Beatitudini

VI domenica del tempo Ordinario

Domenica 17 febbraio 2019

Prima lettura: Ger 17, 5-8    Salmo: Sal 1   Seconda lettura: 1 Cor 15, 12. 16-20           Vangelo: Lc 6, 17.20-26

 

 

Queste sono le Beatitudini di Lc e sono quattro, più ci sono quattro “guai” (maledizioni). In genere però noi non conosciamo queste ma quelle di Mt, che sono otto e non hanno “guai”.

 

Ma Gesù quali ha detto? Ne ha dette quattro o otto? Queste o quelle?

Se poi le si legge bene, dicono pure delle cose diverse: una cosa è essere poveri in spirito (Mt), cioè mancanti dentro, bisognosi, umile, vulnerabili, e una cosa diversa è essere poveri materialmente (Lc). E allora?

Poi ci chiediamo ancora: come fanno Lc e Mt, 50-60 anni dopo, ricordare esattamente che cosa ha detto Gesù in quella circostanza? Qualcuno ha preso appunti? Certamente no, visto che carta non ce n’era e la maggior parte delle persone (discepoli compresi) erano analfabeti.

Qualcuno potrebbe dire: c’erano i testimoni oculari (i discepoli)! Oggi sappiamo che i testimoni oculari non sono poi così tanto o sempre attendibili.

4 Ottobre 1992, un Boeing 707 appena decollato da Amsterdam (i suoi due motori persero potenza) si schianta su un palazzo di undici piani, in un sobborgo della città. Morti 4 membri dell’equipaggio e 39 persone dell’edificio. Naturalmente un episodio così drammatico rimase nella mente collettiva degli Olandesi.

Dieci mesi più tardi Crombag fa un sondaggio su 193 persone: “Hai visto in tv il filmato del momento in cui l’aeroplano si è schiantato sul palazzo?”. Il 55% (107 persone) risponde di sì. Fatta la stessa domanda alcuni mesi più tardi su 93 studenti di giurisprudenza il 66% (62 persone) risponde di sì, di aver visto quel filmato. Solo che il filmato non esisteva! Eravamo nel 1992 e non c’erano ancora gli smartphone e nessuno era lì pronto a riprendere un fatto così inaspettato.

 

E ancora: se questo discorso così famoso (Il Discorso della Montagna di Mt) era così noto, perché Mc e Gv non riportano le beatitudini (Lc conosce questo discorso ma lo semina qua e là)?

 

Cosa dev’essere successo? In una qualche occasione Gesù deve aver pronunciato delle parole simili ma poi Mt e Lc hanno modificato quelle parole in base alle situazioni che avevano davanti. Magari Mt aveva una comunità, un gruppo di persone, che erano attaccati dentro, gelosi, invidiosi, che si tenevano le conoscenze per sé, che non sapevano essere vulnerabili e così Mt “attualizza” le parole di Gesù per chi ha davanti. Lc, invece, aveva un gruppo di persone che soffrivano, perseguitate, in difficoltà, che avevano proprio fame e sofferenza fisica, per cui lui “attualizza” la povertà e la fame in senso reale.

Cos’ha detto Gesù? Difficile da dire! Ma questo non è un problema, è un arricchimento: entrambe le prospettive possono andare bene.

 

Quando Gesù diceva queste parole aveva davanti una comunità perseguitata. C’erano le feroci persecuzioni di Nerone e Diocleziano di fronte alle quali i cristiani erano davvero impotenti. Quando si soffre il dramma è quello di non vedere vie d’uscita. Più che la sofferenza, il dramma è sapere che non si può uscire da lì. La sofferenza più grande non è il dolore, ma la definitività del dolore. Se sai che ne uscirai, questo ti dà forza e coraggio, hai un obiettivo da raggiungere, anche se lontano; ma se sai che sarà sempre così, allora ti deprimi perché non hai vie d’uscita, perché sai che sarà sempre così.

I cristiani dei primi anni avevano perso la speranza: se sarà sempre così, che senso ha? Allora Gesù cerca di incoraggiarli: “Amici, non sarà sempre così. Vedrete, le cose cambieranno”. Queste parole sono per tutti quelli che credono che è così e che non potrà che essere così: “Non è vero. Puoi uscirne. Può essere diverso. Tu puoi essere diverso. Si può cambiare. Esci”.

