussa forte sul portellone. “Mi dispiace… è troppo tardi… dobbiamo partire”, urla l’hostess, tentando di farsi capire dall’oblò. Ma l’uomo insiste ancor più forte: “Doveva arrivare prima… adesso non si può più…” continua l’hostess. Ma niente da fare, l’uomo insiste e continua a battere più forte che può. Anche se infastidita, siccome l’uomo non la smette, l’hostess fa aprire il portello dell’aereo e l’uomo entra: “Ops… è il pilota!”.

Buon Natale a tutti voi. Buon Natale a voi, ai vostri cuori e a tutte le persone della vostra famiglia.

Per il mondo oggi è Natale… auguri, baci, abbracci, saluti, pranzi, panettoni, regali, sorrisi, Bene! Se il Natale ci aiuta a far festa, bene. Ma attenzione: non perdiamo di vista il centro di questa festa. Che non ci succeda di scambiare il Natale di Gesù con tutto questo. Tutto questo è il contorno, il pacchettino, il nastrino, il fiocchettino e il biglietto. Ma il regalo, il Natale è un’altra cosa. Anch’io spesso in queste occasioni mi trovo in difficoltà: a volte si dicono molte belle parole che sono “belle”, ma poi non lasciano traccia nella vita delle persone e mia.

Una vecchia ebrea è seduta accanto ad uno svedese, grande e grosso, e continua fissarlo. Alla fine gli rivolge la domanda: “Mi scusi, lei è ebreo?”. “No”, risponde lui. Pochi minuti dopo la donna lo interpella di nuovo: “A me può dirlo, sa. Lei è ebreo, vero?”. “E quello risponde: “Assolutamente no”. Lei lo studia per un po’ e ripete: “Sono sicura che lei è ebreo”. Pur di stare in pace, l’uomo dichiara: “E va bene, sono ebreo!”. La vecchietta lo guarda di nuovo, scuote la testa e gli dice: “Non si direbbe proprio”.

Una donna chiede al cassiere di una banca di cambiarle un assegno. Il cassiere le chiede un documento d’identità secondo il regolamento della banca. La signora se ne sta in silenzio. Il cassiere le dice: “Senza documento di riconoscimento, signora, niente assegno”. La donna è senza fiato, né parole. Alla fine riesce a pronunciare queste parole: “Ma Giorgio, sono tua madre”.

Vi fa ridere? E’ solo una barzelletta? E’ buffo? Chi non vuol credere, non crederà! E come mai quando Dio è venuto, quando è nato, non lo hanno riconosciuto? Per molti oggi sarà solamente il 25 di dicembre ma non Natale. Allora guardiamo dentro a questi regali, apriamoli, scartiamoli e facciamo in modo che oggi, il 25 di dicembre, sia Natale.

 

  1. QUALCOSA DI NUOVO

Il Natale è oggi, il Natale è adesso

1 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2 Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. 3 Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.

Gesù nasce ma tutto questo per il grande, divino, Cesare Augusto (=degno di venerazione), per Quirinio, per i potenti del tempo, non succede nulla. E’ il grande pericolo: viene Natale ma non succede nulla dentro, non cambia nulla poi.

  1. Sul banco c’è una busta e un foglio dentro. Vi do 2 minuti e rifletteteci: scrivete qualcosa di nuovo, magari anche piccolo, qualcosa di concreto, che per voi è importante iniziare, fare, decidere, nei prossimi 2-3 mesi.
  2. Non scrivete cose impossibili (esempio: “Voglio cambiare vita; voglio amare di più”), ma piccole cose concrete, realizzabili (esempio: “Decido che inizio una dieta; voglio iniziare quel corso; voglio non guardare più il cellulare finché la gente mi parla; voglio fare 5 minuti di silenzio o meditazione alla mattina che mi aiutano ad essere più positivo, ecc.”).
  3. Adesso scrivete la vostra decisione sul foglio, chiudete la lettera, e scrivete il vostro indirizzo (leggibile!). Ve la rimanderemo per Pasqua.
  4. E adesso mettetevi in coppia con qualcuno che non conoscete, ditevi brevemente la vostra decisione e date il vostro numero di cellulare al vostro compagno che lo scrive sulla sua lettera (magari scrivete anche il vostro nome sulla sua lettera, se no fra 3 mesi chi se lo ricorda!).

