Apparizioni ai Discepoli e a Tommaso

II Domenica di Pasqua

Domenica 28 aprile 2019

Prima lettura: At 5, 12-16      Salmo: Sal 117          Seconda lettura: Ap 1, 9-19      Vangelo: Gv 20, 19-31

 

 

I vangeli di queste domeniche pongono la grande domanda: “Si può incontrare il Risorto?”. E se sì, come? Dove? In che modo? A quali condizioni?

Per capire questo vangelo dobbiamo considerare alcune cose.

Il vangelo di oggi racconta di due apparizioni: nella prima non c’è Tommaso, nella seconda sì.

  1. Tommaso è il legame di unione tra le due, ma ogni apparizione ha un significato diverso. Nella prima viene creata la nuova comunità cristiana con la stessa forza e lo stesso potere di Gesù. Nella seconda viene comunicato che la vera fede in futuro sarà credere senza apparizioni.
  2. In entrambe le apparizioni vi è una costante opposizione. Da una parte si cerca di dimostrare la realtà tangibile del risorto, che egli veramente si può toccare e vedere. Anzi che solo così si può credere. Dall’altra si dice: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (20,29).
  3. Per tutti noi Tommaso rappresenta incredulità, mentre in realtà, per Gv, è proprio la figura del credente.

 

19 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».

LA SERA=lett. “caduta, la notte”. La sera, la notte, il buio, non sono tanto descrizioni atmosferiche ma i segni di un mondo senza luce, senza speranza, senza prospettive, dominato dalla paura.

Gv 6,16: “Venuta la sera” c’è l’agitazione dei discepoli per il mare agitato e Gesù che cammina sulle acque.

Gv 11,10: “Se uno cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui”.

Gv 13,30 (quando Giuda esce dopo aver mangiato il boccone si dice): “Ed era notte”.

Gv 21,7: “In quella notte non presero nulla”. Poiché non c’è il Gesù non prendono nulla.

 

DI QUEL GIORNO=Gv dice: “Nel giorno dopo il sabato” (Gv 20,1). Tutto avviene in quel giorno: Pietro e Giovanni che vanno al sepolcro (Gv 20,1-10), la Maddalena che vede Gesù (Gv 20,11-18), gli apostoli chiusi dentro al cenacolo (Gv 20,19-23). Ma tutto in un giorno? Non è un giorno fisico ma è il giorno dove tu puoi vedere il Signore. E’ ogni giorno quando tu puoi vederlo, quando tu fai esperienza di Gesù.

 

IL PRIMO GIORNO DELLA SETTIMANA=il calendario ebraico contava i giorni con il tramonto del sole dove iniziava il nuovo giorno. Quindi questa sera dovrebbe essere l’inizio del secondo giorno. E, invece, no! Gv non riconosce più il calendario ebraico ma il calendario delle prime comunità.

E qual era il primo giorno della settimana per gli ebrei? Il Sabato. Ma adesso non più: è il giorno dopo il Sabato, il giorno del Signore (Domenica=giorno del Signore), il primo giorno della settimana.

E perché non dice semplicemente: “La domenica”? Perché l’esperienza del Risorto la puoi fare non solo di domenica, ma in ogni giorno. Ogni volta che tu “incontri” Lui, allora quello è il “primo giorno della settimana”.

 

Tutti i vangeli delle apparizioni sono un chiaroscuro. Da una parte allora è “caduta la notte”, è finita ogni speranza, ogni cosa. E’ la difficoltà che hanno fatto i discepoli per riconoscere il Risorto. All’inizio non l’hanno visto perché era troppo buio. Troppo buio dove? Nel loro cuore!

Ma dall’altra è il primo giorno, è il giorno della nuova creazione, della Vita, della Resurrezione, l’inizio di tutto. Sembra la fine e, invece, è l’inizio.

Noi pensiamo che come in certi film Gesù appaia in una nuvola di luce e tutti lo vedano. Invece è stato un processo lento e faticoso per i credenti, sperimentarlo vivo in mezzo a loro.

 

MENTRE ERANO CHIUSE LE PORTE DEL LUOGO=kleio=sprangare con una sbarra. E’ strano che si dica questo perché i discepoli erano già usciti. Pietro e Giovanni sono andati al sepolcro; la Maddalena c’è stata un bel po’ nel cimitero a piangere su Gesù! E allora? Forse, allora, si descrive non tanto una chiusura esterna, ma una chiusura interna.

L’ordine di cattura, infatti, non era solo per Gesù ma anche per i suoi discepoli. Quando vanno ad arrestare Gesù, Gesù si fa avanti per salvare i suoi discepoli, un po’ come il pastore che dà la vita per le pecore: “Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano” (Gv 20,8).