 

6,17Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone,

20Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.

VERSO I SUOI DISCEPOLI=Gesù, nelle Beatitudini, non si rivolge a tutti ma solo ai suoi discepoli. I discepoli sono tutti coloro, oggi e domani, che accolgono il suo messaggio, che vogliono vivere come Lui, che hanno come Maestro Gesù.

BEATI=makarios in greco: è un aggettivo (“beato, felice”) che all’inizio veniva utilizzato per sottolineare la felice condizione degli dei. Passò poi a designare lo stato degli uomini che nell’aldilà, sarebbe stato simile a quello delle loro divinità. Nella Bibbia “è la felicità”, di chi ha quelle cose che si riteneva rendessero l’uomo felice: “Una lunga vita, la ricchezza, i figli, ecc”.

VOI POVERI=il verbo ptossein indica il rannicchiarsi per la paura, essere curvo, nascosto; anche: vivere senza possedere nulla. Indica un individuo ridotto in miseria la cui esistenza dipende dalla generosità altrui. Nei Salmi indica un povero vittima di quanti lo sfruttano (Sal 35,10; 73,21-22).

 

Chi sono questi poveri? Non sono i poveri ma sono i poveri discepoli che hanno accettato di vivere così (Lc 5,11: “Lasciarono tutto e lo seguirono”). Mentre in Mt la povertà è spirituale, interna (“poveri in spirito”), in Lc la povertà è materiale, economica: rinuncio volontariamente a qualcosa di mio perché anche tu possa avere.

In che senso i suoi discepoli si sono fatti poveri? Povertà non vuol dire indigenza, mendicanza, ma spogliarsi perché tutti possano avere. La povertà nel vangelo è in vista della comunità. Mi spoglio, perdo qualcosa, mi tolgo qualcosa, non perché sia bello avere di meno ma perché tutti abbiano.

Siamo in 10, io ho 5 mele, un altro 3 e un altro 2. Sì ma gli altri 7 che cosa mangiano? Non hanno niente! Allora mi spoglio di 4 mele (divento povero) perché anche altre 4 persone possano mangiare come me.

La povertà di Gesù non è un’idealizzazione: “Spogliatevi di tutto!; Non possedete nulla; Non attaccatevi a niente!”, ma una scelta politica: “Bisogna eliminare le cause che la provocano”.

 

In questo Vangelo ogni beatitudine ha la sua antitesi, il suo opposto, nella maledizione contraria, successiva (“Guai a voi…”).

La Beatitudine e la maledizione vanno prese e comprese insieme, come due comportamenti possibili, due strade opposte di vita.

Qui ci sono i poveri, quelli che hanno bisogno, quelli che non sono autosufficienti, quelli che devono chiedere, quelli che devono tendere la mano, quelli che devono affidarsi. I poveri sono i perseguitati; i ricchi sono i persecutori.

I ricchi, invece, sono quelli pieni di sé, quelli autosufficienti, quelli che si arrangiano da soli. Ora un ricco non ha bisogno di nessuno.

Questo sembra un vantaggio (“avete già la vostra consolazione”) ma nel tempo si rivela un dramma: se sei ricco 1. ti attacchi alle cose, alle persone, e credi di possederle, che siano tue; 2. non conosci il dono, l’amore, la condivisione, la comunione. Così nel tempo perdi l’anima, ti distacchi dal tuo centro (l’uomo è un essere per gli altri), ti rinchiudi in te e perdi il senso dell’esserci (l’uomo è un essere: per darsi, per donarsi, per andare verso l’altro, visto la sua in-sufficienza, non basta a sé!).

 

Perché è necessario essere poveri per essere felici? Perché altrimenti le cose ti possiedono.

Non sei più tu che possiedi loro ma sono loro che possiedono te. Se una cosa non puoi lasciarla andare, perderla (povertà), ne sei posseduto. Hai (possiedi) veramente solo ciò che puoi perdere (non possiedi).