Fra tre mesi vi arriverà questa lettera: “Avrete fatto allora qualcosa di nuovo? Avrete fatto Natale?”.

E insieme alla vostra lettera vi arriverà anche il nome e il cellulare del vostro compagno: chiamatelo e chiedete anche a lui se avrà attuato la sua decisione.

La vita è adesso. La vita è azione.

Natale è ogni volta che permettiamo a qualcosa di nuovo di nascere.

Natale è molto semplice, è molto concreto.

Quindi Buon Natale: oggi ve lo auguro e forse fra qualche mese lo sarà.

 

  1. UN NUOVO MONDO

Ciò che oggi non vuoi, domani sarai costretto ad averlo

4 Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 5 Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, la quale era incinta. 6 Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

Oggi il Bambin Gesù non dà fastidio al mondo; oggi è piccolo, oggi puoi anche far finta di niente e andare avanti; oggi puoi disinteressartene. Ma verrà un giorno, in cui grande, tutti, dai sommi sacerdoti, agli scribi, ai farisei, perfino Ponzio Pilato, dovranno farne i conti.

La vita è sempre nuova e ci piaccia o no, con il nuovo, con ciò che accade, dobbiamo sempre farne i conti. E’ meglio accettare e accogliere il nuovo nella tua vita oggi, finché è piccolo, finché è gestibile, finché è all’inizio, perché poi sarà un bel problema!

Perché ciò che oggi non vuoi vedere, domani sarai costretto a vederlo!

Oggi non lo vuoi? Domani sarai costretto. Ciò che oggi non consideri, domani sarai costretto a farne i conti.

Una delle situazioni drammatiche di questi giorni è la situazione di Aleppo. Il dirigente dell’Onu Rzehak stima che circa mezzo milione di bambini ad Aleppo abbiano bisogno di sostegno psicologico e sociale, e di questi circa 100.000 hanno bisogno di un’assistenza specializzata. Secondo Rzehak, dagli esami psicosociali preliminari, i bambini che provengono da Aleppo Est e che sono riusciti a fuggire stanno “perdendo l’istinto basilare di difesa”, cioè hanno tendenze suicide (il 50% dei bambini ha queste tendenze suicide!), dove per loro vivere o morire è la stessa cosa. Per questi bambini essere bombardati e dover fuggire, fare i conti con l’angoscia tutti i giorni e tutte le ore del giorno, è diventato così normale che, se feriti, non piangono più. Sono diventati refrattari, insensibili, dove più nulla causa dolore o entusiasmo. Sono morti viventi.

Ora io vivo in Italia e mi posso dire: “Mi dispiace, ma in fin dei conti, la cosa è lontana e non mi riguarda. E poi che posso fare?”. Ma ciò che oggi non consideri, domani sarai costretto a farne i conti.

Bambini così, che oggi hanno 5 o 10 anni, insensibili, per cui vivere e morire è lo stesso, che non fanno distinzione tra vita e morte, fra qualche anno, con tutto l’odio e la rabbia che hanno dentro, potranno essere benissimo e facilmente dei terroristi. E quando succedono fatti terroristici tutti noi ci diciamo: “Ma com’è possibile?”.

Ma ogni uomo è stato un bambino; ciò che oggi è “grande” (il terrorista), un tempo fu bambino. Nessuno è così a caso: ci è “arrivato” ad essere così. Ciò che oggi non consideri, domani sarai costretto a farne i conti.