Quindi è normale e ovvio che abbiano paura: hanno la paura di fare la fine del Maestro. Sono isolati, chiusi col mondo esterno, col terrore dentro di fare la stessa fine e con il dramma del fallimento: tutto quello che avevano sperato si è concluso e si è dissolto. Se non è notte questa!

 

Cuori sprangati

 

Non ci succede mai di dire: “Mai più!”. Mai più ci proverò… mai più amerò… mai più mi lascerò andare…?

Una donna nell’infanzia non è mai stata ascoltata dai suoi genitori. Quando lei voleva parlare, loro sempre le dicevano: “Dopo… non c’è tempo… ci sono cose più importanti…”. Lei si è totalmente chiusa. Poi incontra un uomo, s’innamora ma risuccede la stessa cosa: lui non l’ascolta. C’è solo lui. E così dice: “Ci ho provato una volta e sono stata malissimo; ci ho riprovato ed è andata peggio, adesso mai più!”.

Un uomo viene a parlare e si apre. Era la prima volta della sua vita e ovviamente è stato come aprire il vaso di Pandora: è uscito di tutto. Così ha detto: “Mai più! Mai più mi guarderò dentro”.

 

PER TIMORE DEI GIUDEI =i Giudei rappresentano il futuro: è quello che potrebbe succedere. Infatti come i Giudei (=i capi religiosi) hanno preso Gesù, così possono fare con loro.

 

Non ci succede mai di essere spaventati, forse terrorizzati, dal futuro? Oddio, se mi sposo e poi non funziona? E se poi non ci amiamo più? E se poi la cosa non va? E se poi non riesco a gestire la cosa? E se poi… E se capiterà… e se succederà…

A ben guardare può capitare di tutto, ma visto che non è successo a che serve preoccuparsi? E’ successo? No! E allora vivi sereno! Perché a volte noi ci preoccupiamo per ciò che non esiste.

 

VENNE GESÙ SI FERMO’ IN MEZZO A LORO=che bisogno c’era di dire che si fermò in mezzo a loro? In realtà non c’è bisogno di dirlo nel racconto, ma c’è bisogno da un punto di vista teologico. Gesù è morto ma il Risorto è in mezzo a noi, cioè realmente presente.

“Si fermò” vuol dire: “Lui c’è veramente”. In mezzo vuol dire: “Lui è al centro di ogni nostra scelta. Lui è il parametro per ogni cosa”.

 

PACE A VOI= Pace a voi non è un augurio: “State bene; state in pace”, ma è un dono: “La pace, adesso è con voi!”. E perché fa questo augurio? Perché la pace non ce l’hanno!

Il primo dono della pace, del benessere, della felicità, è per i discepoli. Perché il secondo non sarà per loro ma per l’umanità. Perché non si può dare ciò che non si ha; non si può trasmettere ciò in cui non si crede; non si può riscaldare se non si è fuoco e non si può illuminare se non si è luce.

“Pace a voi” (20,19.21.26) era l’espressione tipica con cui il celebrante iniziava l’eucarestia, la messa. E’ chiaro il riferimento all’eucarestia: in ogni eucarestia succede questo, che tu “vedi” il Signore.

Shalom/pace in ebraico significa il massimo del bene che si può augurare ad una persona. Ma non sono solo a parole, tanto è vero che nel mondo ebraico quando ti dicono: “Shalom”, poi ti danno un the’ caldo, un biscotto, qualcosa insomma che ti faccia sentire accolto dall’altro.

Shalom è una pace che dà “felicità”. E che cosa darà ai discepoli la pace, cioè la felicità? Vedere che cosa? Le mani e il costato.

 

20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

MOSTRO’ LORO LE MANI E IL COSTATO=Gesù aveva amato i suoi sino alla fine. Cos’era successo al momento del suo arresto? Che Gesù viene arrestato; ma con lui ci sono anche i suoi discepoli. E che fa Gesù? Li ama salvandoli. Come il pastore che dà la vita per le pecore, Gesù si fa avanti per salvare i suoi discepoli: “Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano” (Gv 20,8).

Quest’amore che è capace di dare la vita non è finito, non si è concluso: c’è ancora! Allora rivedere le mani e il costato, segno dell’amore e della fine, è il segno che l’amore ha vinto, che l’amore è più forte perché ha superato la morte.

La gioia dei discepoli è data dal “vedere” che la forza dell’amore supera perfino la morte. Sarà solamente con questa forza che i discepoli andranno in tutto il mondo e porteranno il vangelo.

 

La forza per superare ogni cosa

 

Cos’è Gesù (Risorto)?  E’ la forza dell’amore per superare ogni paura, ogni morte e ogni fine.

