Venerdì Santo 2019

Venerdì Santo

Venerdì 19 aprile 2019

Prima lettura: Is 52,13          Salmo: Sal 30        Seconda lettura: Eb 4,14-16        Vangelo: Gv 18,1 -19,42

 

 

  1. Stare: il senso della croce

Il grande simbolo di questa sera è la croce. Sia la croce fisica=l’essere crocifisso, sia il dramma angosciante, vera croce, che precede la crocifissione di Gesù.

Croce=stauros, indica il palo verticale che veniva conficcato nel terreno. Era una specie di colonna su cui venivano legati i criminali, esponendoli così all’ignominia pubblica, in modo che tutti vedessero ciò che avevano fatto. Sullo stauros veniva posta la trave dei suppliziati (il patibulum), quella che Gesù portò sulle sue spalle.   Gesù lungo il cammino del Calvario non portò tutta la croce ma solamente il legno orizzontale. Giunto sul Golgota, il legno orizzontale fu fissato su quello verticale, già pronto, e un unico chiodo fissò il piede sinistro su quello destro al legno verticale.

Ma stauros viene dal verbo stare, tenersi in piedi. La stessa radice la ritroviamo in latino sto, in inglese stand, in tedesco stehen, in italiano stare.

La statura=la misura dalla testa ai piedi di una persona in posizione verticale; statura significa anche altezza, grandezza, elevatezza (uomo di grande statura morale, intellettuale, ecc.).

Croce è allora stare, rimanere, non fuggire, non scappare, non evadere.

Nella vita dobbiamo imparare a stare, a rimanere. Alcune persone sono come le farfalle: non stanno mai in niente. Producono migliaia di pensieri, migliaia di parole, ma non rimangono, e se non si rimane non si porta frutto.

Un seme diventa un albero se rimane nella terra. Se non rimane… non nasce nulla.

Un uomo e una donna costruiscono un rapporto forte, vero, intenso, se rimangono nel rapporto. Se non ci stanno dentro, si accuseranno l’un l’altro (“colpa mia… colpa tua”).

Una conoscenza la si apprende se “ci si rimane” sopra, si approfondisce, si “tritura” dentro di sé. Se si vuole imparare a basso prezzo, velocemente, non si impara niente.

In questi giorni ho avuto mal di schiena. Ho chiamato un mio amico medico, gli ho detto i sintomi e gli ho detto: “Cosa devo fare?”. E lui: “Niente!”. “Ma ho male!”. “Un po’ di pazienza e passa da solo!”. E così è stato.

A volte non c’è altro da fare che ri-manere: non ci sono soluzioni, non c’è la pillola magica.

 

Spesso di fronte alle cose noi “scappiamo”. E perché scappiamo?

Strategie per scappare sono: non pensarci, far finta di niente, fare un sacco di cose (il fare-fare), anestetizzarci, arrabbiarci, dire che è colpa degli altri, ecc. Scappiamo perché temiamo le emozioni (intensità) che sentiamo (ci destabilizzano; sono troppo forti per noi). Scappiamo perché pensiamo di non aver la forza di farcela (ci manca la stima). Scappiamo perché dovremmo cambiare qualcosa e non ci va.

Vi ricordate anni fa che ci fu il passaggio alla tv digitale: ho la vecchia tv e compro il decoder. Ho la tv, il decoder: provo il primo giorno, niente… il secondo, niente… il terzo, niente… Lantennista dice che è a posto, lelettricista dice che tutto è ok, e non si sa che fare. Bisogna starci sopra perché a volte i problemi non si risolvono in un attimo. Dopo mesi si è scoperto: facendo i lavori avevano messo una vite proprio sul cavo dell’antenna.

Una ragazza ogni volta che entra in intimità con il suo compagno si blocca. Bisogna starci sopra altrimenti non se ne viene fuori. “Ma ho paura! Ho capito, ma se fuggi non serve a niente!”. Lei c’è stata sopra e dal profondo è venuto il perché. Era stata molestata da piccola. Oggi vive l’intimità e la sessualità con grande gioia e piacere.

