XVI Domenica del Tempo Ordinario

XVI domenica del tempo ordinario

Domenica 21 luglio 2019

Prima lettura: Gen 18, 1-10       Salmo: Sal 14         Seconda lettura: Col 1, 24-28          Vangelo: Lc 10, 38-42

 

 

Questo vangelo è stato spesso letto: “Dovete essere come Maria e non come Marta”. Maria è l’ascolto, la vita contemplativa, il silenzio. Marta: l’azione, il fare, l’attività. Per cui la donna che ne usciva era una reclusa: buona, sottomessa, tranquilla, ubbidiente.

In passato si diceva: “Chi è che si è scelto la parte migliore? La donna che è andata in clausura, che è tutta del Signore, tutta nel Suo ascolto, nell’ascolto della Parola”. Per cui questo vangelo che è un invito alla libertà, alla trasgressione delle regole, è diventato, assurdo ma vero, il suo contrario: una prigionia volontaria per le donne.

Ma vuole proprio dire questo codesto vangelo? Non è che ci abbiamo proiettato la nostra immagine di donna (noi maschi!), invece di rilevare quella che il vangelo voleva presentarci?

Per capire questo vangelo, quindi, dobbiamo seguire le “chiavi di lettura”, ovvero dei termini tecnici, che ogni evangelista mette nel suo vangelo per capirne il senso e il significato. Per capire questo vangelo noi dobbiamo svestirci del nostro modo di pensare occidentale e di 2000 anni di storia, per vestire quello di un tempo e di un luogo diverso dal nostro.

 

Visto che il vangelo ci parla di donne, dobbiamo chiederci: ma chi era la donna a quel tempo? L’ambiente era fortemente maschilista e tutto veniva giustificato con “volontà di dio”. La donna era considerata un essere sub-umano; praticamente la donna era un uomo venuto male.

Ancora oggi nel mondo ebraico c’è una preghiera che si recita tre volte al giorno, con la quale l’ebreo ringrazia il Signore di non averlo creato pagano, donna, cafone, cioè uno che non può permettersi lo studio e la conoscenza della legge (come la donna).

Nella bibbia, commenta il Talmud, Dio non ha mai rivolto la parola a nessuna donna; poi, l’autore pensa di averla sparata un po’ grossa, si corregge e dice: “No, una volta Dio lo ha fatto, ma si è subito pentito, perché ha parlato a Sara e Sara gli ha risposto con una bugia e da quella volta – conclude il Talmud – Dio non ha parlato più a nessuna donna”. Proprio per il motivo della bugia, con cui Sara risponde a Dio, la donna era considerata non credibile e non può essere ascoltata come testimone.

E c’era un motivo ben pianificato e conosciuto per cui le donne dovevano lavorare sempre (come d’altra parte anche i servi e gli schiavi): “Fa’ lavorare il tuo servo e potrai trovare riposo, lasciagli libere le mani e cercherà la libertà” (Sir 33,26). Lavoro, lavoro, lavoro, quindi, per non percepire il desiderio di libertà. Mi pare molto attuale!

La donna era una “bestia” che doveva servire per lavorare e fare figli. Basta: non serviva ad altro.

La donna poi, poiché aveva le mestruazioni, era impura per definizione. Quindi era in peccato per essenza.

La donna è sempre comandata da qualcuno: dal padre prima, dal marito poi e, se questo non c’è, dal figlio maschio. La parola “sposata” vuol dire “posseduta”. Il Talmud dice che è una buona regola per le persone sagge non parlare mai con le donne, non chiedere mai loro consiglio; i pochi che lo hanno fatto sono finiti all’inferno.

Il Siracide scrive: “Una figlia è per il padre una inquietudine segreta, la preoccupazione per lei allontana il sonno, nella sua giovinezza perché non sfiorisca, una volta accasata perché non sia accoppiata, finché è ragazza si teme che sia stolta e che resti incinta nella casa paterna. Quando è con un marito che cada in colpa e quando è accasata che sia sterile” (Sir 42, 9-10). E ancora: “Meglio la cattiveria di un uomo che la bontà di una donna” (Sir 42,14)! Parola di Dio!

