Padre Nostro

XVII domenica del tempo ordinario

Domenica 28 luglio 2019

Prima lettura: Gen 18, 20-32           Salmo: Sal 137           Seconda lettura: Col 2, 12-14          Vangelo: Lc 11, 1-13

 

 

Gesù ci ha insegnato un’unica preghiera: il Padre Nostro. Quest’unica preghiera ci è giunta in tre versioni differenti (Mt la più lunga; questa di Lc e una nella Didachè): perché? Perché gli evangelisti non intendevano trasmettere le parole esatte di Gesù, ma il suo profondo significato.

Il vangelo di oggi ci presenta il Padre Nostro secondo la versione di Luca. Se in Mt vi sono 7-8 domande, in Lc, invece solamente 5.

Il testo è diviso in due parti: la prima riguarda l’umanità e la seconda la comunità. Dopo l’invocazione iniziale vi sono alcune domande, richieste, inviti, desideri, speranze. Probabilmente il testo di Lc è più vicino all’originale (per la comunità cristiana era più facile aggiungere che togliere dal testo ricevuto).

 

11,1Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».

Le preghiere riflettono gli ideali di un gruppo religioso, il loro rapporto con Dio e la loro identità. Da come un gruppo prega si può capire com’è il suo Dio. La preghiera è la comunicazione tra Dio e l’uomo. Le preghiere sono le modalità storiche, che nel corso dei secoli variano.

Giovanni Battista, si vede, insegnava certe preghiere ai suoi discepoli (non abbiamo riscontri di ciò).

Guardiamo cosa succede qui: un discepolo, a nome degli altri discepoli, non chiede a gesù di pregare come fa lui, ma come Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli, cioè formule di orazioni che siano caratteristiche del loro gruppo e che li distinguano dagli altri.

I discepoli non capiscono e non partecipano alla preghiera di Gesù, per questo mai nei vangeli si trova una preghiera comune del Signore e dei suoi discepoli. Questo vuol dire che se Gesù pregava liberamente rivolgendosi al Padre, i discepoli, invece, volevano preghiere precise, specifiche, chiare, precetti.

Il Padre Nostro, infatti, non è una preghiera ma afferma chi è Dio. Dio è così: un Padre. Rivolgiti a Lui come vuoi sapendo che Lui è così.

 

2Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno;

PADRE=a Dio non ci si rivolge chissà con quali parole: “Altissimo… Potentissimo… Santissimo…”, ma semplicemente: “Padre”.

In quella cultura il padre è colui che trasmette la vita. Dio, quindi, è la fonte della vita, il luogo da dove la Vita diviene. Dio è la Vita. La Vita è Dio.

Nella cultura ebraica non esiste il termine genitori ma solo un padre e madre con compiti differenti. Mentre il padre è colui che genera, la madre si limita a partorire il figlio (Is 45,10). Il figlio riceve la vita esclusivamente dal Padre e la prolunga assomigliandogli nel comportamento mediante la pratica dei valori ricevuti. Quando si trova l’espressione “Il figlio di…”, non significa tanto “nato da…”, ma “assomigliante” nel comportamento.

Gesù ha già parlato di Dio come un Padre: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”. Il credente, il discepolo di Gesù non è uno che osserva le sue leggi, che gli ubbidisce, che “non sgarra”, ma uno che come Lui ama del suo stesso amore.

E’ un’immagine di Dio tutta nuova: Dio non premia più i buoni e castiga i cattivi (siamo lontanissimi dal nostro paradiso e inferno; cfr Lc 6,35: “Egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi”) ma ama tutti e vuole la vita per tutti (e sempre ci prova e ci riprova!).

Per niente poco prima di questo vangelo, l’abbiamo sentito due domeniche fa, c’è la parabola del buon samaritano. Come modello di credente Gesù propone un samaritano: ma chi erano costoro? Erano gli eretici, i lontani, i maledetti. Ma lui ha misericordia, si ferma e si prende cura; i religiosi, i puri, gli osservanti (sacerdote e levita) tirano dritto. Gesù non vuole osservanza (sacerdote e levita) ma che l’amore ricevuto da Lui (e quindi bisogna sentirlo, riceverlo, percepirlo, sentirlo!) si espanda: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).