Una donna non riesce a non litigare con suo marito. Gli vuole bene ma deve sempre trovare qualcosa da dire. Uno potrebbe dire: Non lo ama ha un caratteraccio è irosa. Bisogna starci sopra. Lei ha scoperto il perché: i suoi genitori litigavano sempre, così lei ha imparato che amore=litigio. Era l’unico modo che avevano per comunicare. Così lei oggi fa la stessa cosa, senza volerlo, ovvio!

Stephen Hawking, il più grande cosmologo di tutti i tempi, morto l’anno scorso, è l’esempio di cosa voglia dire stare, anche nel dolore. A 18 anni scopre di essere affetto da SLA (scoprirà in seguito essere atrofia muscolare progressiva).

Gli dissero di abbandonare gli studi perché nel giro di 2-3 anni sarebbe morto. Gli dissero: “Più del 50 per cento ce la fa a sopravvivere oltre i tre anni. Il 20 per cento ce la fa oltre i cinque anni. Da lì in poi il numero precipita. Meno del 5 per cento vive oltre i vent’anni”. Hawking ha vissuto 76 anni! Si è sposato, ha avuto tre figli dal primo matrimonio e due dal secondo e ha continuato a studiare.

Ha attraversato il suo dolore (se si fosse fermato, sarebbe morto e si sarebbe lamentato tutta la vita) e quella tenacia, quella forza di volontà, quel desiderio di andare avanti (dentro le cose) è stata la sua spinta per conoscere l’universo. Perfino quel dolore è stato, per lui, un dono.

 

  1. La croce È il prezzo della liberta’

Il potere religioso teneva ingabbiato il popolo in nome di Dio. Gesù tentò di mettere fine a questo sistema e il sistema mise fine a Gesù.

I capi religiosi quindi non hanno più dubbi e decidono: Gesù dev’essere catturato, eliminato.

Il problema più grande non era che Gesù guariva, non era che Gesù facesse miracoli di sabato, non era che Gesù si facesse Figlio di Dio… Il problema più grande era che Gesù rendeva le persone libere.

Cosa vuol dire rendere libere le persone? Vuol dire sottrarle al potere dell’autorità. Allora non obbedisci più al ruolo perché uno è sacerdote, scriba, o fariseo, ma solamente se quello che dice parla al tuo cuore, parla di umanità, di autonomia, di Vita vera. La libertà è dire: “Io non sono tuo”. Libertà è dire: “Tu non sei mio”.

Una persona libera non la puoi gestire, controllare, ingabbiare: ti scappa. La cosa più pericolosa per l’autorità è la libertà: un uomo libero non è più in tuo controllo. Un uomo libero è come il vento: non si può fermare.       Un uomo libero è come il fuoco: brucia e non guarda in faccia nessuno. Un uomo libero è come l’amore: non si può comprare, barattare. Un uomo libero è come lo specchio: ti fa vedere quello che tu hai veramente dentro.

Per questo tutti gli uomini liberi saranno amati da tutti quelli che sentiranno la verità delle loro parole, della loro vita e l’amore per ciò che è. Ma saranno odiati a sangue, rigettati, accusati, da tutti quelli che non possono accettare la luce, la libertà e la verità. Saranno considerati i peggiori nemici, da eliminare, perché le parole di un uomo libero ti tormentano la coscienza, ti danno fastidio e non ti lasciano mai in pace.

Un figlio libero ti può disobbedire, se ne può andare e può fare diversamente o al contrario di te.

Un uomo libero ti può contrariare, ti può dire: “Io non lo faccio… io mi dissocio… io non ci credo”.

Un uomo libero non si lascia più giocare dai sensi di colpa e non si controlla più.

 

Ma l’amore è rendere liberi, perché l’amore che non rende liberi rende schiavi.

Le persone più odiate in tutti i tempi, come Gesù, saranno quelle che vi porteranno la libertà. Sono le più pericolose, quelle che devono essere fermate a tutti i costi. Costi quel che costi. Fare del bene sarà considerato male per molti.

Il filosofo Diogene stava cenando con un piatto di lenticchie. Lo vide il filosofo Aristippo che viveva nell’agiatezza adulando il re. Aristippo gli disse: “Se tu imparassi ad essere ossequioso con il re non dovresti vivere di questa robaccia come le lenticchie”. Gli rispose Diogene: “Se tu avessi imparato a vivere di lenticchie non dovresti adulare il re”.