In un apocrifo molto simpatico, c’è Pietro che non sopporta la presenza della Maddalena tra di loro e chiede a Gesù: “Senti, va bene che la Maddalena deve stare tra di noi, ma non potresti almeno trasformarla in maschio?”. Questo ci fa comprendere la difficoltà, all’interno della chiesa primitiva, di accettare le donne con la stessa dignità del maschio.

 

Nella lingua ebraica non c’è un termine per indicare discepola al femminile: soltanto al maschile.

Lo stesso Giovanni Battista aveva soltanto dei discepoli maschi e nelle lettere si legge la difficoltà che ha avuto l’apostolo Paolo di portarsi dietro una donna.

Gesù ha accettato le donne e poi Paolo ha continuato; ma dopo, i padri della chiesa hanno respinto e ricacciato la donna in una condizione di subordine. Questo perché? C’è un dato nei vangeli che è incontestabile: le donne battono sempre gli uomini! Le donne sono sempre le prime, cronologicamente e qualitativamente a percepire la realtà di Gesù. Non abbandonano Gesù e sono le prime inviate a testimoniarlo. Quasi tutte le donne sono presentate positivamente nei vangeli; mentre non tanti gli uomini.

San Paolo in Gal 3,28 dice: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo o donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”. Cioè: non esistono più le differenze in Cristo, tra uomo e donna. Ma una frase così, a quel tempo (e tutt’oggi) era sconvolgente, rivoluzionaria rispetto a tutto ciò che si credeva e che si riteneva “volontà di Dio”.

Per questo che Gesù avesse un seguito femminile era scandaloso e clamoroso (Lc 8,1-3): 1. Maria Maddalena, 2. Giovanna, la moglie di Cusa, l’amministratore di Erode, 3. Susanna.

 

10,38Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.

MENTRE ERANO IN CAMMINO=e va beh, dice uno, stavano camminando e poi sono entrati in un villaggio. E, invece, no. Quest’espressione “erano in cammino” è uno di quei termini tecnici, chiavi di lettura, che Lc usa. Chi furono coloro che “erano in cammino”? Gli ebrei quando uscirono dalla schiavitù d’Egitto. Allora qui si parlerà di schiavitù e di libertà.

Era successo una cosa terribile: gli ebrei ad un certo punto si erano abituati ad essere schiavi, lo consideravano la loro condizione normale, tant’è vero che dissero a Mosè: “Ma perché ci hai fatto partire da un paese dove scorre latte e miele per farci morire nel deserto” (Es 3,8). Cioè: si erano così abituati ad essere schiavi che scambiavano pane e cipolla per latte e miele.

I rabbini dicono: “A Dio è stato più facile far uscire gli Ebrei dall’Egitto che l’Egitto dagli Ebrei”.

ENTRO’ IN UN VILLAGGIO Ma non si era appena detto che “erano (plurale) in cammino”? Che sbadato Lc: ha fatto un errore grammaticale! Entra solo Gesù? E gli apostoli che fine hanno fatto? Se ne stanno fuori ad aspettare che Gesù mangi… e loro “dieta”? Non entrano o non possono entrare? E’ ovvio: non sono entrati in questa mentalità che Gesù ci presenterà. Loro sono rimasti fuori: troppo difficile da accettare.

VILLAGGIO (komè), senza indicazione del nome, è un termine tecnico che adopera l’evangelista per dire al lettore: “Attenzione, perché il contesto sarà negativo” (Lc 9,52-56; 17,11-19).