Un uomo e una donna sono sposati da qualche anno. Lei è molto dedita agli altri, alla sua parrocchia, all’introspezione, alla comunicazione, a tutto il mondo insomma dell’interiorità. Lui, di queste cose, non vuole proprio saperne. Dice: “Non sono fatto per queste cose!”. Lei gli ha proposto di fare insieme delle cose ma lui ha sempre rifiutato. Non è che non è fatto, è che affrontare questo mondo gli è difficile, dovrebbe fare qualcosa che non ha mai fatto: emozionarsi, esprimere le emozioni, incontrare la sua verità, ecc.

Ciò che oggi non consideri, domani sarai costretto a farne i conti.

Passano gli anni e dopo cinque anni lei gli dice di non provare più niente per lui. Lui si arrabbia da morire con lei: “Ma mi hai promesso di stare con me!!!”. Ciò di cui oggi te ne freghi perché “è piccolo”, domani sarà grande… e ne subirai le conseguenze.

 

  1. QUALCUNO DI NUOVO: TU

Io ? E chi l’avrebbe detto?

9 Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, 10 Ma l’angelo disse loro: «Non temete:

A noi l’immagine dei pastori evoca il Buon Pastore del presepe che con la pecorella in spalla va da Gesù. Ma non è così. Non c’era al tempo di Gesù peggior condizione di quella del pastore. Non erano proprietari dei greggi ma i mandriani. I pastori erano ritenuti ladri e gente di malaffare solo per il fatto di essere pastori.

Il rabbì Jose ben Chanian dice: “Non c’è lavoro più spregevole al mondo di quello dei pastori”. I rabbini si chiedevano: “Ma com’è possibile che sia stato scritto un salmo così: “Il Signore è il mio pastore? (Sal 23)””. I pastori non potevano testimoniare; venivano considerati ladri e impuri per essenza. I pastori erano la feccia… gli ultimi… i più disprezzati della società. Il Talmud (commento ebraico alla Bibbia) dice: “Se ti cade una bestia nel fosso la tiri fuori, ma non si tirano fuori dal fosso né pagani né pastori”.

Nella storia di Israele ci fu un tempo in cui il popolo era nomade ed essere pastori aveva valore. Poi il popolo si stabilì e divenne agricolo. E tra agricoltori e pastori vi è sempre stata guerra. Sfruttati e mal pagati vivevano spesso di ruberie (se trovavano qualcosa dove passavano se lo prendevano!); se poi ci aggiungiamo che vivevano isolati e a contatto solo con le bestie, i pastori spesso erano dei bruti, selvaggi e pericolosi. Erano privati dei diritti civili, esclusi dalla vita sociale, immondi e peccatori per definizione. E che cosa farà il Messia appena arriverà? Eliminerà gli impuri, quindi i pastori (Sal 68,2-4). Nell’A.T. l’angelo era raffigurato con la spada sguainata perché Dio premia i buoni ed elimina i cattivi.

E’ per questo che quando arriva l’angelo hanno paura: perché quando vedono l’angelo si dicono: “Ecco qua, è la fine per noi!”.

Chi sono i primi credenti di Gesù? I sacerdoti? I farisei? I re? Pilato? I famosi? No!

Sono stati gli sconosciuti, malfamati, eretici, peccatori, disonorati pastori.

Ci vuole fede per credere ad un angelo che dice di andare dal Messia, visto che per prima cosa il Messia, si diceva, avrebbe sistemato per bene gente maledetta come i pastori. “Noi? Il Messia vuole noi? Impossibile! Meglio lascia stare!”.

Noi pastori? Chi l’avrebbe detto!? Eppure!

Io? Chi l’avrebbe detto!? Eppure!

