Pasqua di Resurrezione

Pasqua Di Resurrezione

Domenica 21 aprile 2019

Prima lettura: At 10, 34-43      Salmo: Sal 117          Seconda lettura: Col 3, 1-4        Vangelo: Gv 20, 1-9

 

 

Buona Pasqua a tutti voi. Vorrebbe essere un augurio profondo e non una frase fra le tante. Che non sia solo una frase ma che sia qualcosa che ci entri dentro e che cambi la nostra vita.

Che sia Pasqua, cioè passaggio (paschà=passaggio), evoluzione, crescita, rinascita e che sia buona, che sia un passaggio che faccia bene al nostro cuore e al nostro animo.

 

Cos’è la Pasqua? Cronologicamente è oggi, domenica, 21 aprile. Etimologicamente è una parola ebraica (pesah) che vuol dire passaggio. Catecheticamente indica la resurrezione dalla morte di Gesù. Teologicamente indica che Gesù il Risorto vive sotto un’altra condizione.

Ho chiesto ad un bambino della scuola dell’infanzia: “Cos’è la Pasqua?”. E lui: “È il giorno in cui la nonna arriva con l’uovo di cioccolata per i piccoli e la colomba per i grandi”.

Tutti sappiamo che oggi è Pasqua. Con la mente lo sappiamo. Ma sappiamo davvero tutti cos’è Pasqua? Pasqua è un sapere o è qualcos’altro?

 

A Pasqua spesso viene regalato ai bimbi un uovo. Adesso è di cioccolata perché è più buono, ma una volta si facevano “le uova” bollite e colorate. Perché? Perché Pasqua è il segno, il simbolo di qualcosa di nuovo, di inaspettato, che nasce.

L’uovo è il segno della nascita per eccellenza: c’è qualcosa dentro che sta nascendo, non si vede, ma c’è.

  1. L’uovo, inoltre, indica da una parte lo scudo, la resistenza, la fatica, la corazza, che bisogna forare, bucare perché nasca qualcosa di vitale, di nuovo.
  2. Dall’altra indica il tempo (la cova) necessario perché qualcosa di nuovo nasca: ogni gravidanza ha bisogno del suo tempo; ogni nascita non si può improvvisare, accelerare, ha bisogno del suo tempo. Ci vuole il tempo che ci vuole.

“Un uomo vedeva un bruco che stava diventando farfalla. E vedendo la sofferenza di questa trasformazione, soffiò un delicatissimo alito caldo in modo che la cosa potesse avvenire più velocemente e con la minore sofferenza possibile. E fu così… Solo che il passaggio fu troppo veloce e le ali non si formarono a sufficienza per volare”.

Il nuovo è così: ha bisogno sempre di un tempo di formazione, di gestazione e tempo di fatica, di dolore. Ma quando nasce tuo figlio, quanta felicità c’è! Quando poi nasce è incredibile, fantastico.

 

Pasqua vuol dire: “Esci fuori… dischiuditi… nasci… compi il passaggio… rompi la corazza, lo schema, l’automatismo e fa nascere qualcosa di nuovo…”. Quando ci auguriamo Buona Pasqua, questo ci auguriamo!

 

 

Leggendo i Vangeli di Pasqua ho trovato delle costanti che ricorrono in tutti i Vangeli.

 

  1. Chi sono i tuoi angeli?

 

Pasqua è vedere gli angeli. In tutti i vangeli di risurrezione ci sono gli angeli.

Mt 28,2-3 dice che quando la Maddalena e l’altra Maria vanno al sepolcro: “Vi fu un gran terremoto e che un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve”.

Mc 16,5 dice che quando le donne preoccupate per la pietra pesantissima del sepolcro arrivano lì, la trovano già rotolata e che “entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto alla destra, vestito d’una veste bianca”. Un angelo!

Lc 24,4 racconta che le donne quando vedono la pietra rotolata via dal sepolcro “vedono due uomini apparire vicino a loro in veste sfolgoranti”. Due angeli!