Si viene in chiesa con la propria paura o la propria chiusura. Ma qui s’incontra il Risorto: Lui è Forza. E cosa succede? Ve lo racconto con l’esperimento del metronomo.

L’esperimento: hanno messo 2 metronomi uno vicino all’altro uno a 192 battiti e uno a 180. Sopra una tavola ordinaria non battevano alla stessa velocità. Hanno messo poi un’asse di legno sopra 2 barattoli di birra (e quindi in situazione di leggera oscillazione) e i 2 metronomi sopra. Quello che batteva a 180 si è sintonizzato sulla vibrazione più forte. La vibrazione più forte trascina le altre e porta con sé anche quelle più deboli. Hanno fatto lo stesso esperimento anche con 5 metronomi di diverse vibrazioni (192-188-184-180-176) e si sono tutti sintonizzati sulla vibrazione più forte!

La vibrazione più forte trascina le altre. Che vuol dire: se la tua paura supera la tua fiducia, la paura trascina con sé la fiducia. Se tu hai fiducia nell’altro e l’altro no, la tua vibrazione trascina la sua. Se la guida ha una vibrazione forte (=personalità) trascina il paziente, altrimenti ne è trascinato.

Per noi: tu hai la tua paura o la tua chiusura che vibra forte e non riesci ad uscirne. Ma lui ha una vibrazione infinitamente più forte, perché Lui è la Forza, la Vita, la Luce, l’energia. La sua vibrazione trascina la tua. Per questo molte persone in certe chiese e in certe liturgie trovano voglia di vivere, di ripartire, di aprirsi, di cambiare, di essere migliori.

Nell’eucarestia le persone incontrano l’energia (vibrazione) per affrontare ciò che sembra impossibile. E’ per questa forza (la presenza del Risorto dentro di loro) che gli apostoli andarono in tutto il mondo. E’ con questa forza che gli apostoli non ebbero paura di nulla e nulla li fermò.

 

21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

GESÙ DISSE LORO DI NUOVO: “Pace a voi!”=per la seconda volta Gesù dona la pace. Gesù quindi li tranquillizza, gli dona il coraggio, la forza contro la paura, la libertà di non nascondersi e di non temere. Gesù li vuole far uscire dal buco e dal terrore che li attanaglia. La tranquillità, la pace interiore, qui è in vista di ciò che dovranno andare a fare.

COME IL PADRE HA MANDATO ME=e cioè cosa? Il Padre ha mandato Gesù per dimostrare l’amore di Dio per l’uomo fino alla fine, totale e per sempre.

COSI’ ANCHE IO MANDO VOI=la pace (felicità, pienezza, sicurezza, amore) che voi avete dentro adesso, voi portatela in tutto il mondo. Gesù cioè comunica la sua stessa capacità d’amare. L’attività di Gesù, la capacità che aveva Gesù, adesso ce l’ha la sua comunità.

 

22 Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo.

RICEVETE LO SPIRITO SANTO=perché ricevono lo Spirito? Lo ricevono in vista della loro missione e di quello che dovranno fare. Gv 15,16: “Io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate portiate frutto e il vostro frutto rimanga”. Quindi i discepoli hanno lo Spirito perché abbiano la forza di testimoniare l’amore del Padre, perché continuino ciò che Lui ha fatto.

In Gen 2 Dio soffia e rende l’uomo libero. Adesso Gesù soffia di nuovo perché loro siano in grado di portare avanti la missione di Gesù. E quale sarà la loro missione? Eccola qua: perdonare!

 

23 A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

A COLORO A CUI PERDONERETE I PECCATI, SARANNO PERDONATI =lett. “coloro ai quali cancellerete (afiemi) i peccati saranno cancellati”.

Bisogna capire bene questa frase altrimenti viene fuori: “Io ho il potere di perdonare te e il potere di non perdonare lui”.

Gesù, per caso, ha non perdonato qualcuno? Mai! Perché allora dovrebbero farlo i discepoli, visto che lui non lo ha mai fatto!

Gesù ha amato tutti? Sì! Ha perdonato tutti? Sì!

Tutti hanno sentito il suo amore? No! E perché? Perché hanno resistito, perché erano diffidenti, perché non si fidavano, perché avevano troppo da perdere, perché erano ricchi (di soldi o dentro di meriti), perché erano pieni di sé.

Allora: i discepoli sono chiamati a portare a tutti l’amore che si fa perdono come Gesù per la peccatrice, l’adultera, il ladro e farabutto di Zaccheo, per i lebbrosi, per i pastori, per i pubblicani, per le prostitute, ecc. Coloro che si lasceranno amare, i peccati saranno perdonati, nel senso che saranno spazzati via dal vostro amore.