Natale è tutto qui: Dio viene ma non a casa degli altri, nelle vite degli altri o chissà dove lontano da noi: in India, in Siberia, in Australia. No, no, Dio viene da te: o gli apri o non se ne fa niente! Credere in Dio è molto pratico e concreto. Se tu credi in Dio, che ti abita dentro, allora credi anche in te. Allora puoi credere di essere grande, di essere qui per uno scopo ben preciso e di dover lasciare un segno a questo mondo per farlo migliore. E’ stato così per i pastori (oggi), per Giuseppe (domenica scorsa), per Maria (Immacolata), che non avevano nulla in più di me o di te: hanno solo creduto in sé. Perché credere in Dio è facile; è credere in sé che è difficile! “Tu sei grande”, parola di Dio.

A New York un barbone comprò un biglietto di una lotteria e vinse qualcosa come un milione di dollari. Aveva sognato giorni e notti cosa avrebbe fatto in caso di vincita. Adesso aveva vinto. Controllato che il biglietto fosse proprio quello giusto, si disse: “E’ impossibile che sia toccato proprio a me”. E lo gettò via. Il biglietto fu preso dal vicino di casa che ritirò il premio e diede una parte al vero proprietario del biglietto.

La maestra chiede alla classe: “Ditemi una meraviglia che non c’era 100 anni fa?”.

Greta: “Il telefono!”. “Brava, Greta, il telefono non c’era 100 anni fa”.

Luca: “La televisione, maestra!”. “Bravo, Luca, la televisione non c’era!”.

Poi alza la mano anche Pierino: “Sì, Pierino, dimmi: quale meraviglia non c’era 100 anni fa?”. “Io, maestra!”.

Una storia racconta così: vi erano tre fratelli: Jacopo Colombo, Gregorio Colombo e Cristoforo Colombo.

Jacopo: “Chissà se c’è qualcosa di là” e passò la vita a pensare a cosa ci poteva essere oltre il mare. Il pensiero.

Gregorio: “Forse c’è qualcosa, ma è troppo pericoloso andarci”. La paura.

Cristoforo: “Cosa ci sia non lo so… andiamoci a vedere!”. Così scoprì l’America. L’azione.

Hanno intervistato Simona Atzori, ballerina e pittrice completamente senza entrambe le braccia. Le hanno chiesto: “Ma dove trova tutta la forza per fare quello che fa?”. Lei: “Un giorno, da piccola, mi sono guardata allo specchio e mi sono detta: “Così Dio mi ha creato, così io vado bene”. Mi sono detta di sì e da quel giorno tutto è cambiato”. Cosa può fare un sì vero e profondo! Cosa si può fare quando si crede che Dio è in noi! A 17 anni porta un suo dipinto a Giovanni Paolo II. Allora l’intervistatore le dice: “Lo sa che sarà santificato a maggio?”. “Sì!”. “E ha mai chiesto a Giovanni Paolo II un miracolo?”. “No, mai. Sono già io così come sono un miracolo. Dio ha già fatto facendomi così il suo miracolo”. Dio vuole me, nient’altro che me, così come io sono. Il resto sono scuse per chi non ha fede.

Nel giugno 2005 Amanda Dennison ha percorso 686 metri, senza bruciarsi, su carboni ardenti che andavano da 871 C° a 982 C°! Come è possibile? Chi compie la camminata sulle braci ardenti lo sa: chi si aspetta di bruciarsi, si ustiona, chi crede di no non si ustiona.

La tribù persiana dei Bakhtiari cammina a piedi nudi giorni e giorni sulla neve e sul ghiaccio per valicare un passo tra le montagne alto 4.500 metri! Com’è possibile? Eppure!

Angela Cavallo nel 1964 ha alzato una Chevrolet tenendola sollevata per i cinque minuti occorsi ai vicini per arrivare, riuscendo a liberare il figlio incosciente. Tutto ciò è documentato da testimoni e immagini: ma com’è possibile?

Però si può sempre credere che non sia vero, che Lui non nasce in noi.

Si può sempre credere che noi non siamo potenti, che siamo deboli, che “è difficile”, che “non è per me”.

Perché è così bello raccontarsela… e poi crederci: è un modo fantastico per non fare nulla!

