Non vi conosco, non so di dove siete

XXI domenica del tempo ordinario

Domenica 25 agosto 2019

Prima lettura: Is 66, 18-21       Salmo: Sal 116          Seconda lettura: Eb 12, 5-7. 11-13      Vangelo: Lc 13, 22-30

 

 

Per comprendere il vangelo di oggi bisogna sapere che al tempo di Gesù il popolo di Israele pensava di essere l’unico a salvarsi, mentre tutti gli altri, che erano pagani, no. La salvezza, cioè era un privilegio degli ebrei. Gesù, però, sovverte la dottrina comune secondo la quale Israele si salva e i pagani no e annunzia un cambiamento dei valori.

 

13,22Passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.

Gesù si dirige verso quella che sarà la tappa finale di questo suo cammino, la città dove incontrerà la morte per mano delle autorità religiose: Gerusalemme. Perché proprio lì? Gesù ha ormai l’intenzione di andare verso Gerusalemme per scontrarsi con i detentori del potere, coloro che avevano manipolato a proprio uso e consumo l’immagine di Dio, deturpandola.

Nei vangeli, ma soprattutto in Lc, Gesù fa un lungo viaggio verso Gerusalemme: là deve arrivare. È la sua missione, la sua vocazione, la sua meta. Guardo a Gesù e imparo: 1) a riconoscere la mia missione, qualunque essa sia, e 2) ad andare fino in fondo.

 

GESU’ PASSAVA INSEGNANDO… MENTRE ERA IN CAMMINO=nel vangelo di Lc viene sempre detto e ripetuto che Gesù camminava, che era in cammino. Non è soltanto un’annotazione descrittiva ma piuttosto simbolica, indice di una disposizione dell’anima.

Ed è proprio questa l’accusa che Gesù farà in questo Vangelo: “Voi non vi siete mai messi in cammino. Avete imparato delle cose e poi vi siete attaccati e ne ha avete fatto degli assoluti, degli idoli. Per cui qualunque cosa vi venga detta, non vi tocca, non vi scalfisce. In sostanza, dice Gesù, siete morti!”.

Una vecchia ebrea è seduta accanto ad uno svedese, grande e grosso, e continua a fissarlo. Alla fine gli rivolge la domanda: “Mi scusi, lei è ebreo?”. “No”, risponde lui. Pochi minuti dopo la donna lo interpella di nuovo: “A me può dirlo, sa. Lei è ebreo, vero?”. “E quello risponde: “Assolutamente no”. Lei lo studia per un po’ e ripete: “Sono sicura che lei è ebreo”. Pur di stare in pace, l’uomo dichiara: “E va bene, sono ebreo!”. La vecchietta lo guarda di nuovo, scuote la testa e gli dice: “Non si direbbe proprio”.

 

Se non sei in cammino sei fermo. Se sei fermo non vai da nessuna parte. Le persone vive, camminano, si muovono, cambiano, divengono, si trasformano, scelgono. Le persone morte rimangono fisse, stabili, si irrigidiscono, si intestardiscono, si impuntano.

Vi siete mai chiesti perché si dice “seguire il Signore”? Perché seguire è camminare. Non si può seguire il Signore e rimanere gli stessi, nelle stesse idee, con gli stessi punti di vista.

“Mio padre faceva così e lo faccio anch’io!”: bravo. Vuol dire che la tua vita non ha senso. Se tu copi tuo padre, se tu fai come lui, allora tu sei una fotocopia, anche se tu non ci fossi non cambierebbe niente.

“Qui si è sempre fatto così”: bravo! Vuol dire che tu non ti poni neppure certe domande, tu replichi. Questo andava bene per quelli precedenti ma oggi ci sono altre persone, altri bisogni. Se tu applichi vuol dire che tu neppure ti chiedi chi hai davanti: tu esegui, tu ripeti, vai in automatico. È come dar da mangiare un cibo di 100 anni fa ad un uomo di oggi: ha 100 anni, è vecchio, è scaduto!

Allora la tua vita è inutile perché c’è già stata. È per questo che la gente è triste e insoddisfatta: perché replica. Si sforza di essere come altri o per non impegnarsi copia altre vite. Ma nello stesso istante in cui io voglio essere come un altro, non sono più come me. Così passano tutta la vita a diventare qualcosa che non sono e si dimenticano di quello che sono.

Uno dei criteri per essere felici è: non fare come nessun altro! Io faccio solo come me!