Se sei “ricco” e puoi tutto, allora non c’è più spazio per Dio, per la sorpresa, per l’Inaspettato, per lo Sconvolgente, per l’Irruzione Sua: hai tutto, controlli tutto, tutto dipende da te… e Lui che spazio ha? Non ce l’ha, non può avercelo!.

 

E’=il presente “è”, indica che: 1) i discepoli già vivono questo ora; 2) che “Dio” accade, si manifesta nell’esatto e presente momento in cui tu condividi; 3) che “Dio” lo puoi vedere, sentire, percepire, anche oggi nel fratello quando condividi.

REGNO DEI CIELI=il regno dei cieli non è il regno di Israele che i discepoli attendevano (At 1,6). Mentre il regno di Israele è limitato da confini e riconoscibile da una religione e da un popolo, il regno di Dio non riconosce nessun confine ed è destinato all’umanità intera, indipendentemente dalle razze e dalle religioni.

 

Beati voi poveri. Dramma non è credere in noi stessi ma credere che saremo sempre così.

Questa è la povertà: credere che sarà sempre così.

La gente dice: “Sono così (=non valgo niente, sono un incapace, non posso realizzare nulla) e non c’è niente da fare”. Allora uno si sente dentro ad una prigione senza chiave d’uscita.

Quanta rassegnazione c’è: “Ci ho provato tante volte, non è servito mai a niente!”. Quanta delusione c’è: “Non ce la faccio… ho troppa paura… è troppo per me”.

La vera povertà è vederci niente, senza valore, sottomessi, soggiogati (ptochos in greco vuol dire proprio questo) e senza la possibilità di uscirne. Allora ci si deve adeguare. Non ti va bene ma te la devi far andare bene.

La vera felicità è constatare: “Puoi uscirne! Puoi essere ricco di te=trovare il tuo valore”. Puoi confidare e fidarti di te. Puoi sperimentare che tu non sei niente ma che tu vali.

 

Qual è il primo comando di Gesù? “Sii felice!”. Dio non è nemico della felicità ma l’autore della felicità. Avere fede è voler essere veramente felici noi e far felici gli altri. Tu sei felice?

Se volessimo sintetizzare il messaggio di Gesù nei vangeli noi potremmo dire: “L’incontro con Gesù rende ogni uomo ancor più felice di essere nato”. E quello che Gesù ci chiede è: “Fa’ che ogni persona, dopo averti incontrato, sia ancora più felice di essere nato”.

“Quando sono andato a scuola, mi hanno chiesto cosa volessi diventare da grande. Ho risposto “felice”. Mi dissero che non avevo capito l’esercizio e io risposi che loro non avevano capito la vita (John Lennon)”.

 

La tradizione cristiana è stata contraria alla felicità (e quindi al vangelo). Tant’è vero che quando uno è felice poi pensa: “Chissà quanto dura? (Come a dire: “Deve accadermi qualcosa di male che mi porti via la felicità!”)” oppure: “Ero così felice!”, cioè: “Andava così bene, che ovviamente, non poteva continuare; lo sapevo che mi capitava qualcosa di male!”. Come se Dio non volesse che fossimo felici; e se lo siamo, ci manda qualche mazzata. La vita è “una valle di lacrime”, lo dice anche il “Salve Regina”!

Addirittura ci sono stati i masochisti (gente malata) che appositamente soffriva per avere meriti presso Dio, che si metteva il cilicio o si imponeva sofferenze volontarie per essere più graditi a Dio.

Avete mai visto un santo felice, sorridente? Pochi! Dio c’è stato passato così: serietà, sofferenza, no gioco, no piacere, no divertimento, ecc. Guarda qua, Gesù qui lo dice a più riprese: “Siate felici”.

 

La felicità non è domani quando avrai quella cosa o quando sarai diverso… o così… o cosà… Sii felice adesso finché fai la strada. Perché se la felicità non è adesso (ascer, lungo la strada) il pericolo è che non sia mai. C’è una storia che fa capire la diversità dei due modi di pensare.