Sapete come fanno a legare un elefante? L’elefante ha la forza per spezzare qualsiasi corda e per sradicare ogni palo e albero. Eppure lo legano ad un palo e lui rimane attaccato lì. Com’è possibile? Semplice! Fin da piccolo la sua zampa verrà legata ad un palo con una corda robusta. L’elefante è piccolo, la corda è forte e non riesce a liberarsi. Così l’elefante impara che la corda è inamovibile, onnipotente: da adulto ha questa credenza, quest’idea dentro di sé, e così ogni volta che sentirà la corda intorno alla zampa crederà che quella corda sia onnipotente.

Non siamo noi quell’elefante? Non è che c’è stato insegnato che siamo deboli, impotenti? Non c’è stato detto di accontentarci? Non c’è stato detto che non si può? E’ vero che l’umanità va così e che non possiamo farci niente? E’ vero che noi non possiamo nulla? E’ proprio vero che non posso cambiare la mia vita? Chi l’ha detto? O è una mia idea che non posso, che non sono capace, che non è per me?

Dei bambini giapponesi erano allergici ad un’edera velenosa. E, infatti, strofinata l’edera sul braccio, tutti i bambini hanno manifestato un’eruzione cutanea, mentre sull’altro dove veniva strofinata una foglia simile ma innocua, non accadeva assolutamente niente. Solo che i bambini giapponesi non sapevano che erano state scambiate le etichette delle foglie: quindi, avevano avuto un’eruzione dalla foglia non tossica e non l’avevano avuta da quella tossica.

Credi quello che vuoi… ma non lamentarti degli effetti di ciò che credi! Perché dipende da te!

Vuoi credere che Dio è in te: “Tutto ti è possibile”. Chi l’avrebbe detto?! Eppure

Vuoi credere che Dio non è in te: “Tutto sarà una buona scusa”. Come disse J. F. Kennedy: “Gli uomini vincenti trovano sempre una strada… i perdenti una scusa”.

Senti questa storia indiana: “Una sera un anziano capo Cherokee raccontò al nipote la battaglia che avviene dentro di noi. Gli disse: “Figlio mio, la battaglia è fra due lupi che vivono dentro di noi. Uno è infelicità, paura, preoccupazione, rancore, senso di inferiorità. L’altro è felicità, amore, speranza, serenità, gentilezza, verità, compassione”. Il piccolo ci pensò un minuto e poi chiese: “Ma quale lupo vince?”. E l’anziano Cherokee rispose semplicemente: “Quello a cui dai da mangiare!”.

Virgilio: “Possono perché credono di potere”. E’ così! Dio è veramente in te e con te.

 

  1. UN MONDO NUOVO

Un nuovo modo per vivere le relazioni

ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11 oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. 12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». 13 E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: 14«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Qui si parla di pace (shalom), cioè benessere, vita vera, integrazione, armonia, pace dentro e fuori. Ma non inganniamoci e non facciamo discorsi buonisti: quanta pace c’è in giro? Basta vedere nelle nostre relazioni: quanta guerra ci facciamo? Ma è possibile in questo mondo?

Il vangelo dice che con Gesù la pace (shalom) è possibile in terra: ma chi ci crede?

I potenti del tempo e di ogni tempo applicano la stessa logica: dominare. Qualcuno sta sopra e qualcuno sta sotto, e quelli sopra schiacciano (oggi lo si fa in maniera fine e più sottile!) e opprimono quelli che stanno sotto. La logica è sempre la stessa: “O io o tu! Il mio aver di più corrisponde al tuo avere di meno”.

Ci sono due campeggiatori in Canada. Ad un certo punto si trovano davanti un orso Grizzly. Allora uno dei due si mette le scarpe e l’altro gli dice: “Perché ti metti le scarpe? Non puoi correre più veloce di un orso”. Allora l’altro gli risponde: “E chi ha bisogno di correre più veloce dell’orso? Mi basta soltanto correre più veloce di te”.