 

È molto semplice verificare se si è discepoli del Signore. Basta farsi alcune domande: dico le stesse preghiere di 10 anni fa? Stesso modo di pregare? Ho la stessa fede, lo stesso credere? Se la risposta è sì, allora sono stati 10 anni inutili.

La mia immagine di Dio è la stessa di 10 anni fa? Il mio modo di confessarmi è quello di 10 anni fa? A 8 anni confessavi: “Padre, ho detto le parolacce… le bugie… non ho detto le preghierine…”. Se a 40… confessi ancora: “Bugie… parolacce… non ho detto le preghiere… mormorazioni”, allora hai ancora 8 anni! Da un punto di vista dell’anima sei rimasto lì.

Seguire il Signore vuol dire che oggi non sono dove ero ieri, vuol dire essere in un processo di continuo cambiamento, di continua trasformazione, di continua conversione.

Il tuo carattere è lo stesso di quello di 10 anni fa? Se sì, hai perso dieci anni! Il modo di amarti fra te e tua moglie è lo stesso di 10 anni fa? Se sì, hai perso dieci anni!

Una persona ha cambiato casa. Gli dico: “Dove sei andata ad abitare?”. “Ah, sono rimasta nel mio paese. Mi sono spostata solo di 100 metri. Sai, è bello sapere e trovare tutti quelli che la pensano come te!”. Oddio che tremendo! La gente è orgogliosa quando tutti la pensano come lei, quando tutti hanno le stesse idee (e poi si rinforzano nella stessa idea fino a convincersi). Invece è una tragedia. Se tu stai con quelli che la pensano come te, non crescerai mai. Evolvere è incontrare il diverso, gente nuova, gente diversa, idee diverse, posizioni diverse. Quelle “come te” le sai già!, non ti servono. Sono rassicuranti (per forza non ti mettono in discussione!) ma non ti servono per andare avanti, per procedere, per crescere.

Il più grande comando della vita è evolvere, andare avanti, procedere, camminare, divenire.

C’è il compito personale e il compito universale. Il compito personale è: che ci sto a fare io a questo mondo? Qual è la mia missione? Per che cosa sono stato creato? Per che cosa devo vivere? Cos’è che devo annunciare. E poi c’è il compito universale, quello che riguarda tutti gli uomini, unico e lo stesso: evolvere. Ognuno fa la sua parte e tutti insieme facciamo evolvere e crescere quest’umanità.

 

23Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».

SONO POCHI QUELLI CHE SI SALVANO=perché gli fa questa domanda? Perché si credeva che la salvezza fosse un privilegio riservato al popolo di Israele. Sono quelle domande da curiosi, da gente che “spettegola”, da scoop, da “ultima notizia”.

“Sono pochi quelli che si salvano?”: Gesù non risponde né sì né no. Non gli interessa soddisfare la curiosità mentale; e forse neppure lo sa. Non è questo il punto! Gesù fa passare dall’esterno (“essi si salvano”) all’interno (“sforzatevi…. Comincerete a bussare… vi risponderà… allontanatevi da me… vedrete… e voi cacciati fuori”).

Che ti frega degli altri? Pensa, concentrati e focalizzati sulla tua vita. Più uno parla e si interessa della vita degli altri e meno è capace di vivere la propria. Il punto sei tu.

 

E che fa Gesù? Gesù non risponde su quanti sono quelli che si salvano, ma su chi sono quelli che si salvano (o che credono di essere salvati). Il grande problema per Gesù non erano quelli che non credevano in Dio (che erano molto più disponibili ad accogliere il Regno) ma quelli che credevano in Dio, perché non erano in grado di modificare, cambiare, la loro immagine di Dio. “Dio è così – dicevano – e solo così!”: si erano fossilizzati.

 

Disse loro: 24«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.

SFORZATEVI=lett. “lottate”.

Se non si capisce bene questo “sforzatevi”, viene fuori che bisogna fare sacrifici, mortificazioni, rinunce, che bisogna fare una vita ascetica dura, ecc. Ma perché è difficile passarvi? Perché è una porta stretta? Non perché è chiusa! Cioè: bisogna lottare per trovare la porta giusta, aperta, perché nel tempo la porta si chiude. E quando si è chiusa non sarà più possibile entrarci. Le scelte sbagliate compiute nel corso dell’esistenza impediranno l’accesso a questa pienezza di vita.