 

Per la religione del tempo Dio doveva essere Servito. Dio era il Re e l’uomo il suo servo che con le preghiere, i digiuni, le penitenze, la retta condotta, la sottomissione alla sua volontà, gli ubbidiva.

Ma con Gesù tutto è capovolto: Dio non dev’essere più servito ma è Lui che ti serve. Ciò è chiaro nell’Ultima Cena quando Lui si mette a servirli e a lavare i piedi. Lc 22,27: “Io sono in mezzo a voi come colui che serve”. Se la religione è ciò che l’uomo fa per Dio (preghiere, fioretti, digiuni, cerimonie, ecc), la fede è ciò che Dio fa per l’uomo: lo ama aldilà di tutto e di ogni cosa.

San Paolo in Rm 8,15 dice una cosa meravigliosa: “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio”.

Quindi qualunque sia la tua situazione, la tua povertà, il tuo disagio, il tuo peccato, la tua morte, la tua vergogna, ricordati sempre che tu sei suo figlio. Rivolgiti a Lui… e mai, mai, mai Lui ti respingerà.

 

Un giorno una bambina va dalla mamma e gli dice: “Mamma, chi è Dio?”. Ora la mamma è in difficoltà. Come si fa a spiegare chi è Dio ad una bambina? Già a volte abbiamo le idee confuse noi adulti. Allora la mamma le dice: “Vieni qui”. La bambina va dalla mamma e la mamma la prende fra le sue braccia e la abbraccia forte forte. Poi dice alla bimba: “Cosa senti?”. “Sento che mi ami, mamma”. “Questo è Dio”.

Una donna ha due figlie: finché giocano una delle due si rompe una gamba. Allora la mamma lascia quella sana dalla vicina di casa e lei corre al pronto soccorso con la figlia con la gamba rotta. Finché il dottore visita la figlia, la madre dice al dottore: “Mi raccomando, dottore, me la aggiusti bene eh!, perché questa è la mia unica figlia”. La figlia la guarda e le dice: “Ma mamma, e mia sorella?”. E la mamma: “Lei è l’altra figlia unica”.

 

SIA SANTIFICATO IL TUO NOME=il verbo “santificare” ha il significato di consacrare, separare (senso soggettivo), ma quando è rivolto a Dio (senso oggettivo) significa riconoscere quello che è oppure “fa conoscere a tutti chi sei”.

Noi ti abbiamo conosciuto così: come un Padre amorevole. Che tutti ti conoscano così e non come tu non sei: come un giudice, come un vigile, come un despota, come un nemico, ecc. Allora la prima richiesta che la comunità dei credenti rivolge al Padre è che “venga riconosciuto questo tuo nome”, cioè che la gente ti conosca come un Padre.

Senso soggettivo: se il “santo” è Dio allora vuol dire separare o consacrare qualcuno o qualcosa con lo scopo di mettere in risalto un particolare valore. Ad es: il vasellame adibito per la liturgia veniva consacrato per questo uso. Dio è il Santo nel senso che dà forza vitale (Spirito Santo), santifica (“Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti” (Is 6,3; Ap 4,8)).

Senso oggettivo: se invece è Dio che viene santificato (ad esempio dall’uomo), allora il verbo vuol dire “riconoscere”, come in questo caso. Quindi qui si dice: “Che il tuo nome sia riconosciuto”. Perché non era riconosciuto? No! Che sia riconosciuto non come finora è stato invocato Yahwé, ma come è stato riconosciuto dagli apostoli e da coloro che ti hanno incontrato: come Padre.

Quindi non si santifica il nome di Dio ogni volta che si dà di Dio un’immagine diversa da quella che Lui ci ha mostrato di Padre buono, misericordioso, amorevole e pieno di tenerezza. E in questo vangelo si dirà che il Padre va incontro ai bisogni dei suoi figli, anzi il Padre addirittura li precede perché il Padre ha a cuore la vita e la felicità dei suoi figli.