“Il villaggio” è il luogo dove si è affermata e fermata la tradizione, dove si è attaccati ai valori del passato e si rifiuta il nuovo che viene proposto. Il villaggio è il luogo dove vige l’imperativo: “Si è sempre fatto così, perché cambiare!”. Il villaggio è ogni luogo e ogni persona che, quando arrivano le innovazioni, il progresso, il nuovo, le novità, dice: “No, no, pericoloso… che robe sono queste!… via, via…”. Perché il nuovo ti costringe ad essere nuovo, il diverso ti costringe ad essere diverso e il “villaggio”, la tradizione, vogliono cristallizzare tutto, odiano il mettersi in gioco.

I discepoli, erano sempre nel villaggio, non avevano capito niente di Gesù. Gesù entra per cambiare la mentalità, i discepoli non entrano perché sono d’accordo con quella mentalità e con quella chiusura. Einstein: “E’ più facile spezzare l’atomo che la chiusura mentale dell’uomo”.

Dopo la sua morte e resurrezione, Gesù parla a loro per 40 giorni di fila!, giorno e notte, e parla a loro su di un unico tema: il regno di Dio. E dopo 40 giorni loro cosa gli chiedono: “Ma quand’è che instauri il regno di Israele?” (At 1,3-6). Non avevano capito nulla: fu difficile, difficile, per loro cambiare le loro idee!

E UNA DONNA DI NOME MARTA= Il nome di questa donna è tutto un programma. Mar-ta è un termine aramaico che vuol dire: “La padrona di casa”; oggi noi diremo “colei che vive per la casa”.

Marta è perfino la patrona delle casalinghe (29/7): sei una schiava ma ti facciamo credere che sei una regina!

Il libro dei Proverbi (Pr 31,10-27) descrive la perfetta padrona di casa: “Si procura lana e filo e vi lavora volentieri con le mani, si alza quando ancora è notte e prepara il cibo alla sua famiglia, si cinge con energia ai fianchi e spiega la forza delle sue braccia, neppure di notte si spegne la sua lucerna… stende la sua mano alla conocchia… si fa delle coperte di lino, di porpora le sue vesti, confeziona tele di lino e poi il ritratto della perfetta padrona di casa termina con un discendente: e il pane che mangia non è frutto di pigrizia”.

La donna perfetta (Marta) è una donna che lavora come un asino, per la Bibbia.

 

39Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola.

ELLA AVEVA UNA SORELLA DI NOME MARIA=per noi è un nome soave “Maria”; ma di certo non lo era a quel tempo.

Nella Bibbia c’è una sola Maria: la sorella di Mosè. Questa donna, molto ambiziosa, aveva cercato di fare le scarpe al fratello Mosè. Per questo Dio la maledisse con la lebbra (la lebbra era la maledizione di Dio). E il Talmud riporta che quando Maria muore e le vogliono fare il funerale, Dio stesso interviene dicendo: “Perché state a piangere una vecchia?”. E dopo quella Maria nessuno più si chiamerà così fino alla madre di Gesù. Perché? Perché era un nome maledetto, oggetto di maledizione.

Nessuno di noi mette nome a suo figlio “Giuda” perché questo nome si collega al traditore. Eppure uno dei discepoli fedeli a Gesù si chiama così. Ma a noi evoca dell’altro. Così era per Maria. E chissà perché le avevano messo questo nome, segno di maledizione?

Cosa vuol dirci Lc? Che accogliere il messaggio di Gesù vuol dire essere emarginati, maledetti dalla società.

Allora cosa succede qui. Abbiamo due donne totalmente diverse: Maria è la donna che rompe con la tradizione, che trasgredisce. Marta è la donna della tradizione. marta fa quello che tutti facevano, che era ovvio fare.

LA QUALE, SEDUTA AI PIEDI DEL SIGNORE=Maria è ai piedi di Gesù: ma questo non è un gesto di adorazione o di preghiera. Nella casa palestinese non ci sono le seggiole e neppure i tavoli: ci sono solo delle stuoie dove tutti si mettono per terra. Quando uno arriva lo si accoglie lì, sulle stuoie. Sedersi ai piedi, quindi, vuol dire accogliere. Maria Accoglie Gesù.