 

L’immagine è quella della porta. In tutte le culture indica un passaggio, un’evoluzione spirituale. La porta fa passare dal fuori al dentro, dall’esterno all’interno. Indica un passaggio di zona. La porta, come il ponte, permette di passare dal mondo profano a quello sacro, spirituale. Per questo in numerosi templi le porte sono sorvegliate da draghi, cani, leoni, santi o divinità: può entrare solo chi ne è meritevole, cioè, consapevole e quindi degno.

 

25Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”.

QUANDO IL PADRONE DI CASA SI ALZERA’ E CHIUDERA’ LA PORTA=non è che Dio ad un certo punto dica: “Beh, adesso basta! Ti ho lasciato tante possibilità, adesso mi sono stancato”. È un’immagine per dire un concetto di vita: quando vivi lontano da te, quando vivi lontano dalla tua anima, viene un tempo in cui non vi hai più accesso. È troppo tardi! Non è Dio che chiude la porta ma sei tu che l’hai chiusa!

COMINCERETE A BUSSARE ALLA PORTA, DICENDO: “SIGNORE, APRICI!=quindi, queste persone conoscono il Signore, sapevano che strada percorrere, in quale porta entrare. Sono persone che hanno una comunione con Lui (così almeno loro pensano!).

Ma dov’è il problema? 1) Noi e non gli altri. Eccolo qui: “Signore, aprici!”. Cioè rivendicano un rapporto esclusivo con Lui: “Ma come, noi che siamo il tuo popolo eletto, prediletto, quello di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, quello che tu hai scelto… noi popolo dell’alleanza… noi popolo che ti ha seguito nel deserto… noi… noi… “.

 

L’immagine è dura… forte… decisa… Gesù sembra non fare sconti ed essere particolarmente crudele. Come si concilia quest’immagine così forte con il Gesù misericordioso? Gesù ci presenta nel vangelo un Dio che è Padre buono, che ama alla follia, buon samaritano, padre che aspetta il ritorno del figlio prodigo, che ti cerca, che perdona ogni cosa, che tutti accoglie.

Perché qui c’è da aver paura di Dio. Quando quelli fuori gli dicono: “Signore aprici!”, Dio non ha dubbi o ripensamenti: “Non vi conosco, non so di dove siete”. E quando quelli fuori insistono, lui risponde perentorio senza ripensamenti: “Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori di iniquità!”. E dove ci manderà sarà “Pianto e stridore di denti”, e vedremo gli altri nella gioia e noi fuori.

Sono immagini del tempo ma vanno prese in considerazione. Non indicano una condanna: “Se non fai come dico io ti punisco”. Questo era nostro padre che diceva così. Dio non è vendicativo. Non è che se ci comportiamo male, che se non facciamo secondo le sue regole Lui, per vendetta, ce la fa pagare. Indicano una conseguenza: tutto quello che fai ha delle conseguenze. Stai attento perché certe scelte… un certo vegetare… un certo vivere senza farsi domande… massificarti, ti porta a fare questa fine.

Cioè: viene un momento in cui non si può fare più nulla… troppo tardi.

 

C’era una nostra amica che arrivava sempre in ritardo. Noi l’aspettavamo sempre ma le dicevamo: “Luisa, non farci aspettare sempre!”… e le dicevamo anche tanto altro… ma non si può dire! In ogni caso l’aspettavamo sempre. Se dovevamo trovarci alle 21 a lei dicevamo alle 20.30 e comunque arrivava sempre dopo le 21. E noi continuavamo ad aspettarla. Una sera dovevamo andare a teatro: lì si sa, quando inizia, inizia. Le diciamo che ci si trova alle 20, tutti arriviamo alle 20.30 e lei non c’è ancora. La chiamiamo… sta arrivando… alle 20.40 non c’è… alle 20.45… non c’è… alle 20.50 non c’è… e noi siamo partiti. Lei è arrivata alle 21,10 e si è arrabbiata… Mi dispiace, ma troppo tardi.

Viene un tempo in cui non c’è più tempo… le cose non si possono rimandare sempre, perché verrà un tempo in cui non sarà più possibile e non ci saranno altre chance.