Eppure il vangelo dice che quel Bambino è la Gloria nei Cieli e la Pace sulla terra. Ma, pace, come allora? Ci può essere, cioè, un altro modo per concepire le relazioni personali, sociali e politiche, oltre a quello che conosciamo?

C’è un’arancia e ci sono due bambini di fronte ad un’arancia gustosissima e dolcissima. Che si fa? Ci sono varie soluzioni e risoluzioni del conflitto. 

1-2. PREVALERE=IO VINCO E TU PERDI; TU VINCI E IO PERDO. Uno di noi prevale sull’altro. Uno si prende l’arancia e l’altro rimane senza.

Questo poi si declina con varie strategie: regola del più forte: chi è più forte se la prende; regola della giustificazione: trovo motivazioni migliori delle tue per averla; regola del caso: si tira una monetina e a chi tocca, tocca; regola della compensazione: io mi prendo l’arancia e a te ti do una mela.

Qui la soluzione è la mia. Solo io o solo tu. La prevaricazione genera la violenza, l’odio e le guerre: perché nessuno vuole perdere e nessuno deve perdere! 

  1. RITIRO=NON VINCO IO E NON VINCI TU. Nessuno prevale e nessuno se la prende.

Il ritiro si declina in varie strategie: svignarsela, non affrontare la situazione, metterla da parte; distruggere; spostare il problema; fare silenzio. Né io, né te. Prendiamo l’arancia e la mettiamo in frigo. Nessuno ha perso, nessuno ha prevalso sull’altro, ma nessuno ha vinto. Qui si afferma che non c’è una soluzione e che per ora si lasciano le cose lì come sono.

Il ritiro non può funzionare: prima o poi i nodi vengono al pettine e le questioni devono essere affrontate. Anche perché più una questione rimane nascosta e più si potenzia (prende vigore; aumenta).

  1. COMPROMESSO: UNA PARTE A ME E UNA PARTE A TE. Un po’ a me e un po’ a te.

Accontentarsi; prendersi ciò che si può prendere; dividere; un giorno a te e un giorno a me, ecc. Ecco che allora si può tagliare l’arancia o spremerla e berne un po’ a testa; sbucciarla e spartirsi gli spicchi, ecc. Qui la soluzione è averne un po’. Qui è necessario negoziare per giungere ad un compromesso. Un po’ a me e un po’ a te.

Ma il compromesso è un accontentarsi, è un vivere a bassa quota, è un rinunciare ad essere e a vivere quel che si può essere e che si può vivere.

Ma ci può essere anche un’altra modalità?

  1. TRASCENDERE=troviamo UNA SOLUZIONE AL DI SOPRA e aldilà del problema in modo che tutti e due possiamo avere tutta l’arancia (ma non come pensiamo noi). Esempio: lavoriamo insieme per procurarci un’altra arancia; invitiamo altre persone a condividere l’arancia; cuciniamo una torta all’arancia, facciamo una lotteria con premio il dolce e ci dividiamo il ricavato; piantiamo i semi e facciamo una piantagione.

Qui la soluzione è avere tutta l’arancia. Tutta a me e tutta a te, ma in un modo creativo, diverso. Qui è necessario il dialogo e la ricerca (quindi il trovare varie idee alternative, nuove e creative) per trovare una soluzione oltre la questione.

Sembra fantascienza solo perché nessuno ce lo ha mai insegnato!

Galtung, l’ideatore della quinta via (fiver), di un metodo trascendente di risoluzione del conflitto, fu chiamato a sciogliere il conflitto che da 50 anni vi era tra Perù ed Ecuador. Vi era una zona di confine che entrambi gli Stati rivendicavano come loro.

Prevaricazione: uno dei due se la conquista con la forza (guerra).

Ritiro: uno rinuncia.

Compromesso: la si divide.