Ma coloro che rifiuteranno il vostro amore, non li potrete perdonare e i peccati non saranno perdonati. Ma non perché decidete: “Tu caro, l’hai fatta troppo grossa, niente assoluzione! Questo è un peccato mortale troppo grave: non si può, dovevi pensarci prima!”. Ma semplicemente perché la vostra offerta sarà rifiutata.

 

L’amore di Gesù perdona ogni peccato, ogni male, ogni morte, ogni tenebra.

I discepoli devono esser luce del mondo, cioè portare l’amore e il perdono in un mondo che non ce l’ha. Molti saranno illuminati da questa luce. Tanti altri, purtroppo, di fronte alla luce, invece, si ritraggono ancor più nelle tenebre e non vogliono ricevere l’amore di Dio.

Gv 3,20: “Chi fa il male odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce” (Gv 3,20-21).

Gv 3,4: “La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta”.

 

Perdonarsi: quant’è difficile!

 

Gesù aveva perdonato tutti in tutta la sua vita: peccatori, prostitute, gentaglia e gente di malaffare.

Il potere passa adesso da Gesù ad ogni uomo: “Porta l’amore e il perdono là dove non c’è”. Chi lo accoglierà si sentirà amato e salvato (e cambierà vita). Ricorda, però, che non tutti lo vorranno.

Tutti questi personaggi però non sono solo fuori ma anche dentro di noi. E che si fa? Bisogna perdonarsi. Perché c’è difficile lasciarci perdonare e ricevere il suo amore? Perché vuol dire:

  1. Riconosco di aver compiuto degli errori, degli sbagli, e di non perdonarmi ciò che ho fatto. Molte persone, infatti, per non vedere perdonarsi si nascondono i propri sbagli: non li vedono.
  2. Riconosco che quest’amore non è meritato: mi viene dato non perché ho dei meriti, perché ho delle qualità, ma al di là di tutto questo. Molte persone sono orgogliose e non vogliono ricevere qualcosa senza dare niente.
  3. E’ un amore che mi “tocca” dentro, che mi fa piangere, che mi rende vulnerabile. Molte persone non vogliono sentire le lacrime, l’emozione dell’amore di Dio (la misericordia) che invade il loro cuore e il loro corpo.

Un padre non si è mai accorto di aver fatto soffrire i suoi figli, che adesso, come conseguenza, sono con i loro compagni (mariti e mogli) dei mendicanti d’amore. Che si fa? Perdonati!

Una madre diceva sempre a sua figlia: “Gli uomini pensano sempre a quello… tuo padre è così… è colà” e a forza di inculcargli un’immagine negativa, sua figlia adesso non riesce a trovarsi nessun uomo. Che si fa quando ti accorgi di aver fatto questo? Chiedi scusa e poi ti perdoni.

Una ragazza è rimasta incinta da un uomo che non amava. Che si fa? Ci si perdona.

Un uomo ha investito un vecchietto perché era sbadato? Che si fa? Ci si perdona.

 

A messa vengo per ricevere il suo perdono

Ogni volta che vengo a messa, la prostituta sono io; il peccatore, il malavitoso, il fariseo sono io. E vengo qui davanti a Gesù per ricevere il suo perdono. Per questo l’eucarestia ci fa vivere, ci fa felici e liberi. Perché è portare amore (perdono) dove non c’è.

E se non mi perdono? E cosa succede quando io non mi perdono? Succede che dentro di me c’è una vocina che dice: “Non dovevi farlo!; guarda cos’hai fatto!… vergognati… imbecille… ti rendi conto!…”.

Quindi non solo ho sbagliato ma mi fa sentire sbagliato (indegno di vivere).

 

Il perdono è dirsi: “Adesso basta!”

Il perdono è dirsi: “Dio mi perdona quindi adesso basta! Le cose sono andate così! Se ho sbagliato (casomai chiedo scusa), ho sbagliato, imparo per non ripetere ma adesso basta”. Invece noi continuiamo a dirci giorno e notte: “Non dovevi farlo; guarda cos’hai fatto; ecc”.

Bernard Grad un biologo canadese ha fatto questo esperimento. Metteva dell’acqua dentro ad un becher (una caraffa trasparente) e dei guaritori pregavano su quell’acqua. I semi innaffiati con quell’acqua crescevano più rapidamente di quelli innaffiati con acqua semplice. Poi ha dato da tener in mano un becher d’acqua a pazienti gravemente depressi. I semi innaffiati con quell’acqua non nacquero mai.