Un ricco industriale rimase sconvolto quando vide un pescatore tranquillamente appoggiato alla barca, intento a fumarsi la pipa. “Perché non sei uscito a pescare?”, gli chiese l’industriale. “Perché per oggi ho pescato a sufficienza”, rispose il pescatore. “E perché non peschi più del necessario?”, insistette l’industriale. “E che cosa farei con i pesci in più?”, chiese a sua volta il pescatore. “Guadagneresti più soldi – fu la risposta – in questo modo potresti dotare una barca di un altro motore, spingerti più al largo e pescare più pesci. Così facendo, guadagneresti quel che ti basterebbe per comprarti una rete di nylon, con cui avresti ancor più pesci e più soldi. In me che non si dica potresti permetterti due barche… anzi una vera e propria flotta. Diventeresti ricco come me”. “E a quel punto che cosa farei?”, tornò a chiedere il pescatore. “Potresti startene seduto e goderti la vita”, fu la risposta dell’industriale. “E che cosa credi che stia facendo in questo preciso momento”, rispose soddisfatto il pescatore.

 

21Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.

Queste tre beatitudini che seguono, spiegano la prima, cioè che cosa voglia dire essere poveri. Siccome nel progetto di Dio povertà, fame e lacrime sono eliminate, i discepoli possono essere felici.

 

ORA=la realtà dei discepoli è che “ora” hanno fame: è il presente.

AVETE FAME=la fame è una delle modalità con cui essere poveri. Questa è una fame concreta, è la fame del pane, di qualcosa da mettere sotto i denti.

PERCHE’ SARETE SAZIATI=ma quando? Lc non dice quando! Dice solo che non sarà ora ma in futuro.

Dare il pane agli affamati era una maniera per indicare la pratica della giustizia da parte di Dio il quale “rende giustizia agli oppressi: dà il pane agli affamati” (Sal 146,7). Dio e il suo regno si manifestano con lo sfamare i suoi eletti: “Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta” (Ap 7,16; cf Is 49,10).

  1. Possibilità=non in questa vita ma nella vita futura: “Gli uomini non vi saziano ma Dio sì!”. Se fosse così allora le ingiustizie, le disparità di questa vita non possono veramente scomparire. Lc, da questo punto di vista, sembrerebbe avere rinunciato al sogno della giustizia su questa terra. Sogno però a cui non ha rinunciato Gesù nella condivisione dei pani (Lc 9,10-17).
  2. Possibilità=in questa vita Dio vi sazierà attraverso altri (situazioni, angeli, ecc), che ci daranno il cibo e il pane di cui abbiamo bisogno.

Stavamo facendo un campo scout e avevamo finito le provviste: era l’ultimo giorno e ci aspettava un giorno “di fame”. Passiamo davanti ad una casa di campagna e vediamo una vecchietta che trasporta a mano legna. Allora uno di noi si ferma e le chiede: “Vuole una mano?”. “Ah, sì, grazie cari…”. Eravamo in cinque e l’abbiamo aiutata. Terminato il lavoro ci dice: “Posso offrirvi il pranzo?”. “Certamente! (Non aspettavamo altro)”.

In questo secondo caso, Dio si fa presente per la tua fame non come vuoi tu ma in maniere inaspettate: in ogni caso la tua fame sarà saziata.

 

SAZIATI=chortazo e non trepho=nutrire. Il verbo di Lc (chortazo) è lo stesso della condivisione dei pani (Lc 9,17: “Tutti mangiarono e furono saziati”): sembra, quindi, che Lc insinui l’idea che per essere “sazi” bisogna “saziare” gli altri. E’ dando, dice Lc, che si riceve. E’ saziando gli altri che ci si sazia, ci si riempie.

 

Ci sono tanti tipi di fame.

Dramma non è aver fame d’amore, ma credere che nessuno ci possa amare.

Una donna: “Nessuno mi ha preso… e gli anni passano”. Piano piano si insinua l’idea che tu non puoi essere amato, che nessuno può stare con te. E se nessuno può stare con te vuol dire che tu hai qualcosa di sbagliato. E se per caso trovi uno, ti attacchi perché dici: “Se perdo questo non trovo più nessuno”.