Trascendenza: è di tutti e due e non si mette nessun confine. E, infatti, la zona e il suo grande parco naturale ha un’amministrazione congiunta.

Atlee racconta il caso di un contadino dell’Indiana i cui cani del vicino venivano ad uccidere le sue pecore. Poteva utilizzare i metodi tradizionali: prevaricare (denuncia; sparare ai cani, ecc); ritiro (portar pazienza!); compromesso (solo nel week-end i cani erano liberi e le pecore quindi chiuse). Ma ebbe un’idea migliore: trascese il problema. Il contadino regalò ai figli del suo vicino degli agnellini, come loro compagnia. I vicini, per amore dei figli e di quelle adorabili bestiole, legarono i cani (cosa che prima non facevano) di loro spontanea volontà e le due famiglie diventarono perfino amiche.

Una coppia di amici si è separata. Adesso è un problema: a chi vanno i loro due figli?

Prevaricazione: “Me li prendo io”: questo genera odio e guerra. In questo decennio mentre i coniugi separati si fanno la guerra dagli avvocati, i loro figli cercano di trovare una pace dagli psicologi!

Ritiro: “Va ben, tienili tu che sei sua madre!”. Ma che frustrazione ci può essere per un padre! E riuscirà a cedere? E che modello di padre sarà per i suoi figli, un padre così sottomesso?

Compromesso: “Mercoledì sera e un week-end sì e uno no a te, e il resto a me”. (Già non è male se ci fosse un clima di relativa pace). Ma non ci sono soluzioni oltre, che tengano presenti tutte le esigenze di tutti gli elementi in causa?

Così una coppia (il fatto che qualcuno ci sia riuscito vuol dire che è una pista percorribile!), aiutati da un mediatore, hanno messo giù tutte le loro esigenze: lui e lei entrambi volevano poter vedere i figli ogni giorno; entrambi volevano che i figli potessero scegliere dove dormire alla sera o da chi mangiare; lui voleva il suo tempo per le sue cose e lei per le sue; nessuno dei due coniugi voleva che l’altro entrasse nel proprio nuovo mondo. Beh, che hanno fatto? Hanno preso una bifamiliare confinante e hanno fatto una porta tra le due case: la chiave ce l’avevano solamente i figli che potevano andare di qua e di là ogni giorno, salutando i genitori ogni giorno e trovandoli quando ne avevano bisogno. Quando un genitore non c’era andavano dall’altra parte. In entrambe le case c’era la loro stanza e dormivano dove desideravano.

Inoltre nel giardino, impiantata una siepe alta, gli ex coniugi hanno creato uno piccolo spazio comune (3×3 metri): si va lì solamente per discutere dei loro figli. Quando hanno un problema vanno nella Zona di Nessuno. E’ da cinque anni che hanno trovato questa soluzione… e tutti sono felici.

Trascendere il conflitto fa leva sull’incredibile realtà che la coscienza collettiva sa più cose e ha più soluzioni della coscienza individuale. La consapevolezza condivisa è più saggia dei singoli saggi. Per questo abbiamo bisogno di dialogare sui problemi: solo così troveremo soluzioni impensabili singolarmente, anche se saggi ed aperti!

Francis Galton nel 1906 partecipò ad una fiera dove si faceva una gara per indovinare il peso totale di un bue macellato. Vi erano macellai, contadini ma anche molta gente comune che nulla sapeva di tutto ciò. Nessuno indovinò e tutti rimasero lontani dall’effettivo peso che veniva scritto su di un foglio all’insaputa degli altri. A fine gara Galton prese tutti i 747 foglietti con il peso e fece la media: 538,6 kg. Il bue pesava 539,1!