 

Cosa vuol dire allora quest’immagine? Bisogna sforzarsi, bisogna fare, compiere, certi passaggi nella vita altrimenti si muore (dentro). Bisogna operare delle evoluzioni, entrare in certe situazioni, in certe questioni, affrontare certe paure. Perché viene un momento in cui è troppo tardi, viene un momento in cui non c’è più niente da fare. Allora la vita stessa ci dirà: “Non ti conosco! Troppo tardi! Dovevi pensarci prima! Adesso!?”.

Ma non è una punizione della vita, è una conseguenza del nostro agire.

Sforzarsi, in greco, agonizomai, vuol dire “lotto, combatto, gareggio”. Indica una difficoltà. Nessuno dice che certe questioni siano facili, ma bisogna passarci dentro, bisogna affrontarle. Forse fanno paura; forse faranno piangere; forse creeranno tensione o lacerazione o separazione. Ma se le lasci lì… verrà un giorno in cui sarà troppo tardi, in cui non ci sarà più niente da fare. Nessuno ha mai detto che crescere sia facile: a volte è doloroso, ti costringe a scegliere, a volte “fa male”. Ma bisogna entrare dentro, bisogna affrontare certe questioni, bisogna compiere certi passaggi.

 

26Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”.

ABBIAMO MANGIATO E BEVUTO… E TU HAI INSEGNATO…=2) ecco il secondo problema: rivendicano un rapporto esclusivo col Signore (mangiato e bevuto è una chiara allusione all’eucarestia, e insegnato indica l’ascolto della Parola di Dio). Ma tutte le azioni sono rivolte verso il Signore e nessuna verso gli altri, i fratelli. “Ma noi Signore siamo venuti in Chiesa tutte le domeniche… noi siamo andati a catechismo… noi abbiamo fatto la Comunione… noi non abbiamo mai fatto peccati gravi… noi eravamo battezzati… noi abbiamo sempre frequentato la Parrocchia… noi… noi…”. Quando Dio diventa una scusa per non amare gli altri allora diventa un Dio patologico.

Vedete, dire delle preghiere è una cosa. Ma prendersi cura delle voci dell’anima è un’altra questione. Prendersi cura della propria anima vuol dire far vivere il Dio che vive in noi, dargli spazio, lasciarsi portare da Lui, farlo emergere.

Andare in chiesa o dire delle preghiere perché ci vadano bene le cose è una cosa, ma amare il mio compagno invece di vendicarmi o di fargliela pagare, amare i miei figli senza trattenerli o indirizzarli, amare le persone anche se la pensano diversamente, rimanere aperti verso di loro, accoglierli, perdonare, cioè ridare una nuova possibilità di vita a chi ci ha ferito, questa è un’altra cosa. Le preghiere e l’andare in chiesa ti servono per questo, altrimenti è fine a sé stesso.

C’è una ragazza (30 anni) che vorrebbe uscire di casa. Sua madre (senza marito) è da sola. Sua madre le dice: “Ma stai qui; non paghi affitto, io ti lavo, ti stiro, ti preparo da mangiare; fai quello che vuoi, non ti do regole, né orari, che motivo c’è di andarsene?”. “Ma sì, in fondo che differenza c’è tra vivere qui con lei e da sola. Tanto qui faccio quello che voglio”. È capibile, è normale, è anche cristiano stare con chi è solo, è cristiano essere buoni, generosi, disponibili, comprensibili.

Il motivo che lì è sempre figlia! Se rimane lì, l’anima non cresce. I figli si fanno per lasciarli andare, non per tenerli… perché possano vivere la loro vita. È difficile per la madre lasciarla andare perché si ritrova da sola e non sa come fare. Ma finché la figlia non se ne andrà, la madre non potrà farsi nessuna amicizia, tanto c’è la figlia. È difficile per la figlia andarsene, rimettersi in gioco, confrontarsi con sé stessa, con gli uomini, dover ricominciare o forse partire per la prima volta. Chi glielo fa fare? Nessuno… ma l’anima sì. E l’amore cos’è? Lasciarla andare!

 

C’era un re che si era perdutamente innamorato di una cortigiana bellissima. Lui era il re, poteva averle tutte, solo che lui era innamorata di quella. Tutte le altre donne avrebbero fatto “carte false” pur di avere il suo amore, solo che quella donna amava un altro cortigiano e non il re.

Il re pregava tutte le mattine e quando faceva la Comunione la portava sempre come richiesta, e si era impegnato a fare sacrifici e mortificazioni per avere quella cortigiana; aveva promesso al Vescovo che avrebbe perfino rinunciato al trono per lei. Se non era amore questo! Solo che lei non lo amava!