La gente conosce che Dio è questo? La gente lo sa che Dio ci vuole felici? La gente lo sa che Dio è per noi?

 

VENGA IL TUO REGNO=non ha il significato di chiedere qualcosa che non c’è (venga perché adesso non c’è). Il significato del verbo è: “Si estenda, si allarghi questo tuo regno”. Il regno, il regno del Padre c’è già (beatitudini).

Cosa sia il regno di Dio, Gesù lo ha già annunciato nelle beatitudini: un modo di vivere alternativo dove c’è spazio per la libertà interiore, per la vulnerabilità, per la condivisione, per la gioia, per la giustizia, per un modo di vivere alternativo. Vivere così fa felici. Che tutti possano vivere così! Che questa malattia (il regno di Dio) contagi tutti. Il regno di Dio non è l’aldilà, ma una società alternativa dove al posto di accumulare per sé si condivida generosamente con gli altri, dove al posto di comandare si serva.

 

Gli ebrei sapevano bene cos’era stato il regno. L’esperienza della monarchia in Israele era un ricordo tragico e fonte di tutte le disgrazie patite nel presente. Per molto tempo funzionò così: ogni volta che il popolo si trovava in difficoltà Dio faceva sorgere un condottiero che con la sua forza liberava Israele dai nemici (Gedeone o Sansone (Giudici)).

Ma ad un certo punto della storia il popolo volle un re come tutti i popoli. E’ la tentazione di tutti i tempi: l’illusione che ci sia uno “speciale” che possa risolvere i problemi di tutti.

Dio mise in guardia il popolo: “Prenderà i vostri figli per destinarli alla guerra e in guerra moriranno… li costringerà ad arare i suoi campi e a mietere le sue messi (li farà schiavi)… prenderà le vostre figlie per farle profumiere e cuoche e fornaie (per i suoi bisogni sessuali o come schiave)… vi sequestrerà schiavi e schiave e i vostri armenti migliori… vi metterà la decima sui vostro raccolti” (1 Sam 8,10-22): volete ancora un re? Sì, lo vogliamo.

E la monarchia (regno e re) fu un disastro. Saul, il primo re, impazzì (1 Sam 16,14) e morì suicida (1 Sam 31,4). Il legittimo erede Is-Bàal fu assassinato (2 Sam 4). Il trono venne preso da David, che era riuscito a sposare la figlia di Saul, Michol. Adultero e assassino (2 Sam 11), il Signore lo maledì (2 Sam 12,11-14) e gli impedì di costruire il Tempio con le parole: “Perché hai versato troppo sangue sulla terra davanti a me” (1 Cr 22,8). Il terzo re fu peggio che peggio (e qui la monarchia terminò): Salomone, che salì sul trono dopo aver assassinato il legittimo erede, suo fratello Adonia (1 Re 2,15). Despota megalomane, Salomone morì idolatra (1 Re 11,4-5) e venne liquidato dalla Bibbia con la severa sentenza: “Salomone commise quanto è male agli occhi di Yahwé e non fu fedele a Yahwé” (1 Re 11,6). Gli successe il figlio Roboamo, un emerito incapace, che portò il regno alla rovina, causando lo scisma (di 10 tribù di Israele) che pose praticamente fine alla monarchia (1 Re 12,3ss). Come il padre, Roboamo non seguì il Signore e per di più trascinò pure il popolo nell’infedeltà a Dio: “Roboamo abbandonò la legge di Yahwé e tutto Israele lo seguì” (2 Cr 12,1).

Fu così tragica l’esperienza dei re che il regno che gli ebrei si aspettavano era un regno divino, dove Dio stesso si sarebbe preso cura degli ultimi (orfani e vedove).

Il regno di cui parla Gesù, è sì un regno, ma non è un regno imposto con la forza come volevano i farisei, bensì accolto e accettato “se tu lo vuoi”, cioè volontariamente. Il regno non è fuori, è dentro di te. Il regno da instaurare è che tu sia re nel regno della tua vita.