Gv 20,11 racconta che la Maddalena vede due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto Gesù.

 

Noi Occidentali abbiamo ridotto gli angeli a dei capponi svolazzanti, eteri, alati, dai capelli dorati. Ma per il Vangelo l’angelo ha un compito “attivo”, è un messaggio (anghelo=annuncio, messaggio) reale di vita: è un “liberatore” (Dn 3,95), “appare in sogno” (Mt 1,20), “porta ordini” (Gen 21,17; 22,11), “apre le porte della prigione” (At 5,19), “annuncia una fecondazione” (Lc 1,26), “avvisa di un pericolo” (At 10,22), “annuncia gioie” (Lc 2,10), “entra in contesa col diavolo” (Zc 3,2), “salva dal fuoco della fornace” (Dn 3,49), “custodisce” (Lc 4,10; At 12,15), “è testimone della conversione dei peccatori” (Lc 15,10).

Chi è allora l’angelo? L’angelo è Dio che agisce (con te e per te) nella tua vita. Ogni volta che Dio agisce tramite uno “strumento umano” (cosa, persona, sogno, intuizione, ecc.), quello è un “angelo”.

 

Alfred, un ragazzo della Costa d’Avorio che oggi ha 22 anni, mi ha raccontato pochi giorni fa che nel 2010, quando aveva circa 13-14 anni, è scappato dalla Costa d’Avorio per la guerra civile; arrivato alla frontiera – i guerriglieri chiedevano il cognome e tutti quelli con il suo cognome (dell’etnia nemica ai guerriglieri) venivano fucilati al momento (si riconoscono la provenienza dai cognomi) – si è visto la morte certa davanti.

Il ragazzo davanti a lui, cognome della stessa regione del suo, è giustiziato con una mitragliata alla testa davanti ai suoi occhi. Non poteva più scappare e quando i militari gli hanno chiesto il nome (se menti e se ne accorgono, sicuramente vieni fucilato!) lui si è sentito perso: “È la fine!”.

In quell’esatto momento da una casa dietro esce una donna che gli urla: “Mah!, nipote mio, ti avevo detto di aspettarmi! Prendi i bagagli sbrigati!”.

Allora i militari chiedono alla donna: “Chi è?”. “Mio nipote!”. E siccome la donna era dell’origine dei guerriglieri, li hanno fatti passare tutte e due.

Lui, passato la frontiera, non si è voltato subito (perché la paura di morire era tremenda) e la gente era tanta. Appena ha potuto si è voltato… ma la donna non c’era più.

Non ha mai saputo chi era… e mai lo saprà: certamente un angelo del cielo!

 

Ogni passaggio, ogni trasformazione, avviene grazie ad un angelo, a qualcuno che ti aiuta, che ti salva, che ti accompagna, che ti sostiene, che ti dà quella forza che tu non hai.

Resurrezione è: “Chi in quest’anno (dalla Pasqua dell’anno scorso) è stato il tuo angelo?”. Chiamalo, mandagli un messaggio e diglielo: “Sei (stato) il mio angelo!”.

 

 

  1. “Muoviti”.

 

In tutti i vangeli pasquali le persone devono muoversi.

In Gv 20,1 Maria di Magdala va al sepolcro. Ma anche Simon Pietro e l’altro discepolo, avvisati da lei, vanno, anzi corrono al sepolcro (Gv 20,4).

In Lc 24,1 le donne vanno al sepolcro. I due discepoli di Emmaus (Lc 24,12-35) sono in cammino quando Gesù, sotto false spoglie, si mostra a loro.

In Mc 16,1 sono Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome che vanno al sepolcro.

Per Mt 28,1 è Maria di Magdala e l’altra Maria che vanno al sepolcro.

 

Muoversi vuol dire “avere voglia di” cercare, di capire, di trovare; è quel desiderio che ti dice: “Voglio cercare; voglio sapere; voglio imparare; voglio esplorare; voglio saper di più; voglio andar più in profondità”.

Il contrario è il confort: “Mi sta bene così!; mi accontento; che fatica!; mi tengo quel che so; mi va bene così”.