Cosa vuol dire? Che rapportarsi con amore (perdono) a noi stessi, produce vita. E rapportarsi con odio a sé produce distruzione e morte. Scegli quello che vuoi. Ognuno avrà ciò che sceglierà!

 

24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.

TOMMASO NON ERA CON LORO=perché Tommaso non c’è?

I discepoli hanno paura e si sono nascosti. Tommaso, però, non ha paura e per questo non si nasconde. E perché non ha paura? Perché lui è disposto a morire per Gesù. Tommaso l’aveva già detto e dimostrato. Infatti, nell’episodio della resurrezione di Lazzaro aveva detto: “Andiamo anche noi a morire con lui” (Gv 11,16). Per questo è chiamato il gemello (in ebraico Toma, in greco Didimo=Gemello; Gemello di chi? Di Gesù!, perché come lui disposto a dare la sua vita per gli altri), cioè quello che più assomiglia a Gesù (dopo Simon Pietro, in Gv, è il discepolo più importante, nominato 7 volte).

 

25 Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

SE NON VEDO NELLE SUE MANI IL SEGNO DEI CHIODI…=lett. “io non crederò” e non “io non credo”. Infatti al presente viene fuori: “Io non credo finché non tocco (modello di incredulità)”. Al futuro, invece, è: “Io non crederò perché devo toccare” (bisogno disperato di fare esperienza).

Andiamo con calma! Perché qui si è fatto del desiderio di credere di Tommaso il simbolo dell’incredulità, cioè il contrario.

Gli altri discepoli hanno visto Gesù Risorto. Ma perché credono? Perché hanno visto le mani e il costato. Quindi hanno visto perché hanno fatto esperienza, “visto”, i segni di Gesù.

Adesso i suoi compagni gli dicono: “Oh, Tommaso, abbiamo visto il Signore!”.

E Tommaso cosa dice? Non dice: “io non ci credo”. No, non c’è scritto questo! Cosa c’è scritto? “Anch’io voglio vedere! Anch’io come voi voglio toccare e fare esperienza del Risorto”. E’ un po’ come quando diciamo: “Non ci posso credere!!! (Che non vuol dire: “Non voglio!”: anzi lo vorremmo tantissimo) ma non è possibile (è così bello che non ci possiamo credere)! Ma è troppo bello! Lo voglio vedere anch’io!”.

Tommaso grida il suo disperato bisogno di sperimentarlo, di vederlo, di sentirlo, di toccarlo.

 

L’esperienza del Risorto è personale: nessuno può farla per te

 

Gli altri avevano già visto le ferite del Signore. Ma non è sufficiente per Tommaso. In realtà non è sufficiente per nessun uomo.

Dio è un’esperienza personale: se tu non lo “tocchi”, non lo “vedi”, non lo “incontri”, quello che gli altri hanno fatto non ha nessuna importanza. Altrimenti sai delle cosucce, delle idee, dei pensieri. Ma non hai neppure idea di cosa sia lui.

Sapere tutto sul vino è bello, ma bere un buon bicchiere di vino è un’altra cosa. Aver letto tanto sull’amore è conoscenza, ma essere amati, innamorati, è un’altra cosa. Sapere tante cose sui bambini è buono, ma partorire un bimbo è un’altra cosa! Conoscere i libri di pedagogia è buono, ma essere madri o padri è un’altra cosa. Con la parola “calore” nessuno si è mai scaldato e con la parola “vino” nessuno si è mai ubriacato! Il menù non è il cibo: l’eucarestia è cibo (pane e vino) non un menù.

E’ l’esperienza che produce la vera conoscenza, perché è la conoscenza del cuore. Esperienza (ex-perior)=provare, sentire, toccare, sperimentare. Esperienza (ex-per-ire=andare in latino) è la strada per andare verso quella cosa. Non ce ne sono altre. E’ solo l’esperienza (che è molto di più di un concetto) la strada che ti fa conoscere.

Le nostre liturgie non ci devono parlare di Dio, ma ce lo devono far sentire, toccare, sperimentare. E noi dobbiamo lasciarci coinvolgere, “toccare”, perché se non ci si coinvolge non succede niente. I canti, la partecipazione, i gesti, le letture, tutto è un segno efficace se ci fa toccare Dio. Perché se ciò che si fa è liturgico (secondo le norme cioè della liturgia) ma non ci fa sentire, toccare Dio, non ce lo porta nel nostro cuore e nella nostra vita, è assolutamente inutile.

Nel 1917, mentre scoppia la rivoluzione russa, la Chiesa Russa Ortodossa era riunita in concilio e vi era un’appassionata discussione sul colore della cotta da indossare durante le funzioni liturgiche. Alcuni insistevano con veemenza che doveva essere bianca, altri purpurea.