Dramma non è aver bisogno d’amore – chi di noi non ne ha! – ma sentire che non basta mai, sentire che non raggiunge mai il tuo cuore, sentire che per quanto l’altro ti dia tu richiedi sempre di più. Perché vivere senza essere raggiunti dall’amore è il vero inferno, il tormento più grande.

Allora “mangi” ma hai sempre fame: ti senti sempre non amato (non basta mai). La vera felicità è: “Puoi sentirti amato. C’è un cibo che sfama. Il tuo buco può essere riempito”.

 

Beati voi, che ora piangete, perché riderete.

BEATI VOI CHE ORA PIANGETE=si può piangere per molte cose: per sofferenza fisica, psichica, per ingiustizie ricevute, per persecuzioni, per conflitti, per la precarietà, per la paura di morire, ecc.

Sicuramente Lc ha davanti il pianto delle difficoltà e delle persecuzioni (Is 33,7: “I messaggeri di pace che piangono amaramente”) e gli sta a cuore dire: “Guardate che Dio (o i suoi angeli) si prenderà cura di voi”.

 

Dramma non è piangere ma non ridere più!

Drammatico non è essere tristi o sofferenti: chi di noi non può esserlo qualche volta nella vita?

Chi può pensare di essere esente da tutto questo? Chi può essere così illuso da non sentire “male al cuore” o da non sentirsi (giustamente o no) ferito al cuore?

Daphne Rose Kingma (terapeuta americana) sostiene che piangere porta una guarigione profonda. Viceversa, quando sopprimiamo la tristezza, sopprimiamo anche le emozioni positive. Facendo così, in un continuum emozionale, non sentiamo sia le emozioni “negative” che quelle “felici”. Quindi saper piangere, commuoversi, indica la capacità di “sentire” le emozioni!

Ma ciò che conta è che il dolore non diventi permanente.

 

Julie Keene era una professoressa universitaria quando suo figlio di 9 anni prima si ammalò gravemente e poi morì. “Chiedevo sempre a Dio di ridarmelo e piangevo incessantemente notte e giorni… e piansi per anni… e continuavo a chiedergli perché Lui lo avesse fatto”.

Poi un giorno, tre anni dopo, l’altro figlio, che a quel tempo aveva otto anni le disse: “Mamma, sono 3 anni che non vivi. Quanto dovrò aspettare ancora? Hai perso tre anni di vita, di me e del papà?”.

Da quel giorno ritornò a vivere: “Sì – dice – mi era successo un fatto mostruoso ma la vita rimane un dono da vivere nonostante tutto. E oggi posso dire che sono felice di questa mia vita”.

Un uomo è stato “fregato” dall’unico fratello che aveva. Avevano un’azienda insieme e il fratello (lui gli dava fiducia e non controllava mai!) si è intascato un sacco di soldi e poi ha fatto fallire l’azienda. Così il nostro uomo ha dovuto pagare anche i debiti del fratello. Ok, un dolore enorme, pratico ed economico, psichico (tuo fratello che ti fa questo!).

Ma adesso sono passati 30 anni e quell’uomo non parla altro che di questo, non sorride, non si diverte, non assapora la vita, né quello che ha. Ma sei ancora lì? Basta!, perché stai facendo del tuo dolore, della tu sofferenza, il tuo scopo di vita.

 

22Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo.

Questa beatitudine è successiva alle prime tre: lo si capisce dai destinatari (voi-plurale rispetto alla terza persona-singolare), dal tempo (futuro), dalla forma (più concreta, descrittiva), dalla ricompensa (celeste e non più il regno).

 

BEATI VOI QUANDO GLI UOMINI VI ODIERANNO…=Gesù annuncia un Vangelo d’amore, di perdono, di misericordia, di pace, ma questo messaggio non trova accoglienza ma ostilità, odio; viene visto come pericoloso perché scardina i tradizionali ordini; viene visto come pericoloso perché rende le persone libere; viene visto pericoloso perché i figli della luce non sono più manipolabili. Per questo vi è la persecuzione: il potere non può permettersi di non manipolare, gestire, sottomettere.

ODIERANNO=miseo=odiare. Il comportamento persecutorio è spiegato da questo sentimento (di odio).