 

Mi fa sempre ridere (e soprattutto pensare) la storia di quell’uomo che ogni sera diceva: “Gesù, Gesù, fammi vincere al Superenalotto”. E questo per una sera, due sere, una settimana, un mese, sei mesi. Dopo sei mesi, una sera, Gesù, sfinito dalla stessa continua preghiera dell’uomo, gli dice: “E va bene!, ma compra un biglietto almeno”. Lui c’è, ma tu fa’ qualcosa.

Alla gente piace piangersi addosso, fare la vittima, lamentarsi. È quello che fanno le donne e gli apostoli: vanno al sepolcro per piangere (staticità).

 

Un buon ebreo arrivò correndo dal suo rabbino e declamò: “Rabbì, è successa una cosa terribile. Mio figlio vuole sposare una cristiana!”. “Tuo figlio? – rispose il rabbino – Guarda me: anche mio figlio, e sì che io sono il capo di una comunità e tutti vedono in me un esempio, vuole sposare una cristiana e farsi addirittura sposare”. Allora il buon ebreo tacque per un momento, confuso, poi disse: “Tutti vengono da te con i loro problemi, ma tu cosa fai quando hai un problema così grosso? A chi ti rivolgi’”. “Cosa vuoi che faccia? Mi sono rivolto a Dio”. “E… cos’ha detto Dio?”. “Dio mi ha detto: “Tuo figlio?… Guarda un po’ il mio!””.

Tutti hanno problemi e tutti hanno difficoltà. Non sei l’unico al mondo e non sei il solo. Quindi non drammatizzare e non sentirti vittima di un destino che ce l’ha con te. Invece, datti da fare, muoviti e affronta i tuoi problemi.

 

La vita è movimento, energia: avete mai visto un bambino sano stare fermo?

Un uomo aveva i piedi che puzzavano. Ogni volta che entrava nel letto matrimoniale, sua moglie ne era infastidita. La cosa perdurava da 5 anni. Lei aveva provato di tutto: si era informata sulle cause, aveva acquistato polveri ed oli essenziali, ecc. Lui invece se ne fregava di tutto; lei invece continuava a lamentarsi della situazione. Poi un giorno lui rincasò e trovò i letti divisi in due stanze: lei si era mossa, aveva agito… e da quel giorno prese a lavarsi i piedi tutte le sere!

Se la tua vita non ti piace, ha qualcosa che non va, invece di piangerti addosso… muoviti tu!

 

 

  1. Impossibile? Solo se lo credi!

 

È venuta una donna di 40 anni e le ho chiesto: “Cosa ti realizzerebbe pienamente?”. “Studiare osteopatia e aiutare i bambini con disabilità”. “Perché non lo fai?”. “Eh, impossibile”, e giù con una serie di ottime giustificazioni: ma giustificazioni. “Ma è impossibile oppure è che ci vuole impegno, dedizione? Impossibile o paura di cambiare la tua vita per ciò?”. “La seconda!”. Oggi sapete cosa fa questa donna? Nel suo tempo libero, poiché è osteopata, aiuta i bambini disabili.

 

Pensa a quella cosa che, se la facessi, ti farebbe dire: “Adesso sono pienamente realizzato”. È impossibile o è paura? Impossibile o è quello che devi ancora iniziare? Impossibile o sfiducia su di te?

 

Nei vangeli tutti dicono: “È impossibile! Non ci credo!”. Quello che hanno davanti, quello che vedono è così im-pensato, in-sognato, im-possibile, che non riescono a credere, che non riescono ad accettarlo (in-accettabile), che non riescono a riconoscerlo (ir-riconoscibile), che non riescono a vederlo (in-visibile). “Non ci credo… dai!, non è possibile!… è troppo strano… è incredibile!… impossibile!”.

 

In Lc 24,13-35 Cleopa e l’altro discepolo sulla strada di Emmaus fanno chilometri e chilometri prima di riconoscere Gesù nello spezzare il pane.