Nerone strimpellava finché Roma era in fiamme.

Se la liturgia è evasione dalla realtà e dalla vita non è incontro con il Dio della Vita (20,31). Per questo le liturgie ci devono emozionare, far ridere e far piangere, far incontrare i nostri fantasmi e i nostri mostri, le nostre risorse e le nostre potenzialità, la nostra anima e l’Infinito che ci abita dentro.

Durante la preghiera mattutina un angelo apparve a cinque rabbini e disse: “Oggi vedrete il Messia!”. Era sera e il sole come una palla di fuoco rosso scendeva nella calda Palestina. Il 1° era un razionale: “E’ tutto un inganno, è tutta una produzione della mente, ci siamo creati tutto noi. In realtà non c’è niente da vedere”. Il 2° era una iena, pieno di rabbia: “Quell’angelo maledetto, mi aveva promesso che l’Avrei visto!”. Il 3° era un rassegnato: “Dio non si può vedere. Dio nessuno l’ha mai visto, perché dovrei vederlo io?”. Il 4° era un ossessivo: “Sto guardando tutti i volti per vederlo, ma non l’ho ancora visto. Ma lo troverò, dovessi trovarlo fra cent’anni, lo troverò!”. Il 5° di ritorno dal lavoro, si sedette lungo la strada e guardò con meraviglia e stupore la discesa del sole, l’intensità dei colori; si lasciò riempire dal silenzio e dai lievi rumori attorno; sentì che quel sole c’era fuori e c’era dentro di lui; si sentì terribilmente felice, immerso nel creato e al centro dell’universo e disse: “E’ vero, oggi ho visto Dio”.

 

26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!».

OTTO GIORNI DOPO=perché otto giorni e non quattro? Perché ogni otto giorni si celebrava l’eucarestia. Allora dov’è che si dovrebbe fare esperienza dell’amore di Dio? Nell’eucarestia domenicale. Nell’eucarestia l’amore ricevuto si dovrebbe trasformare in amore comunicato.

Pace a voi=è la terza volta (=completezza, per tutti e totale).

 

27 Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».

METTI QUI IL TUO DITO E GUARDA LE MIE MANI=Tommaso mette il dito sulle piaghe? No! Mette la sua mano nel costato? No! Tommaso si guarda bene dal farlo (come i pittori a volte hanno disegnato) perché ciò che per lui è importante (e ciò che il vangelo vuole dire) è fare esperienza del Risorto.

Cioè, Tommaso non fa il gesto di constatare che Gesù è Risorto, mettendo le dita nei buchi e nei fori del Cristo. A Tommaso basta sentire la parola di Gesù (“Non essere incredulo, ma credente, ma abbi fede”): “Non cercare dei segni, ma fidati!”. Prima gli altri, ma adesso anche lui, lo ha visto! Adesso anche lui ne ha fatto esperienza.

 

Fede (esperienza di Dio) è quando Lo vedi nelle tue ferite

 

Leonard Laskow è un ostetrico, ginecologo e chirurgo di successo e in ascesa di notorietà. Nel 1971, un giorno, sente un dolore al braccio. Fa la diagnosi e lui, chirurgo, capisce subito: cancro osseo. Conosceva perfettamente il protocollo: l’amputazione. Il mondo gli crollò addosso: non avrebbe mai più potuto essere chirurgo. Un dolore enorme. Una notte fa un sogno e una voce gli dice: “Il tuo lavoro è quello di guarire attraverso l’amore”. Si risveglia sgomento e non vuole accettare tutto questo (malattia e voce). Ma poi l’accetta, cambia vita e diventa guaritore. E guarisce. E’ stato facile per Leonard accettare questa ferita (cambiare vita)? No. Ma è stato vitale. E’ stato l’incontro che ha cambiato e salvato la sua vita. Se non l’avesse fatto, non solo avrebbe perso il braccio, ma soprattutto la sua missione.

Eucarestia è=mi prendo cura delle mie ferite, le vedo, le incontro.

 

Chi non ha ferite? Come si può pensare di vivere senza essere feriti? Allora: non cerco di proteggermi da tutte le ferite (vorrebbe dire non vivere!). Perché so che quando sono ferito c’è Lui che viene a curarmi.

La Comunione della domenica è un balsamo, una crema, un unguento, un medicamento per le mie ferite. Anche le mie mani sono ferite, anche i miei piedi o il mio cuore è ferito. Ma, nelle mie ferite, Lui viene. E Lui porta accoglienza, protezione, accettazione, fiducia, amore.