Eugen Drewermann, quando il 13 dicembre 2005 durante una intervista annuncia a sorpresa di aver lasciato la chiesa, dice: “Mi sono fatto un regalo: la libertà!”.

Patrick Henry, protagonista della rivoluzione americana che denunciò la corruzione dei funzionari pubblici e rivendicò i diritti degli abitanti delle colonie, quando fu catturato dagli inglesi e fu messo di fronte alla scelta di rinunciare alla rivoluzione e di unirsi agli inglesi o di essere fucilato come traditore, disse: “Datemi la libertà o datemi la morte”. E per la libertà, morì!

 

  1. La croce è il simbolo della morte: quando la paura regna!

Chi è che ha ucciso Gesù? Formalmente Pilato. È l’unico che poteva salvarlo ed è colui che ha dato via alla pena capitale.

Ma sono proprio andate così le cose? Nei vangeli della passione, infatti, tanti uomini girano attorno a Gesù. Sono tutti delle marionette, dei burattini, perché sono dominati, in preda ad una cosa.

Mentre loro continuano a rimanere in vita e Gesù muore, in realtà l’unico vivo (prima e dopo) è Gesù e tutti gli altri sono morti.

E cosa li ha uccisi? La paura! E se Gesù muore da vivo, tutti questi vivono da morti. Tutti muoiono; solo alcuni vivono veramente.

 

Guardiamo a tutti i personaggi che ci sono durante la Passione.

Il sinedrio (cioè i politici del tempo) vuole la sua morte: “È pericoloso, destabilizza il popolo. Non scende a compromessi”. Di cos’hanno paura? Di perdere il loro potere e i loro privilegi. Mica lo uccidono loro Gesù: loro mettono in giro solo delle false dicerie.

 

I sacerdoti: vogliono la sua morte: “Non fa come tutti gli altri. Ha una dottrina tutta sua!”. Di cos’hanno paura? Di dover cambiare le proprie convinzioni! Mica lo uccidono loro Gesù: loro parlano solo e dicono che è un uomo pericoloso.

 

I poveri sono delusi: “Tante belle parole ma pochi fatti!”. Di cos’hanno paura? Di lasciarsi coinvolgere. Mica lo uccidono loro Gesù: loro non fanno nulla e si aspettano che sia lui a fare qualcosa.

 

Pietro è arrabbiato: “Tu non fai e non sei come io vorrei!”. Di cos’ha paura? Di cambiare, di vederlo per quello che è e non per quello che ha in testa. Mica lo uccide lui Gesù: lui dormirà (=farà finta di niente) nel momento clou!

 

Gli apostoli sono perplessi: “Tu ci chiedi troppo!”. Di cos’hanno paura? Delle conseguenze: può essere rischioso credergli. Mica lo uccidono loro Gesù: loro solo scapperanno invece di aiutarlo!

 

Allora: Gesù lo ha ucciso Pilato o lo hanno ucciso tutti quelli che potevano fare qualcosa, che potevano dire: “Io non ci sto!… Io no… Io non sono d’accordo… io mi oppongo…” e per paura non lo hanno fatto?

Un mafioso aveva iniziato a collaborare con Paolo Borsellino prima della strage di Capaci. Quando fu minacciato dagli altri mafiosi, ritrattò tutto e non disse più nulla. Borsellino lo andò a trovare in carcere e gli disse: “Perché non dici più nulla?”. “Perché ho paura”. “Ma che uomo sei? È meglio morire una volta sola che tutti i giorni”. Dopo queste parole riprese a parlare.

La paura è così: ti uccide ogni giorno e ti costringe a commettere cose che mai avresti voluto.

 

Io guardo a Gesù: l’uomo che non è stato vinto dalla paura. Guardo a Gesù che è andato fino in fondo, che non si è sottratto, che non è scappato, che non è fuggito. E lo guardo non tanto per ammirarlo ma per imparare, per vincere anch’io la mia paura. Fa’ che la morte mi trovi vivo. Non voglio morire prima che la morte mi raggiunga. A che serve stare al mondo tanti anni se dentro sei già spento? Sii vivo e resta vivo; non permettere che la paura ti uccida!