In Lc 24,36-43 quando Gesù appare agli apostoli pensano che sia un fantasma.

In Gv Pietro, Giacomo, Giovanni, Natanaele, Tommaso e altri due discepoli non lo riconoscono sulla riva. Lo “vedono” solamente quando la rete, gettata dalla parte destra, è piena di pesci. E anche nelle due apparizioni ai discepoli senza e con Tommaso, devono vedere le mani e il costato per riconoscerlo (Gv 20,19-29). Non parliamo poi di Maria Maddalena (Gv 20,11-18) che ce l’ha davanti e non riesce a “sentirlo” se non quando la chiama per nome: “Maria!”.

In Mt e in Mc le donne hanno davanti gli angeli (=immagini di Gesù Risorto) ma non lo riconoscono.

Perché non riescono a vederlo: perché la resurrezione è stata una sorpresa im-possibile anche solo da pensare, da immaginare o da proferire. Era cioè qualcosa di troppo lontano da loro, per cui di fronte all’evidenza dicevano: “No, è impossibile!”.

 

Legare un elefante è impossibile perché ha la forza per spezzare qualsiasi corda e per sradicare ogni palo e albero. Eppure lo legano ad un palo e lui rimane attaccato lì. Com’è possibile? Semplice! Fin da piccolo la sua zampa verrà legata ad un palo con una corda robusta. L’elefante è piccolo, la corda è forte e non riesce a liberarsi. Così l’elefante impara che la corda è inamovibile, onnipotente: da adulto ha questa credenza, quest’idea dentro di sé e così ogni volta che sentirà la corda intorno alla zampa crederà che quella corda sia onnipotente.

 

Ferdinando Magellano aveva un sogno: circumnavigare la terra. Gli dissero: “Impossibile!”. “Impossibile perché nessuno non lo ha mai fatto prima. Quando l’avrò fatto sarà possibile”.

 

C’era una volta un mullah che sul suo cammello si recava alla Mecca. Mentre si avvicinava a un’oasi, vide tre uomini che piangevano. E così fermò il cammello e chiese loro: “Figli miei, cosa succede?”, ed essi risposero: “È appena morto nostro padre, e noi lo amavamo tanto”. “Ma – disse il mullah – sono sicuro che vi amava anche lui, e sicuramente vi ha lasciato qualcosa”.

I tre uomini risposero: “Sì, certo, l’ha fatto. Ci ha lasciato dei cammelli e le sue ultime volontà stabiliscono che 1/2 vada al figlio maggiore, 1/3 al secondo, e 1/9 al più giovane. Ci piacciono i cammelli, siamo d’accordo sulle parti assegnate a ciascuno di noi, ma c’è un problema: ci ha lasciato 17 cammelli e noi siamo andati a scuola e sappiamo che 17 è un numero primo. Noi amiamo i cammelli, non possiamo farli a pezzi!”.

Il mullah rifletté un momento, e poi disse: “Vi dò io il mio cammello, così ne avete 18”. Ed essi gridarono: “No, non puoi farlo, sei in cammino per qualcosa di importante”. Il mullah li interruppe: “Figli miei, prendete il cammello, e andate avanti”.

Così divisero 18 per 2 e il figlio maggiore ricevette 9 cammelli, 18 per 3 e il secondo figlio ricevette 6 cammelli, 18 per 9 e il figlio più giovane ebbe 2 cammelli: un totale di 9 + 6 + 2 = 17 cammelli.

Rimaneva un cammello, uno solo: quello del mullah. Il mullah disse: “Siete contenti? Bene, allora posso forse avere indietro il mio cammello?”. E i tre uomini, colmi di gratitudine, dissero: “Ma certo!”, senza capire bene cos’era successo.

 

Un contadino aveva scoperto che i cani del vicino uccidevano le sue pecore. Il metodo usuale per risolvere la questione era semplice: confronti, minacce, cause legali, recinzioni, filo spinato, nei casi estremi fucilate. Ma il contadino ebbe un’idea creativa, propositiva: diede degli agnelli come animali da compagnia per i bambini del vicino. Fu una soluzione vincente-vincente per entrambi: per amore, infatti, delle adorabili bestiole dei figli, i vicini legarono i cani di spontanea volontà e le due famiglie diventarono amiche.