Allora venire a messa non è più un dovere, un atto da fare, ma un bisogno per riconciliarmi con me, con gli altri e con la Vita. Per questo venire a messa è un bisogno del cuore e dell’anima.

 

Ognuno ha le sue ferite.

Una ragazza è nata sana ma i suoi genitori si aspettavano un bambino. Tutta la vita è sempre stata di serie B rispetto ai suoi fratelli maschi. E’ per questo che è un “maschiaccio”, poco femminile.

Un ragazzo adottato (=quindi ha già vissuto un primo tremendo rifiuto) è stato rinnegato dalla famiglia adottiva che lo ha rispedito al mittente. Lui è inavvicinabile: se nessuno si avvicina nessuno lo abbandona.

Eucarestia=riconosco, accetto il dolore di essere rifiutato. In ogni caso Lui non mi rifiuta mai. Guarigione è: anche se sono stato rifiutato io non sono un rifiuto.

 

Un uomo da piccolo aveva i genitori assorbiti dal loro lavoro in ristorante. Non c’erano mai per lui. Oggi il suo terrore è quello di rimanere da solo (come allora) e per questo si attacca a sua moglie (ne è gelosissimo).

Eucarestia: riconosco e accetto di essere stato abbandonato. In ogni caso Lui c’è e non mi lascia.

 

L’ingiustizia è quando a scuola ci mettiamo tutto l’impegno e ci viene detto: “Potevi prendere di più!… Tuo cugino ha preso un voto più alto!.. Perché hai preso solo questo”.

L’ingiustizia è quando non vengono riconosciuti i nostri sforzi e il nostro lavoro: “Potevi far meglio!… Sei sempre via!… Non ci sei mai!… Potesti fare di più”.

Un uomo ha vinto un concorso all’università ma “per conoscenze” è stata assunta per quel posto la moglie di un docente universitario.

Eucarestia è: riconosco e accetto di aver subito ingiustizia. In ogni caso Lui vede e sa.

 

C’erano 2 cisterne a distanza di qualche decina di metri. Erano molto diverse. Ogni tanto si parlavano. La 1° cisterna era perfetta, a tenuta stagna. Non una goccia d’acqua era mai stata persa per causa sua. La 1°, fiera e superba della sua perfezione, si stagliava nettamente. Solo qualche raro insetto le si avvicinava. La 2° invece presentava fenditure, come delle ferite, dalla quali sfuggivano rivoletti d’acqua. Era coperta di arbusti fioriti, di convolvoli e more che si dissetavano all’acqua che usciva dalle sue screpolature. Piccoli animaletti venivano a bere e gli uccelli facevano il nido sui bordi. Non era per niente perfetta, anzi piena di ferite, ma si sentiva tanto felice e viva!

La teologia dice che la Chiesa è nata dal costato di Cristo (acqua e sangue, Battesimo ed Eucarestia). Cioè: da una ferita è nato un grande dono. Ogni ferita (rimarginata) porta in sé un grande dono.

 

28 Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».

MIO SIGNORE E MIO DIO =questa è la più alta manifestazione di fede del vangelo. Filippo aveva chiesto a Gesù: “Mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14,8) e Gesù aveva risposto: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9). Ma non ci avevano creduto. Nessuno mai aveva detto questo.

Cosa dice Tommaso: 1. Gesù è proprio Dio (“Mio Signore e Mio Dio”). Quanto sperato da Gesù si realizza adesso in Tommaso: Tommaso riconosce che in Gesù (“Mio Signore”) c’è Dio (“Mio Dio”). Chi vuol vedere Dio basta che guardi Gesù. Chi vuol vedere Dio e sapere chi Egli è, basta che veda e che faccia come Gesù. Quel Dio che nessuno ha mai visto (Gv 1,18: “Dio nessuno lo ha mai visto”) si manifesta nel Risorto.

  1. Il Risorto è con noi: “Mio… e mio…”: Lui vive con noi e in mezzo a noi. Tommaso non solo quindi non è incredulo ma esplode nella più grande espressione di fede dei vangeli.

 

29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

BEATI QUELLI=il brano si conclude con una beatitudine. Qui Gv passa su di un altro livello e se noi non capiamo questo mettiamo in contrapposizione due concetti che sono su piani e livelli diversi.

Infatti, i discepoli e Tommaso hanno avuto bisogno di vedere cioè di sperimentare. Questo vale per ogni credente: Dio lo conosci solo se tu hai toccato, visto, sperimentato. Dio non è un pensiero, un concetto, un libro, ma un’esperienza che ti cambia la vita. Quindi fin qui Gesù dice: “Bisogna vedere!”.

Adesso però dice l’opposto: “Non bisogna vedere! Beati quelli che crederanno senza vedere”. Ma bisogna vedere sì o no?