Ma chi poteva, e doveva, accogliere un uomo? Solo un altro uomo! In una casa palestinese la donna tu neanche la vedevi: lei cucinava e neppure portava i cibi in tavola. Perché era un altro uomo a farlo. Quindi che fa Maria? Maria fa l’uomo, il maschio! Maria, anziché starsene in cucina, anziché starsene invisibile, osa trasgredire un tabù che la religione, la morale, imponeva e prescriveva alle donne, e cioè che le donne sono invisibili nelle case, non possono farsi vedere quando c’è un ospite.

Quindi, qui, Maria trasgredisce una regola da tutti rispettata: le donne in cucina e gli uomini accolgono gli ospiti.

 

ASCOLTAVA LA SUA PAROLA=e perché lo fa? Per ascoltare il suo messaggio (loghos=messaggio di Gesù).

Lc dice: “Se tu ascolti “la parola”, tu progressivamente trasgredisci quelle regole, quelle leggi, quel falso “buon senso” o “così fan tutti” che ti impediscono di essere te stesso e veramente libero”.

Ascoltare il vangelo non ti porta a conformarti, a diventare ubbidiente, ma al contrario come Maria a trasgredire le regole del buon senso comune; come Gesù, a mettere in discussione quello che tutti credevano per vero; come Maria, la madre di Gesù, nell’annunciazione, a credere nell’in-credibile, in qualcosa di eretico; come le donne che lo seguivano, a perdere anche la reputazione, la faccia, ma ad osare l’incredibile; come gli apostoli, ad essere derisi (At 2,13) per ciò che si dice, ma ad essere rivoluzionari.

Seguire Gesù ti fa un rivoluzionario, un trasgressivo, un denunciatore. Se seguire Gesù ti fa un ubbidiente, un esecutore, un agnello docile, allora sei diventato un funzionario del sistema religioso.

 

40Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».

MARTA, INVECE, ERA DISTOLTA PER I MOLTI SERVIZI= siamo in una cultura maschilista. E ciò che è più grave è che anche Marta ha assunto quella cultura. Essere schiavi è tremendo ma credere che sia giusto essere schiavi è molto peggio! E’ la vittoria del potere: farti credere che tu sia felice nella tua condizione (quando è da miserevoli).

La società aveva detto: “Le donne lavorano e fanno figli perché sono delle schiave”. Marta che non può pensarsi diversamente da così e dice: “E’ così che io sono. E’ così che Maria dev’essere!”.  Essere schiavi è grave; ma pensare che sia giusto essere schiavi è drammatico. E’ la morte della coscienza!

E qual è il peggior dramma di uno schiavo? Vedere uno libero! Perché vede ciò che lui potrebbe essere se non avesse paura. Per questo lo attaccherà e lo ucciderà, perché non può vedere ciò che lui potrebbe essere se non avesse tutta quella paura.

Aristippo, filosofo del re, incontrando Diogene, che viveva in una botte gli disse: “Se tu fossi un po’ più gentile col re non vivresti da pezzente”. E Diogene: “Se tu potessi vivere da pezzente saresti libero”.

SIGNORE, NON T’IMPORTA NULLA…=Marta dice: “Ma a che le serve ascoltare la parola? Lei è una donna, lei deve servire! Che bisogno ha di apprendere!”. Marta crede che sia normale per lei esser schiava. Non conosce la libertà. La trasgressione di Maria, per lei, è insopportabile. Lei si sente brava e non si accorge che è schiava. Marta sta tentando di ricacciare Maria nella tradizione: “No, tu non puoi essere così!”.

Per Lc la situazione di Marta è drammatica perché è come quella degli schiavi contenti di esserlo. Costoro non solo non aspirano ad essere liberi, ma spiano i tentativi di libertà degli altri allo scopo di ricacciarli nella schiavitù (S. Paolo in Gal 2,4: “Falsi fratelli intrusi i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà che abbiamo in Gesù Cristo allo scopo di renderci schiavi”).