 

Situazioni impossibili? In genere ciò che chiamiamo impossibile è ciò che non abbiamo ancora trovato, è ciò che ci costringe a cambiare idea, prospettiva, a fare diversamente.

Ma puoi sempre credere che sia impossibile… e se credi così, sarà!

 

Disse Alice: “È impossibile!”. Il Cappellaio Matto: “Solo se pensi che lo sia” (dal film Alice in Wonderland).

Einstein: “Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa”.

Bebe Vio, la schermitrice paraolimpica: “Se sembra impossibile, allora si può fare”.

Muhammed Alì: “Impossibile è solo una parola pronunciata da piccoli uomini che trovano più facile vivere nel mondo che gli è stato dato, piuttosto che cercare di cambiarlo”.

Francesco d’Assisi: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”.

Pablo Picasso: “Io faccio sempre ciò che non posso fare, in modo da imparare come farlo”.

 

Noi abbiamo bisogno di uomini risorti, di uomini che ci insegnino che l’impossibile è semplicemente il futuro, quello che abbiamo davanti, e quando l’avremo fatto sarà il passato. Uomini che ci dicano che il possibile è ciò che abbiamo già fatto e che la vera sfida è fare quello che ancora non abbiamo fatto, che magari solamente osiamo sognare o sperare.

 

 

  1. Cambia la tua vita

 

Nei vangeli tutti quelli che hanno incontrato Gesù Risorto sono cambiati. Non sono più stati gli stessi: dopo l’incontro non furono più come prima dell’incontro. Cioè, furono così radicalmente trasformati da essere degli “altri” uomini e donne, da essere diversi, da essere non più riconoscibili dai loro familiari, da essere chiamati “pazzi, eretici, fanatici, ubriachi”.

 

Vuoi incontrare Gesù? Se hai risposto: “Sì”, allora ti faccio un’altra domanda: “Sei disposto a cambiare tutto per trovare il Tutto?”. Se hai risposto: “Sì”, allora, di certo, lo incontrerai.

Mt 28,1-8 racconta che le donne vanno al sepolcro piene di paura ed escono piene di gioia.

Mc 16,15-20 racconta che gli Undici “scacciano i demoni, prendono in mano i serpenti, bevono i veleni, impongono le mani ai malati e li guariscono”: cioè sono “degli altri” rispetto a quelli di prima.

In Lc 24,13-35 i due discepoli di Emmaus cambiano radicalmente “via, strada” quando lo riconoscono.

In Gv l’incontro con Gesù di Pietro, Giovanni, della Maddalena cambiò radicalmente la loro vita, il loro sentire, la loro paura, il loro amore e non saranno mai più quelli di prima.

 

Facciamoci un test: questa sera (oggi) è il nostro ultimo giorno di vita. Fatevela seriamente questa domanda: cosa rimpiangereste? Cosa vorreste aver fatto, cosa vi pentireste di non aver mai provato?

 

Bronnie Ware, un’infermiera australiana nella rete delle Cure Palliative per i malati terminali, che assisteva i moribondi nelle loro ultime 12 settimane, ha riportato per anni le loro ultime parole e desideri in un blog intitolato “Inspiration and Chai” che ha avuto un seguito talmente grande da convincerla a scrivere un libro intitolato “I 5 più grandi rimpianti dei morenti”.

Quando la Ware ha chiesto ai suoi pazienti di eventuali rammarichi, o su qualcosa che avrebbero fatto diversamente, sono venuti fuori molti temi comuni. Nessun accenno al non aver fatto più sesso o a non avere provato a fare sport estremi, ma il rimorso di non aver speso più tempo con la propria famiglia, coltivato le amicizie o cercato con più accortezza la via della felicità. Questi i cinque più comuni rimpianti, secondo la testimonianza dell’infermiera.