 

Qui si dicono due cose su due livelli diversi: bisogna vedere e bisogna non vedere. Entrambe sono vere.

Bisogna “vedere”, cioè sperimentare, “toccare”: ma non è un vedere fisico è un sentire dell’anima. Il “vedere” dei discepoli è stato un lungo processo interiore.

Bisogna “non vedere”, perché se si cerca un vedere fisico (miracoli, apparizioni, segni vari e tangibili) allora non si crede. Si cercano conferme, dimostrazioni, prove sicure, ma chi cerca questo non crede (e per questo le si cerca!). Per questo sono felici, cioè credenti veri, solo quelli che credono senza voler conferme fisiche.

 

Io vengo in chiesa con il mio cuore ferito: chi di noi non ha ferite nell’amore?

 

Io vengo in chiesa con le mie mani ferite: le mie mani sono state legate e paralizzate; le mie mani hanno colpito, umiliato e ferito.

Allora io vengo qui e vado a prendere Gesù (la comunione) perché venga nella mia mano e la guarisca. E poi lo mangio perché vada fino al mio cuore e lo guarisca e lo risani.

Per tante persone la comunione è proprio quest’incontro che dà la forza di guardare a ciò che fa male, a ciò che non va, a ciò che non ci piace e che metteremo in un angolo, che non vorremmo vedere.

L’eucarestia, come per Tommaso: “Dai un nome, riconosci ciò che ti fa male; mettici mano; tocca, esprimi e incontra il tuo dolore; prenditi cura della tua sofferenza; apriti in ciò che ti fa male”. L’eucarestia mi dà la forza per toccare le mie ferite, per metterci mano, per guardarle. In questo senso l’eucarestia è terapeutica, risanatrice, curativa, lenitiva, trasformativa.

 

Gv vuol dire che l’eucarestia dev’essere così: un incontro che ci salva e che ci guarisce.

 

L’eucarestia, dice Gv, dev’essere così: in ogni messa noi dobbiamo far esperienza del Risorto, toccarlo, sentirlo, in modo da poter dire anche noi: “Mio signore e mio dio”.

Allora attenzione: non confondere il fine con i mezzi. I mezzi: canto, letture, celebrazione, parole, rito, liturgia, mi servono per arrivare ad incontrarlo (fine). Ma se la messa non è un’esperienza, se non esco dalla messa con la sensazione chiara, netta, definita, di averlo sentito vivo in me e in quella comunità, bisogna porsi delle domande.

Perché l’eucarestia è rendere vivo un Vivo, non un morto. L’eucarestia non è un ricordo ma l’esperienza del Risorto oggi.

Allora: bisogna aver il coraggio di farsi le domande dure per non raccontarsela:

  1. Le nostre eucarestie sono esperienze di vita?
  2. Parlano al cuore, lo fanno vibrare?
  3. Ne esco trasformato?
  4. E quando io vado all’eucarestia cosa cerco? Un’esperienza, la Vita o un anestetico, un calmante?

Tutto questo è scritto perché abbiate la vita (Gv 20,31). Ecco il senso dell’eucarestia: avere la vitalità dentro ed essere vivi.

 

30 Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro.

SEGNI=semeion è un segnale, non un miracolo. Un segno, un segnale, non è la realtà: è un’indicazione della realtà. Tu vedi un segnale stradale che dice: “Padova” e tu sai che per quella strada troverai la “realtà”, la città di Padova. I segni sono quelle cose che ci capitano, quei segnali che dicono: “Qui c’è Dio!”.

In realtà Dio non lo vedrai mai! In realtà Dio lo vedi sempre (se hai occhi). Il segnale ti dice: “Cambia occhi perché qui c’è Dio e tu lo puoi vedere Dio”.

NON STATI SCRITTI IN QUESTO LIBRO=e in quale altro libro sono stati scritti? Nel libro della vita di ciascuno di noi. Ciascuno di noi è (può essere) un vangelo di Dio.

 

31 Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

QUESTI SONO STATI SCRITTI=ecco perché il vangelo è stato scritto: perché si possa credere che Dio è Gesù, cioè che tu vedendo come Gesù ha parlato, fatto e agito, tu possa dire: “Dio è così!”.

CREDENDO ABBIATE LA VITA=zoe, vita psichica, interiore, vitalità (in contrapposizione a bios=vita fisica, biologica). A che serve credere? Ad avere la vitalità, la forza del cuore e il fuoco della passione, l’energia del samurai e la tenerezza di una madre. Più tu sei interiormente vivo e più tu credi.

 

Pensiero della settimana

Con Gesù credere non è più sapere

ma avere la Vita in sé.

 

 

 

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