METTERANNO AL BANDO=limitare, mettere dei confini, segregare, separare. Nella Bibbia indica l’escludere, lo scartare l’impuro e il separare i peccatori. Quindi il comportamento conseguente a questo verbo è l’esclusione sociale.

INSULTERANNO=oneidizo=insultare, oltraggiare, inveire. Indica l’aspetto verbale dell’odio che diventa bestemmia vocale.

RESPINGERANNO IL VOSTRO NOME COME SCELLERATO=ekballo=gettare fuori, scacciare, espellere, bandire, rigettare. Sono le conseguenze=chi vive il Vangelo sarà escluso, gettato fuori!

A CAUSA DEL FIGLIO DELL’UOMO=le persecuzioni non sono le “normali” persecuzioni tra famigliari, colleghi, ecc, ma la persecuzione che riguarda il Vangelo.

Qual è la prima azione di coloro che hanno ascoltato la prima predica di Gesù (Lc 4,28-29)? Hanno tentato di ucciderlo! Fin dall’inizio l’hanno sentito pericoloso!

 

Dramma non è essere perseguitati ma credere che gli altri abbiano ragione.

Quando Madre Teresa uscì dal convento per giovani fanciulle inglesi e borghesi per andare nei vicoli di Calcutta e prendersi cura dei più poveri, pressata dai suoi capi che le dicevano: “Tu, sei pazza!”, ad un certo punto ebbe il grande dubbio di tutti i santi: “E se fosse vero? E se fosse proprio così?”.

Dramma è sentirti tutti contro, ma proprio tutti!, che nessuno ti capisce,  che nessuno ti appoggia, che tutti si scagliano contro di te, senza motivo ma… lo fanno.

Vera felicità allora è sentire Dio vicino. Lui c’è, Lui è dalla tua parte, Lui è con te sia che percorra la tua giusta strada sia quella sbagliata. Vera felicità è trovare qualcuno che “veda”: “Vai, continua, non arrenderti, io sto con te”.

Anche Gesù ebbe il grande dubbio sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34). Ma 3 giorni dopo ebbe la risposta dal Padre (la resurrezione).

 

23Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

RALLEGRATEVI ED ESULTATE=chairo=rallegrarsi; skirtao=fare salti di gioia.

RICOMPENSA=misthos=ciò che si ottiene di ritorno dopo aver fatto qualcosa (salario, onore, mercede). La ricompensa non è sulla terra: il ritorno, l’onore, cioè non viene dato dagli uomini che anzi rifiutano, ostacolano ciò che i discepoli fanno, ma nei cieli (non nell’al di là!), in Dio.

Dio riconosce cioè il valore di ciò che tu vivi, di ciò che tu compi, di ciò che tu fai. Quindi: la terra ti odierà ma il Dio (cieli) ti amerà.

ALLO STESSO MODO AGIVANO I LORO PADRI CON I PROFETI=non sei l’unico a cui accadono queste cose. E’ sempre successo così. Succederà sempre così. E’ una regola!

 

24Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.

GUAI=il Signore non li minaccia (guai!), ma li piange come morti. Per questo l’evangelista usa l’espressione greca ouai, traduzione dell’ebraico hôi, vocabolo facente parte del lamento funebre: “Depose il cadavere nella propria tomba; ed egli e i suoi figli lo piansero, dicendo: Ahi, fratello mio!” (1 Re 13,10; Ger 22,18). I ricchi, i pieni, i sazi, sono morti dentro, sono cadaveri viventi. La società li ammira e invidia, Gesù li compatisce.

RICCHI=questi ricchi sono i persecutori dei poveri, e sono in opposizione a loro: questi sono le persone ricche, famose, applaudite, ossequiate, elogiate. Proprio per questo i ricchi “non vedono” (Lc 16,19-31), diventano insensibili ai bisogni e alle sofferenze della gente.

I ricchi non sono poveri di oltre, di Dio, di infinito. Sono così pieni che l’anima non ha spazio nella loro vita.

 

Il ricco è pieno di cose: lui può permettersi questo e quell’altro. Può andare a sciare, comprarsi una bella auto, avere tutto ciò che gli serve. Può anche comprarsi le persone, perché ci sono delle persone che più che dai sentimenti sono attirate dalle cose.