 

  1. (posto) VORREI ESSERE STATO CAPACE DI RENDERMI PIÙ FELICE.

Questo è sorprendentemente comune a tutti. Molti non si rendono conto, finché non è tardi, che la felicità è una scelta. Sono rimasti bloccati nelle loro abitudini e nella routine.

Il cosiddetto “confort” di familiarità si è espanso anche alle loro emozioni, perfino ad un livello fisico. La paura del cambiamento li fa fingere con gli altri e mentire a sé stessi, convincendosi di essere contenti, quando nel profondo, non desideravano che ridere a crepapelle e un po’ di infantilità nella loro vita.

 

  1. VORREI ESSER RIMASTO IN CONTATTO CON I MIEI AMICI.

Spesso non sono riusciti ad apprezzare quale privilegio magnifico fosse avere dei vecchi amici se non nelle loro ultime settimane e non sempre era stato possibile rintracciarli. Molti erano così concentrati sulle proprie vite che hanno perso per strada delle amicizie d’oro nel corso degli anni. Molti rimpiangevano profondamente di non aver dato alle amicizie il tempo e lo sforzo che si meritavano. Ognuno sente la mancanza dei propri amici quando sta morendo.

 

  1. VORREI AVER AVUTO IL CORAGGIO DI ESPRIMERE I MIEI SENTIMENTI.

Molte persone sopprimono i propri sentimenti in modo da mantenere il quieto vivere con gli altri. Di conseguenza, si accontentano di un’esistenza mediocre e non diventano mai chi erano realmente in grado di divenire. Come risultato, amarezza e risentimento diventano delle malattie che si sviluppano dentro.

 

  1. VORREI NON AVER LAVORATO COSÌ DURAMENTE.

Questo è venuto fuori da ogni paziente di sesso maschile che ha assistito. Si sono persi l’infanzia dei loro figli e la compagnia dei propri partner. Anche alcune donne hanno menzionato questo rimpianto ma come se fossero di una vecchia generazione, molti dei pazienti di sesso femminile non erano stati capifamiglia. Tutti gli uomini che ho curato hanno rimpianto profondamente l’aver trascorso così tanto della loro esistenza a dedicarsi sfrenatamente al lavoro.

 

  1. VORREI AVER AVUTO IL CORAGGIO DI VIVERE UNA VITA COME VOLEVO IO, NON QUELLA CHE GLI ALTRI SI ASPETTAVANO DA ME.

Questo il rammarico più comune per tutti. Quando le persone si rendono conto che la loro vita è quasi finita e ripensano ad essa tirando le somme, è facile rendersi conto di quanti sogni sono rimasti insoddisfatti.

La maggior parte delle persone non aveva realizzato nemmeno la metà dei propri sogni e doveva morire con la consapevolezza che era a causa di scelte che aveva compiuto. La salute offre una libertà di cui in pochi si rendono conto, fino a quando non la perdono.

 

Come diceva il poeta Henry David Thoreau: “Vivere con saggezza, vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto”.

 

Visto che sei in tempo… cosa aspetti a cambiare?

 

 

  1. Vado io: questo mondo ha bisogno di me!

 

In tutti i vangeli coloro che hanno incontrato Gesù sono diventati poi testimoni, discepoli, annunciatori, Gesù, per altri. Le donne e la Maddalena per gli apostoli; i discepoli per Tommaso; i discepoli di Emmaus per gli apostoli; gli apostoli per tutti gli uomini.

Le donne vanno al sepolcro: ma l’incontro con il Risorto le butterà fuori nel mondo. I discepoli di Emmaus tristi, si rinchiudono in sé: ma dopo l’incontro torneranno nel gruppo degli apostoli.

Ma chi erano gli apostoli? Pietro lo aveva rinnegato bestemmiando; Giuda lo aveva tradito; Giacomo e Giovanni cercavano posti di potere e di prestigio; tutti quando lui ne aveva bisogno hanno dormito, lo hanno abbandonato e sono scappati. Non certo bella gente! Eppure! Eppure quei Dodici lì hanno cambiato il mondo!