Ad un certo punto della sua vita Martin Luther King si trovò ad un bivio. Il suo programma di liberazione dei neri diventava pericoloso per la sua incolumità. Ma una notte, finché era in preghiera in cucina, sentì forte e chiara dentro di sé una voce: “Martin Luther, battiti per ciò che è giusto. Battiti per la verità. Ed ecco io sarò con te, anche fino alla fine del mondo”. Quella fu la svolta della sua vita e lui stesso disse più volte. “E non me ne sono mai pentito!”.

Un magistrato antimafia, minacciato dalla mafia, si fece spostare e venne al nord. Intervistato prima di morire gli venne chiesto: “Cosa rifarebbe e cosa non rifarebbe se tornasse indietro?”, rispose: “Avevo cinquant’anni ed ero vivo. Poi minacciarono di farmi uccidere, e prima o poi, forse, ci sarebbero anche riusciti. Per paura emigrai al nord. In quel giorno sono morto, anche se sono ancora in vita. In quel giorno la mafia mi ha vinto. Se tornassi indietro preferirei morire da vivo che vivere da morto”.

 

Bussarono alla porta. La paura andò ad aprire e fu divorata.

Bussarono alla porta. La fiducia andò ad aprire… e non c’era nessuno.

 

  1. La croce è il simbolo della vita: Gesù non è mai morto!

Nessun vangelo dice che Gesù morì, ma che “rese, consegnò lo Spirito” (Gv 19,30). Ed è dalla morte di Gesù che spirare vuol dire “morire”: infatti non si trova quest’espressione da nessuna parte prima di allora.

Gesù non muore (nel senso profondo): gli uomini non sono riusciti ad ucciderlo. Gesù consegna lo Spirito: il suo Spirito passa a tutti noi. La sua morte diventa un dono di vita per tutti noi. Lui vive in noi. Il suo Spirito vive in tutti quelli che lo accolgono, in tutti noi.

Gesù non è morto una volta sola, 2000 anni fa. Gesù muore ogni volta che io non faccio vivere in me il suo Spirito. Lui vive in me: ma io poi decido se farlo nascere o se lasciarlo nel sepolcro del mio cuore.

Non solo i sommi sacerdoti o Pilato hanno ucciso Gesù (la cosa non ci infastidisce più di tanto perché noi non c’eravamo), ma anch’io. Se Lui non vive in me, Lui muore in me.

Il suo Spirito vive in te. Il venerdì Santo si conclude così: Gesù ti dà lo Spirito. E adesso che si fa? Lui vive in te e tu vivi di Lui. Lui non c’è più. Fisicamente no. Come presenza viva in te, sì. Ci sei tu e il Suo Spirito in te. Se lo farai vivere sarà Pasqua. Scegli.

 

L’inferno era pieno e mancava solo un posto. Solo uno. Il diavolo cercava per quell’ultimo posto uno di speciale, di particolare. C’erano a disposizione molti candidati: chi aveva ucciso… chi aveva fatto strage, chi aveva fatto nefandezze inenarrabili. Ma il diavolo voleva uno speciale. Dopo averne interrogato molti, incontrò un uomo: “Tu hai rubato’”. ”Mai!”. “Hai ucciso?”. “No”. “Hai fatto qualche peccato particolare?”. “No”. “C’è stata tanta nefandezza al tuo tempo, possibile che tu non abbia fatto o visto niente?”. “Sì, ho visto tutto, ma io non ho fatto niente!”. “Cioè: Tu hai visto tutto quello che accadeva… e non hai fatto niente”. “Proprio così!”. “Entra il posto è tuo!”.

Un sant’uomo passeggiava per la città quando si imbatté in una bambina dagli abiti laceri che chiedeva l’elemosina. Si rivolse a Dio e gli disse: “Dio, come puoi permettere questo? Ti prego, fai qualcosa”. Alla sera il telegiornale mostrò altre scene di morte, occhi moribondi e tanta sofferenza di bambini: “Signore, fai qualcosa”. Durante la notte il Signore gli rispose: “Ho fatto te!”.

 

Lui vive in noi… se vogliamo farlo risorgere.

Lui muore in noi… se vogliamo lasciarlo nel sepolcro.

 

Pensiero della settimana

Se non ti arrampichi, non puoi cadere.

Ma vivere tutta la vita sul terreno non ti darà gioia.

 

 

 

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