Dov’è il pericolo? Che se non sta attento perde l’umanità. Ci sono cose che non si possono comprare: l’amore, quello vero che riempie l’anima e illumina gli occhi, che rimane fedele oggi e domani, quello non si può comprare.

Altrimenti i ricchi sarebbero pieni d’amore… e invece sappiamo che è proprio il contrario: i ricchi sono poveri d’amore, si sposano e si risposano proprio perché non lo trovano.

Le cose grandi della vita non si possono comprare: la felicità, l’amore, la fiducia in sé, la gioia di vivere, la vitalità, la passione: sono un cammino, una ricerca, una strada. Nessun negozio li vende!

 

25Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.

SAZI… AVRETE FAME=quando sei pieno di tutto e non c’è più spazio all’esperienza della mancanza, dell’essere bisognoso, del non bastare a te, allora ti ritrovi ad avere una fame tremenda di amore, di cuore, di vita vera, che non riconosci e che anestetizzi in altro modo.

 

Il sazio è pieno di cibo materiale. Qualsiasi fame lui la può placare.

Dov’è il pericolo? Il pericolo è il credere che il cibo, qualsiasi cosa sia (soldi, pane, vino, possibilità, case, cose, titoli, ecc), ti basti. Allora uno si riempie… ma non basta mai. In realtà la vera fame è qualcos’altro. Sentite cosa chiedono alcune star quando devono girare un film!

Kim Basinger aveva uno schiavetto portaombrelli per difendersi dai raggi del sole. Meryl Streep aveva un elicottero tutto per lei per portarla da casa ai set. Demi Moore usava ettolitri di litri di acqua Evian per lavarsi i capelli ogni giorno, 2 jet per gli allenatori e le cameriere delle figlie. John Travolta aveva uno staff di 25 persone, tra cui massaggiatrice, agopuntore, chef e chiromante. Eddie Murphy si portava dietro un piano a coda, champagne a volontà, limousine e 12 persone di entourage. Julia Roberts chiedeva 3 milioni a settimana per tingersi i capelli. Jim Carrey aveva uno chef per sé e uno per il suo iguana.

Tu puoi avere di tutto ma niente serve a placare la fame d’amore che tutti noi abbiamo. Allora: “Stai attento a non anestetizzare il tuo cuore, a non sentire più il suo vero e profondo bisogno; attento a non ingannarti e a credere che siano le cose che ti possano saziare”.

 

 

Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.

RIDETE… DOLORE=chi fa festa, baldoria, e si dà solo ai piaceri, sarà contento fuori ma non si prende cura né del proprio bambino ferito ne delle sofferenze dell’altro. Diventa così insensibile al dolore e questo gli crea una corazza, una distanza da sé e dagli altri, che gli provocherà il dramma della solitudine, il dolore di sentirsi solo, il pianto di non aver nessuno “vicino al cuore”.

 

Ridere e sorridere è bello e molto buono. Qui non si parla di questo ma di qualcos’altro. E’ il riso di chi rimane in superficie e non scende.

C’è un episodio conosciutissimo dagli ebrei: Noè (Gen 6-7). A quel tempo la gente mangiava, beveva, copulava e “se la godeva”. Ma era un divertimento solo esterno, solo fuori, non profondo. Cosa accadde: che morirono tutti! E’ così.

Tu puoi dartela alla pazza gioia e godertela, ma se non costruisci dentro, se non ti conosci, se non scavi nel tuo cuore, viene il giorno in cui crolla tutto. Allora è veramente drammatico.

Allora: “Rifletti, fermati, guardati dentro, datti occasioni per ascoltarti dentro, perché se non lo fai verrà un giorno in cui la “mazzata” della vita si abbatterà su di te. E sarà tremendo”.

Quante persone: “Mi è venuta la depressione!”. E che è in giro un virus dal nome “depressione”. Oppure: “Non ho più voglia di vivere”: che è, un altro virus? E’ che vivevi “spassandotela” e fregandotene del tuo cuore e della tua anima!

 

26Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.