Alcuni esperimenti realizzati in Giappone con le scimmie hanno mostrato come alcune di esse avessero imparato a buttare in acqua delle patate dolci per ripulirle dalla sabbia. Dopo un lungo periodo, la centesima scimmia, discendente dalle prime, aveva capito come doveva fare. Era stata raggiunta la massa critica e tutta la colonia aveva adottato quell’abitudine. Ancor più stupefacente è il fatto che le scimmie delle isole vicine si fossero messe a fare altrettanto, anche se nessuna delle scimmie-cavie era entrata in contatto con loro (è la teoria morfogenetica di Sheldrake).

Non importa se tu sei la 50° o la 40° scimmia, il mondo ha bisogno di te.

Tu sei ricco: sei capace di fare il pane… di tagliare l’erba… di cucire un bottone… di raccontare le barzellette… di compilare le schede delle tasse… di cantare… di ballare… di risolvere gli enigmi… di ascoltare le persone…: che aspetti? Metti questo a disposizione gratis del mondo!

La gente dice: “E tu cosa mi dai… lui non mi da niente… se non ci guadagno io non lo faccio… io per niente, niente… nessuno fa niente per te…”. Comincia tu! Qual è il modo migliore per essere felici? Far felici gli altri.

Seneca diceva: “Se vuoi essere amato comincia ad amare”. Se vuoi essere felice, fai felici gli altri. Se vuoi guarire dalle tue ferite, guarisci le ferite di altri. Se vuoi essere ricco, dona. Metti le tue doti, i tuoi talenti, il tuo tempo, le tue risorse, a disposizione del mondo.

 

La gente dice sempre: “Che mondo di m…; nessuno ti aiuta; la gente fa così, fa colà, ecc.”. È vero: questo mondo ho bisogno proprio di te per essere cambiato.

 

Negli U.S.A ci sono state due gemelle nate prematuramente, a 7 mesi. Negli U.S.A. c’è un protocollo per cui i neonati vengono separati. Ma potete capire cosa vuol dire per 7 mesi vivere insieme, sentire il pulsare del cuore per 7 mesi e cosa voglia dire essere separati, essere messi in un’altra incubatrice, sotto le luci, in posizione prona, ecc.

Una di queste due ha iniziato ad avere dei problemi, la vitalità decresceva e stava per morire. E un’infermiera si è detta: “Devo fare qualcosa! Queste due bambine hanno bisogno di me: posso fare come tutti, cioè non fare nulla? No! Violerò il protocollo!”.

Ha preso la neonata più debole che stava morendo e l’ha portata nella incubatrice della sorella. E qui cos’è successo? Immediatamente, quella più forte, con il braccio ha circondato le spalle della sorellina, e immediatamente gli indicatori della vitalità della sorella sono ripresi; ora sono vive tutte e due.

 

Marito e moglie, sposati da cinquant’anni, hanno lavorato una vita per accumulare un gruzzolo di soldi. Sapete poi cos’è successo? Sono morti tutti e due nel giro di una settimana.

Un giovane e una ragazza sono appoggiati al parapetto di una nave lussuosa. Si tengono teneramente appoggiati. Si sono appena sposati e questa crociera è la loro luna di miele. Stanno parlando del presente pieno di tenerezza e amore che appare roseo. Il giovane dice: “Il mio lavoro ha ottime prospettive e potremo presto trasferirci in una casa più grande. Fra 8-10 anni potrò mettermi in proprio. Vedrai saremo felici”. La giovane sposa continua: “Sì, e i nostri bambini potranno frequentare le scuole migliori e crescere in serenità”. Si baciano e se ne vanno. Su di un salvagente, legato al parapetto si può vedere il nome della nave: Titanic!

 

Cosa aspetti? Il mondo ha bisogno di te ora, adesso, subito.

 

 

Pensiero della settimana

Adesso fermati… e abdica.

E da oggi sii il re di te stesso.

 

 

 

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