 

41Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, 42ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

MARTA MARTA=quando Gesù ripete due volte un nome indica un lamento per una tragedia di quella persona o città e indica che sta rimproverando una persona (“Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e che lapidi coloro che sono mandati a te…” Lc 13,34).

Ma cos’è che non può essere tolta all’uomo? Può essere tolta la libertà di parola? Certo! E la libertà di muoversi: certo, ti mettono in prigione! E di esprimersi? Certo, ti recludono! Cos’è che non può esser tolto a Maria e che lei si è conquistata con la sua trasgressione? Maria, col suo rischio, col fare una cosa che nessuno faceva, ha vissuto la libertà!

Qual è l’unica cosa che non ti possono togliere? La liberà interiore. Tutto all’uomo può essere tolto, meno la libertà interiore. San Paolo dirà: “Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2 Cor 3,17).

Ecco il messaggio sconvolgente di questo vangelo: “Volete seguire il Vangelo? Volete ascoltarlo davvero? Siate liberi e trasgredite, accettando le conseguenze di ciò”.

La libertà, sappiatelo, si paga a caro prezzo, ma nessuno ve la potrà togliere. E la libertà, è la parte migliore della vita!

Quando Gesù si trova di fronte a Pilato, questi gli chiede: “Tu sei re?”, e lui: “Tu lo dici, io sono re”. Ma perché è re? Perché è l’unico che è libero, è l’unico che ha trasgredito alle ingiuste regole religiose, è l’unico che non è più vinto dalla paura. Essere re, essere liberi, vuol dire che la paura non ha più potere su di noi.

In Marta Gesù rimprovera tutti quelli che sono schiavi… e sono contenti (abituati) di esserlo.

 

Cosa può voler dire a noi questo vangelo?

 

  1. Io dico no a ciò che non sono: “Io non ci sto!”.

Eichmann, il coordinatore e il responsabile delle deportazioni degli ebrei verso Auschwitz, quando fu interrogato e gli fu chiesto dall’accusa: “Ma lei si rende conto che sono stati uccisi sei milioni di ebrei?”, lui senza nessuna emozione disse: “Dovrebbe provocarmi qualcosa questo?”.

Hannah Arendt lo descrisse, con una frase poi passata alla storia: “L’incarnazione dell’assoluta banalità del male”. Se distruggi il tuo cuore puoi tutto.

Eichmann uccise un milione e mezzo di persone ubbidendo a quello che gli veniva detto di fare.

E non riuscivano ad incriminarlo, infatti lui si difendeva così: “I vostri soldati non vi hanno ubbidito? Li avete condannati? No, anzi, gli avete dato delle medaglie al valore. Beh, anch’io ho fatto la stessa cosa: ho ubbidito al mio capo (Hitler). Merito una medaglia al valore per essere stato così scrupoloso (i treni ad Auschwitz arrivavano senza sgarrare di un minuto!)”. 

 

Fromm dice: “Per essere liberi bisogna disobbedire e per disobbedire bisogna essere liberi”.

 

Il grande pericolo è chiamare “normalità” ciò che fan tutti. Ma perché una cosa la fan tutti, perché tutti vanno dove tira il vento, perché tutti chiamano “normalità” una cosa, non vuol dire che lo sia.

Bisogna avere il coraggio di disubbidire e di dire: “Io non ci sto”. Non otterremo popolarità ma dignità e fierezza per noi stessi.

Tutti noi giovani comunichiamo insieme tramite sms, facebook, skype. E’ normale perché lo fanno tutti, ma non si costruisce nessun tipo di relazioni così. Io non ci sto!

Per molti di noi adolescenti la cocaina e l’ecstasy sono normali: “Lo fan tutti”, si dice. Ma non è “normale” neanche una tirata. Ci sono altri modi per vivere emozioni forti. Io non ci sto.

Per molti di noi adulti, vivere così, “tirare avanti” in una vita piatta e abulica è normale. Io non ci sto.