Gesù offre un importante norma per riconoscere i veri profeti dai falsi.

Il criterio per distinguere il profeta di Dio dal profeta di corte è l’atteggiamento dei potenti nei loro confronti: “Se i potenti dicono bene di una persona, quella persona sicuramente non è un profeta!”. Il mondo, inteso come sistema ingiusto, corteggia e premia quanti non lo disturbano, ma scatena tutta la sua ferocia verso quanti con la loro esistenza sono contro di lui, perché sono una palese denuncia dell’ingiustizia del sistema.

Se “coloro che sono considerati i governanti delle nazioni” (Mc 10,42), li ricevono e premiano, se li corteggiano ed esaltano, è segno evidente che la loro profezia è falsa, anche se apparentemente ammantata di ogni santità: “Sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi prodigi e segni” (Mt 24,24). “Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della Legge e ci rinfaccia le mancanze contro l’educazione da noi ricevuta… E’ diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita è diversa dagli altri” (Sap 2,12-13.15).

 

L’altra categoria di profeti erano gli uomini di Dio. E cosa succede ai profeti di Dio?

Mosé si mette contro il faraone per il bene di un ebreo e deve fuggire (Es 2,15). Natan si mette contro Davide per difendere i diritti di Uria che Davide aveva fatto uccidere per prendersi sua moglie Betsabea (2 Sam 11-12). Elia alza la voce contro il re Achab e la moglie Gezabele perché Nabot non vuole cedergli la sua vigna. Un re che ha tutto vuole anche la piccola vigna di Nabot (2 Re 21). Amos, Geremia, Isaia, devono sempre tenere testa alle autorità religiose/politiche che sfruttano la povera gente.

E certo ci si chiede: nella chiesa, ci sono ancora questi profeti? O tutti sono stati addolciti e addomesticati?

Per questo furono odiati, maledetti, perseguitati, disonorati con ogni mezzo e anche uccisi. Dovettero mettersi in gioco, schierarsi e attirarsi l’ira e l’odio di molta gente.

Se tu vuoi che tutti dicano bene di te, allora vuol dire che tu hai perso te, la tua coscienza, i tuoi valori; li hai venduti per essere accettato, accolto, riconosciuto, stimato. Che tristezza: hai perso l’uomo.

 

In Israele ci furono da sempre due categorie di profeti. La prima era quella di profeti (falsi) che si alleavano con il potere e che cercavano di andare bene a tutti: gli accomodanti, camaleonti, quelli che non hanno una propria identità ma a seconda di con chi sono, si adattano e si conformano. La Bibbia direbbe di questi: “Siccome non sei né caldo né freddo, io ti vomito” (Ap 3,15).

Questo tempo (come ogni tempo) è pieno di adulatori dei potenti, di “leccapiedi”, di esecutori, di dipendenti, di uomini senza nerbo, venduti in politica e non solo lì. La gente non se la prende con uno così; uno così non è attaccato, né odiato, né perseguitato semplicemente perché è ininfluente, insignificante, perché non si espone, perché cerca di andare bene a tutti, perché è senza identità, senza fisionomia, senza personalità.

Avete presente quelli che vengono da te e ti dicono: “Sì”; vanno dal tuo avversario e gli dicono: “Sì”. Stanno con tutti che vuol dire che non stanno con nessuno. Se si va bene a tutti allora non si è nessuno: guai a quando tutti diranno bene di voi perché vuol dire che avrete abdicato a voi stessi, perché si sarà allora perso l’uomo.

 

Il filosofo Diogene stava cenando con un piatto di lenticchie. Lo vide il filosofo Aristippo che viveva nell’agiatezza adulando il re. Aristippo gli disse: “Se tu imparassi ad essere ossequioso con il re non dovresti vivere di questa robaccia come le lenticchie”.

Rispose Diogene: “Se tu avessi imparato a vivere di lenticchie non dovresti adulare il re”.

 

Pensiero della settimana

Vuoi conoscere un uomo?

Osservalo quando ha il potere, anche piccolo, su qualcuno:

lì lo vedrai per quello che è.

Il vero potere non è sugli altri ma su di sé.

 

 

 

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