Lc è chiaro: “Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà” (Lc 18,17).

E come lo accoglie un bambino? Nella cultura ebraica il bambino, era come la donna, all’ultimo posto: senza nessun valore. Un bambino è disposto a farsi amare, ad imparare, a ricevere, a seguire, a mettersi a disposizione. Per accogliere questo regno bisogna essere come un bambino: ricettivi, disponibili ad imparare, a mettersi in gioco, a farsi coinvolgere. Se non hai il coraggio di metterti in gioco non conoscerai il Regno di Dio.

 

3dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,

QUOTIDIANO=non è la traduzione esatta. In greco c’è la parola epiousion che San Girolamo tradusse in Mt con “supersubstantialem” (Mt 5,11)

mentre la stessa parola in Lc con “cotidianum” (Lc 11,3). Non si sa il perché! Supersubstantialem era difficile da pronunciare così preferirono quotidiano. Solo che quotidiano non è la traduzione giusta. Infatti con il “pane quotidiano” sembra che si debba chiedere a Dio il pane da mangiare, il pane che nutre gli uomini. No, il pane che nutre gli uomini è compito degli uomini procurarlo e condividerlo con chi non ne ha.

Il pane di cui si parla qui è un altro pane: è il pane speciale di Dio, è il pane dell’anima, è Gesù al centro della comunità, è l’eucarestia, alimento del cuore e dell’anima.

 

Vi sono 3 possibilità che si completano, si integrano, a vicenda. Epiousion può avere tre sensi:

  1. Il pane di domani (epi+ienai), cioè “necessario alla vita del giorno che viene, di domani”. E’ un invito a non essere abbandonati, a percepire la presenza di Dio che aiuta oggi e domani.
  2. Il pane supersostanziale (epi+ousia). Allora questo pane non è tanto il pane fisico, quello del fornaio, ma il pane che alimenta il cuore, l’anima e l’interiorità. E’ il corpo di Cristo. Questa è la traduzione più probabile.
  3. Il pane necessario (epi+einai). “Non darmi né povertà né ricchezza; ma fammi avere il pane necessario” (Pr 30,8). In questo senso allora: “Vivi, preoccupati di oggi e non vivere con l’ansia del pane di domani”. De Mello: “La vita è quella cosa che ci accade mentre noi siamo impegnati a fare progetti per il futuro”. Vivi oggi. Se vivi proiettato nel domani non vivi né oggi né domani, perché domani vivrai nel domani di domani.

Tutte e tre sono possibili traduzioni quindi tutte e tre possono essere vere.

 

4e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione».

PERDONA=afiemi=cancella. Dio ci perdona sempre, ovvio. Il verbo afiemi vuol dire condonare e non tanto perdonare.

Gli ebrei avevano quest’immagine di Dio: un Dio che come un pignolo contabile registra tutto nel suo Libro dei Conti. Dio sa tutto. A Lui nulla scappa. Quindi non si può sfuggirgli. Il perdono funzionava così: tu hai peccato e Dio lo sa. Per non essere punito tu dovevi compiere delle azioni riparatrici perché Lui non ti punisse (ecco i sacrifici, i digiuni, le preghiere Nm 15,22-30). Quindi: “Hai sbagliato… ma poiché ti sei pentito, ti perdono”. Il perdono, quindi, era un guadagno che l’uomo otteneva dopo aver fatto il suo errore per non essere punito.

Ma con Gesù cambia tutto: Dio perdona non perché l’uomo si converta, ma perché il suo cuore è grande. E’ in base alla sua misericordia che Dio condona. Condonare vuol dire mandare via, togliere tutto, non lasciare più nulla.

Un giorno dopo essersi confessato un uomo pregava così Dio: “Ti ringrazio Dio per aver perdonato i miei peccati”. E Dio rispose: “Quali peccati?”.