Per molti di noi anziani si tratta di accontentarsi: ormai il più è passato. Ma chi ha detto che non abbiamo nulla da dare? Non abbiamo nulla da dare se non abbiamo nulla dentro! Io non ci sto.

Io voglio fare come Maria: tutti vedono in un modo (le donne lavorano e non si discute) ma io non sono “tutti”, io sono io. E se a me non va bene, io dico: “Io non ci sto”.

 

  1. Io voglio rimanere vivo: “Io sono vivo”.

Patrick Henry, protagonista della rivoluzione americana che denunciò la corruzione dei funzionari pubblici e rivendicò i diritti degli abitanti delle colonie, quando fu catturato dagli inglesi e fu messo di fronte alla scelta di rinunciare alla rivoluzione e di unirsi agli inglesi o di essere fucilato come traditore, disse: “Datemi la libertà o datemi la morte”. Dove trovò questa forza?

Dove si trovano uomini così? Appassionati, infuocati, radicali, che non cedono, che non indietreggiano, che non si vendono, che non scendono a compromessi, che sono disposti a pagare per le idee e per le proprie azioni?

Ma che uomo sei? Ma non vedi che sei pieno di paura!? Hai paura perfino di cosa dice la gente; hai paura di rimanere da solo; hai paura di deludere, di non andar bene; hai paura di essere rifiutato dai superiori, dai tuoi capi… ma che uomo sei? Guarda Gesù!

Sei vivo: resta vivo; non morire prima. Non permettere che la paura ti uccida!

Giorgio Faletti in una canzone dice: “Fa che la morte mi trovi vivo”.

 

La società ha tre armi per ucciderti:

  1. La paura: “Se fai così, lo dirò a tutti… cosa si potrebbe dire… ma non ti vergogni… fa come tutti… comportati bene… fa il bravo cristiano… e se sbagli… e se poi non ci riesci… e fai brutta figura… e se deludi… e se non fai bene… e se non ti vogliono più…”
  2. La ricompensa: “Se fai questo io ti darò posizione, riconoscimento, amore… una mano lava l’altra… se sei così io ti amo… se fai quello io ti accetto… se sei bello io ti darò tante persone…”.
  3. La persuasione: “Ti fa bene… è per il tuo bene… così vivi meglio… non puoi non averlo… sei nessuno se non hai/sei”: ti vien fatto credere che essere così, comandati, è per il tuo bene.

Avete presente le gocce. Le gocce scavano le montagne. Così la paura ti avvelena, giorno dopo giorno l’anima e ti fa  morire. Come Napoleone, che si dice l’abbiano fatto morire goccia dopo goccia. Io voglio, come Maria, rimanere vivo: io voglio la Vita per me.

 

  1. Io voglio essere io: “Io voglio volare”.

Il bellissimo libro “Il gatto e la gabbianella” termina proprio così: “Vola solo chi osa farlo”. Le navi al porto sono al sicuro ma non per questo sono state costruite.

Libertà è prendere il proprio volo e non quello di altri. Libertà è credere che si ha le ali e avere il coraggio di prendere il proprio volo.

Un proverbio cinese dice che “nella vita tre cose non tornano più indietro: le parole dette… le frecce scagliate… e le occasioni perse”.

 

Ci fu un tempo in cui c’erano tre fratelli: Jacopo Colombo, Gregorio Colombo e Cristoforo Colombo. Tutti e tre avevano la passione per il mare.

Jacopo si diceva: “Chissà se c’è qualcosa di là” e passò la vita a pensare a cosa ci poteva essere oltre il mare (la paura ti fa solo pensare).

Gregorio: “Forse c’è qualcosa, ma è troppo pericoloso andarci” (la paura ti blocca).

Cristoforo: “Cosa ci sia non lo so proprio… andiamo a vedere!”. Fece il suo volo e scoprì l’America.

 

Essere liberi vuol dire fare il proprio volo (viaggio).

 

Pensiero della settimana

Quando non avrai paura (né fuori né dentro), allora sarai libero.

 

 

 

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