Un giorno finché era in preghiera disse a Dio: “Dio con tutte le preghiere che dico…!”, e Dio gli rispose: “Smetti di pregare e lasciala andare. La preghiera serve per avere quello che non si può avere? Lasciala andare… solo così l’amerai”.

 

Un uomo è stato lasciato dalla moglie da tre anni e continua da una parte a maledirla, dall’altra le chiede in continuazione di tornare insieme. Quando parli con lui si parla sempre e solo di questo. “Vuoi o no entrarci dentro? Vuoi passare quella porta o ci rimani lì davanti per sempre?”. Ti piaccia o no, questa è la realtà. O la accetti ed entri dentro a questa nuova situazione o ti pianti. Consolarsi è a volte un modo per non affrontare la sofferenza che si porta dentro.

 

Un altro uomo ha fatto un incidente in auto e adesso vive in carrozzina. È dura, è difficile, ma la realtà è questa. Che si fa? Si entra dentro o ci si piange addosso per tutta la vita per quello che è successo? Perché perdere le gambe è davvero grave, ma perdere l’anima e la voglia di vivere lo è di più.

 

Nel film Ray (è la vera storia di Ray Charles), Ray rimane cieco perché un giorno suo fratello più piccolo cade dentro ad una grande bacinella di acqua piena. Lui pensa che il fratello giochi, vede la scena e invece il fratello muore annegato. Lui vede tutto e non fa niente: ma ho solo 7 anni e non capisce. Solo che si sente in colpa per non aver avvisato e avvertito subito sua madre. La sua cecità è come dire: “Non voglio vedere quello che ho dovuto vedere”.

Ma solo grazie alla sua cecità ha potuto sviluppare un udito fenomenale: quella che era la sua disgrazia è stata la sua più grande grazia! Quindi, qualunque cosa vi succeda, ringraziate sempre e scoprite il dono di ciò che vi accade.

Allora: Ray è cieco, lo è appena diventato, ha 8 anni e un giorno entra in casa e fa un gran capitombolo. Allora grida aiuto: “Mamma, mamma, dove sei?”. Piange e grida. Sua madre è lì e lo vede ma non fa nulla. Una cattiva madre? Lui continua a piangere e a urlare: “Mamma, mamma, dove sei?” (ha solo 8 anni, è ovvio che chiama la mamma a quell’età!). Ma sua madre non arriva, lei gli è vicino, a pochi passi ma non si muove.

Dopo un po’ che urla – e lei non arriva – lui anche se è cieco, si alza e comincia a camminare. E nella sua vita farà tutto, come un qualsiasi altro uomo, anche se cieco. Cattiva madre? No, madre intelligente. Se lei fosse intervenuta, il piccolo Ray l’avrebbe sempre chiamata, lei ci sarebbe sempre stata, e lui avrebbe sempre avuto bisogno di lei. Ma così sarebbe rimasto sempre un bambino, dipendente da lei. Per lei amarlo ha voluto dire lasciare che si arrangi: quella era la porta da superare e da entrare.

 

Un uomo aveva i piedi che puzzavano. La donna con cui viveva non ne poteva più. La donna gli acquistava oli essenziali per i pediluvi, creme perché coprissero l’odore che lui non metteva; e sali per lavarsi i piedi che lui non usava. La cosa andò avanti per un anno. Un giorno quando lui tornò a casa, lei gli disse: “Questa sera io dormo su di un altro letto!”. Da quella sera in poi l’uomo usò gli oli essenziali, le creme e i sali e non ebbe più odore ai piedi. Se una cosa s’ha da fare, s’ha da fare. Se bisogna entrarci, ci si entra.

 

27Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.

NON SO DI DOVE SIETE=ma perché è importante sapere uno da dove viene? Dove abita? La domanda è molto più profonda: tu puoi essere (venire) dall’amore o dal narcisismo. Nell’amore non ci sei solo tu ma ci sono anche gli altri; nel narcisismo, invece, ci sei solo tu e tutto ruota attorno a te. Dio è Amore (1 Gv) e riconosce solo quelli che vengono e vivono nell’amore. Gli altri non li conosce, non li riconosce; gli altri che vivono su altre dimensioni (come l’egocentrismo) non li conosce. Gesù è duro? No! È che se non vivi nell’amore (e Lui è Amore!) non puoi entrare nel suo regno. Ma non perché Lui ti escluda ma perché tu non vuoi.