 

Perché usa il termine “debitore”? In Israele c’era la regola: se tu avevi un credito da un tuo debitore, questo decadeva nell’anno di remissione del Signore (ogni 7 anni; Dt 15,2). Ma fatta la legge, trovato l’inganno…

Il Prozbul era un certificato contenente una dichiarazione, fatta di fronte al tribunale, in virtù della quale il debitore autorizzava il creditore a riscuotere il suo credito in qualunque tempo, anche dopo i sette anni, prescindendo dalla legge del condono.

Allora Lc prende le distanze da questa pratica e da questa regola per richiamarsi al disegno primitivo, di Dio: dopo un po’ il debito va rimesso totalmente.

 

Perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore=tu puoi condonare il tuo fratello solo se hai fatto tu esperienza di condono. Altrimenti non sai! Chi non condona non ha ancora conosciuto chi è Dio. Perché chi conosce Dio, chi vive il vangelo, chi è, sa cosa gli è stato fatto, non può fare diversamente: condonare.

 

E NON ABBANDONARCI ALLA TENTAZIONE=peirasmon è al singolare: si tratta di una tentazione.

Una volta, sbagliando, si diceva: “Non ci indurre in tentazione” (lo si dice ancora durante la Messa, e non si capisce il perché!). Come se Dio volesse spingerci a peccare, ci inducesse a sbagliare. Siccome non puoi mangiare il gelato, allora Dio ti tenta e ti fa passare davanti a tutti i negozi di gelati possibili. La tentazione non sono le tentazioni di rubare, di voler la donna d’altri, di voler possedere o manipolare gli altri, di essere gelosi o invidiosi.

Qual è la grande tentazione? Qual è questa prova alla quale la comunità chiede di non essere abbandonata? E’ la prova nella quale ha fallito. Gesù nell’Orto degli Ulivi aveva chiesto ai discepoli: “Pregate per non entrare nella prova, per non cedere alla prova”. Gesù sa che deve morire ma non è questa la prova. La prova è di perdere la sua fiducia in Dio. Il rischio è di dire: “Mi sono sbagliato… Dio mi ha abbandonato… Lui non c’è… speravo, ma…”.

La prova era quella di Gesù che veniva catturato come un malfattore, che finiva assassinato come un delinquente, come un maledetto da Dio, una prova che ha messo in crisi la comunità. La comunità cedette: pensava di essersi sbagliata, pensava che tutto fosse finito, pensava che davvero Gesù non fosse il Figlio di Dio, pensava che fosse la fine.

Qui si parla non di prove (plurale) ma di prova (al singolare).

 

Nell’A.T. il vero “provare” non indica mai una sollecitazione al male (tentazione). Indica sempre una “prova”, una verifica che viene fatta per vedere cosa c’è realmente nel cuore. Un po’ come a scuola: uno studia e poi si fa la verifica per vedere se sa quello che ha studiato. Lo scopo non è di mettergli insufficiente ma di vedere cosa sa e cosa non sa. Il senso quindi è sempre positivo. Dt 8,2: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi”.

Le prove sono necessarie perché l’uomo cresca, divenga. Pensiamo ad Abramo (Gen 22, 1-19).

Ad Abramo viene chiesto di sacrificare suo figlio, l’unico figlio che ha aspettato per novecento anni: è un Dio cattivo, capriccioso questo? Che Dio è che può chiedere questo? Ma in realtà, Dio lo sto provando, cioè facendolo crescere. Quel figlio, quell’unico figlio, Isacco, che lui considera suo, è del Signore. E attraverso la prova Abramo imparerà qualcosa che in nessun altro modo forse avrebbe potuto imparare: mio figlio è di Dio, della Vita e non mio. Allora la tentazione è una prova, un passaggio di crescita. Infatti nahasc (il serpente tentatore) in ebraico indica un ostacolo-barriera da superare: se l’uomo lo passa si libera un quantum di luce, di consapevolezza che era nascosto. Allora Dio mi mette alla prova non per divertirsi, ma perché io possa crescere, possa portar fuori la luce (consapevolezza) che c’è in me.