Dobbiamo capire e fidarci che insieme sappiamo e possiamo creare molto di più che da soli. Vi ricordate il dramma, visto in tv, del Challenger esploso con la prima donna (Christa McAuliffe) nei voli spaziali il 28 gennaio 1986? Era costruito da 4 compagnie: la Lockheed, la Martin Marietta, la Rockwell e la Morton Thiokol. Le azioni di quelle compagnie all’inizio crollarono ma tutte a fine giornata tornarono a risalire, eccetto che quelle della Morton Thiokol. Come mai? Nessuno sapeva niente. Sei mesi dopo si scoprì che furono le guarnizioni ad anello del razzo ausiliario, che conteneva idrogeno e ossigeno liquido, a provocare il disastro. Chi li costruiva? La Morton Thiokol!

C’era una volta un mullah che sul suo cammello si recava alla Mecca. Mentre si avvicinava a un’oasi, vide tre uomini che piangevano. E così fermò il cammello e chiese loro: “Figli miei, cosa succede?”, ed essi risposero: “È appena morto nostro padre, e noi lo amavamo tanto”. “Ma – disse il mullah – sono sicuro che vi amava anche lui, e sicuramente vi ha lasciato qualcosa”. I tre uomini risposero: “Sì, certo, l’ha fatto. Ci ha lasciato dei cammelli e le sue ultime volontà stabiliscono che 1/2 vada al figlio maggiore, 1/3 al secondo, e 1/9 al più giovane. Ci piacciono i cammelli, siamo d’accordo sulle parti assegnate a ciascuno di noi, ma c’è un problema: ci ha lasciato 17 cammelli e noi siamo andati a scuola e sappiamo che 17 è un numero primo. Noi amiamo i cammelli, non possiamo farli a pezzi!”.

Il mullah rifletté un momento, e poi disse: “Vi dò io il mio cammello, così ne avete 18”. Ed essi gridarono: “No, non puoi farlo, sei in cammino per qualcosa di importante”. Il mullah li interruppe: “Figli miei, prendete il cammello, e andate avanti”.

Così divisero 18 per 2 e il figlio maggiore ricevette 9 cammelli, 18 per 3 e il secondo figlio ricevette 6 cammelli, 18 per 9 e il figlio più giovane ebbe 2 cammelli: un totale di 9 + 6 + 2 = 17 cammelli. Rimaneva un cammello, uno solo: quello del mullah. Il mullah disse: “Siete contenti? Bene, allora posso forse avere indietro il mio cammello?”. E i tre uomini, colmi di gratitudine, dissero: “Ma certo!”, senza capire bene cos’era successo.

 

Chiudo con un augurio che mi è arrivato:

Dio è molto più nell’uomo che in una preghiera.

Dio è molto più in chi hai vicino che nelle altezze dei cieli.

Dio è molto più in casa tua che in una chiesa.

Dio è molto più dentro di te che fuori di te in un tramonto.

Tutto questo perché Dio si è fatto carne.

In una fredda notte un asceta errante trovò riparo nel tempio. Il sacerdote non voleva farlo entrare, ma il poveraccio se ne stava mezzo congelato lì sulla neve. Allora lo fece entrare nel tempio: “Solo per questa notte!”. Nel cuore della notte il sacerdote sentì uno scoppiettio: scese dal letto e andò a vedere. Rimase costernato: l’asceta aveva bruciato la statua in legno del Buddha per scaldarsi. Il sacerdote andò su tutte le furie: “Ma cos’hai fatto? Quella era la statua del Buddha”. Andò su tutte le furie, ma ormai… Comunque prese l’asceta e lo cacciò fuori al freddo gelido. Andò a letto con una rabbia tremenda: “Guarda te, tu fai il bene e poi ne ottieni questo”. Finché dormiva gli apparve il Buddha. Era molto arrabbiato. “Hai ragione Buddha ad essere arrabbiato – disse il sacerdote – per ciò che è successo non avrei mai pensato”. Il Buddha: “Non sono arrabbiato per questo; sono arrabbiato perché hai attribuito più valore a un pezzo di legno che a me. Ero io quell’uomo!”.

Buon Natale.

Pensiero della settimana

 Non si piange sulla propria vita:

si cambia rotta.

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