ALLONTANATEVI DA ME…=questa è una citazione del Sal 6,8.

Quindi qui c’è una critica feroce che Lc fa alle prime comunità cristiane: “Non basta mangiare il pane (la Comunione) ma bisogna farsi pane!”. Coloro che ne hanno ascoltato l’insegnamento e non lo hanno poi tradotto in atteggiamento di vita per gli altri, il Signore non li conosce.

Cioè: se tu non ti fai pane di perdono, di riconciliazione, di gratitudine, di armonia, di tolleranza, di unione, di accettazione della diversità, ecc., non puoi entrare nel regno di Gesù che è solamente così. Non importa quale sia la relazione che tu pensi di avere con Lui (“Io sono battezzato… io vado all’eucarestia…”): è l’amore che stabilisce la vera relazione con Dio.

 

28Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. 29Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.

LÀ CI SARÀ PIANTO E STRIDORE DI DENTI=espressione tipica che indicava il fallimento e la constatazione del fallimento della propria esistenza.

QUANDO VEDRETE ABRAMO, ISACCO E GIACOBBE E TUTTI I PROFETI NEL REGNO DI DIO= i profeti sono coloro che hanno denunciato il culto verso Dio e il disinteresse verso i poveri.

VERRANNO DA ORIENTE E DA OCCIDENTE, DA SETTENTRIONE E DA MEZZOGIORNO=gli ebrei pensavano di essere il popolo eletto, prediletto, l’Unico popolo a tavola col Signore. E, invece, a tavola col Signore, ci saranno tanti pagani (“oriente e occidente”) che hanno vissuto nella logica dell’amore mentre quelli che non hanno vissuto così, ebrei o no, cristiani o no, ne rimarranno fuori.

SIEDERANNO A MENSA NEL REGNO DI DIO=Gesù, quando deve presentare il regno di Dio non lo presenta con simboli liturgici religiosi, ma sempre conviviali, quindi una mensa. Il regno non è uno “sforzo” ma una gioia, una festa, un luogo di vita e di sorrisi.

 

30Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

VI SONO ULTIMI CHE SARANNO PRIMI, E VI SONO PRIMI CHE SARANNO ULTIMI=ecco la ovvia conclusione: vi sono (al presente perché riguarda ciò che Lc ha davanti agli occhi) ultimi (cioè pagani, esclusi) che saranno primi (che poiché amano gli altri entreranno nel regno dell’amore di Gesù; entreranno per la porta) e primi (quelli che si considerano preferiti solo perché appartenenti al popolo ebraico o perché battezzati) che saranno ultimi (che non entreranno in questa logica di amore e che quindi non potranno entrare nel regno dell’amore di Gesù).

Quindi Gesù sovverte la dottrina comune secondo la quale Israele si salvava e i pagani no, e il regno di Dio è aperto a tutti coloro che mettono la propria vita a servizio del bene degli altri.

Quindi Gesù non distingue pagani o altre categorie, il suo invito alla buona notizia è per tutti.

 

Nell’Ultimo giorno saremo giudicati sull’amore. Quindi Dio non ci dirà: “Sei battezzato? Sei andato a messa? Hai fatto il bravo? Ti sei comportato bene?” ma: “Hai (veramente) amato gli altri?”.

E allora cosa serve andare a messa?”. “Ad amare gli altri!”.

 

È un monito molto severo e molto attuale quello che Gesù ci dà perché ci può essere la presunzione per l’appartenenza a una fede religiosa, per la partecipazione ad atti di culto, di avere dei diritti dai quali le persone possono essere escluse perché non appartengono alla nostra cultura, alla nostra fede, alla nostra etnia, o perché credono in altre divinità, o si comportano in maniere differenti. Gesù ci invita a fare molta attenzione.

 

Cosa accadrà dopo queste parole? Accetteranno le sue parole? Guardate il versetto successivo: “In quel momento si avvicinarono alcuni farisei a digli: “Parti e vattene da qui, perché Erode ti vuole uccidere (Lc 13,31)”. Cosa stanno facendo? Lo stanno minacciando di morte!

 

Pensiero della settimana

“Maestro, perché tu vedi Dio e noi no?”.

“Perché le mie porte sono tutte aperte e le vostre tutte chiuse”.

Apri le porte… e tutto sarà chiaro!

 

 

 

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