Nel vangelo di Lc, però, il verbo tentare appare due volte ed in entrambe ha un senso negativo. Nelle tentazioni (Lc 4,2) il diavolo “lo tenta” e poco dopo questo vangelo (Lc 11,16) lo “tentano” perché faccia un segno dal cielo. Qui il senso è negativo: si cerca di far fare a Gesù qualcosa di spettacolare, di trionfale, di impressionante.

Ma allora in che senso dobbiamo prendere il verbo “tentare”? Prova o come induzione al male? Chiarisce tutto Gc 1,13-14: “Nessuno, quando è tentato, dica: Sono tentato da Dio; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria cupidigia che lo attrae e lo seduce”. Dio non tenta, mai.

 

5Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, 6perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”, 7e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, 8vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.

Se anche un amico si alza, magari non tanto per amicizia, ma per l’insistenza del suo amico che ha un bisogno, che cosa farà Dio per voi? Dio è ben più di un amico!

 

9Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.

Abbiamo tradotto: “Prega e Dio ti dà”. Siccome, poi, nella realtà questo non avveniva ce la prendevamo con Lui oppure con noi: “Non ne ero degno; ho pregato male; si vede che a Dio non piaccio, ecc.”.

Ma cosa ci da Dio? Ci dà tutto, la cosa più grande, ma non quello che noi pensiamo. Se cercheremo troveremo, ma non come pensiamo noi! Se bussiamo, certo, ci sarà aperto, ma non come pensiamo noi! Tutto si spiega con il finale: cos’è che ci viene dato? Lo Spirito Santo!

 

11Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? 12O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?

Se anche un padre cerca di esaudire il proprio figlio, non farà molto di più il vostro Padre Celeste?

 

13Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Il brano si conclude con la piena fiducia nel Signore e soprattutto con un aspetto molto importante: l’unica cosa che Gesù garantisce che sarà data è normalmente quella che meno si chiede nell’elenco nelle liste delle preghiere: lo Spirito Santo.

Alle persone non interessa per niente lo Spirito Santo ma la salute, la felicità, i soldi, trovare una donna, avere un figlio, non avere problemi. E’ che Dio non ci dà niente di tutto questo.

SE VOI DUNQUE, CHE SIETE CATTIVI=non si vuol dire che noi siamo cattivi. E’ solo per fare una differenza tra noi e Dio. Noi siamo buoni, ma rispetto alla sua bontà, siamo così lontani da “essere cattivi”.

IL PADRE VOSTRO DEL CIELO DARÀ LO SPIRITO SANTO A QUELLI CHE GLIELO CHIEDONO=questo sì che Dio lo può dare!

SPIRITO SANTO= letteralmente Spirito Santo senza l’articolo, perché non dà la pienezza dello Spirito Santo ma Spirito Santo nella misura con cui la persona è in grado di accoglierlo. Dio ti dà tutto… ma tu sei come un bicchiere: se sei un bicchiere grande si riempirà molto; se sei un bicchiere piccolo si riempirà poco. Ecco è l’unica cosa che Gesù garantisce che il Padre darà: lo Spirito Santo.

A che serve questo Spirito? Lo Spirito è la forza che ti serve per realizzare la tua missione/vita.

Dio non ti dice cosa devi fare: Dio ti dà lo Spirito per capire cosa tu puoi fare.

Dio non ti dice dove devi andare: ti dà lo Spirito perché tu possa capire qual è la tua direzione.

Dio non ti dice cosa è giusto: ma ti dà lo Spirito perché tu, con la tua testa e con la tua coscienza, possa capire e comprendere cosa è giusto per te.

Ecco l’unica cosa che Dio ci dà: lo Spirito Santo, la Luce, la Forza, il Coraggio, per andare e fare noi.

 

Pensiero della settimana

Dio è con te sempre. Questo è lo Spirito santo.

Sfrutta e utilizza la Forza di Dio che è con te.

Avere una Ferrari e lasciarla in garage… questo è davvero il peccato.

Tutto ti è possibile perché Lui è in te.

Nulla ti è possibile se non Lo fai vivere in te.

 

 

 

I commenti sono chiusi .