Posti e invitati

XXII domenica del tempo ordinario

Domenica 1 settembre 2019

Prima lettura: Sir 3, 19-21. 30-31    Salmo: Sal 67   Seconda lettura: Eb 12, 18-19. 22-24  Vangelo: Lc 14, 1. 7-14

 

 

Ci troviamo nel capitolo 14 di Lc e Gesù entra in casa di uno dei capi dei farisei. Questa non è la prima volta che va a pranzo da farisei e scribi.

C’era già andato in Lc 7,36-50 con lo scandalo della peccatrice che piange, versa l’olio e bacia i suoi piedi. I farisei sono scandalizzati e disgustati da ciò che vedono.

C’era già andato in Lc 11,37-54 dicendo loro: “Stolti!, che purificate l’esterno e dentro siete pieni di rapina e iniquità… falsi… guai a voi…”. E dopo ciò i farisei cercarono di ucciderlo.

Oggi è di nuovo in casa di un altro fariseo per pranzare. Ma chi glielo fa fare? Gesù è un uomo libero. Non si lascia fermare dal pregiudizio e dal clima di ostilità. Ha qualcosa da dire a loro, a loro che si sentono i bravi, i buoni, i giusti, loro che si credono già nel regno con i posti garantiti.

E ci va, anche se sa che non sarà ben accolto.

 

E’ sabato (Lc 14,1) ed è probabile che si riferisca ad un fatto realmente accaduto. Di sabato, infatti, dopo essere stati nella sinagoga a pregare, verso mezzogiorno si faceva un pranzo invitando il rabbì o il predicatore.

Se c’è un capo dei farisei (14,1) vuol dire che c’è una persona importante e quindi capiamo quello che poi succede.

Dobbiamo ricordarci inoltre che “mangiare pane” significa sì mangiare il pane di farina, ma anche ricevere un insegnamento. L’evangelista gioca su questa ambivalenza del pranzo e dell’insegnamento che Gesù vuole dare.

 

Dopo il primo versetto c’è un brano (Lc 14,2-6) che noi non abbiamo letto in cui viene guarito un idropico. L’idropsia era una malattia che dava dei gonfiori, soprattutto al ventre perché i liquidi non si assimilavano e la persona diventava una specie di botte, gonfio (idropico=persona gonfia).

Secondo i rabbini, le malattie erano sempre punizioni per i peccati commessi. La mentalità era: “Ti sei comportato male, ti mando una malattia, così la prossima volta impari. Forse non impari perché creperai però magari imparano i tuoi figli”. Una pedagogia decisamente molto radicale.

Per dare un qualche sollievo a questi malati si pungeva il corpo per far uscire questi liquidi. Solo che in giorno di sabato queste cose non si potevano fare. Gesù, però, nonostante il parere contrario, lo guarisce: “Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori in giorno di sabato?”. Il bue e l’asino sì e una persona no? Gesù se ne infischia delle regole religiose stupide e lo guarisce.

Ma la domanda è: “Perché Lc inserisce questo episodio tra il pranzo e le parabole del vangelo di oggi?”. Non è certamente un caso se lo mette incastonato dentro questo racconto dell’idropico.

Il personaggio non ha nome: noi sappiamo che può riguardare allora ciascuno di noi. Chi sono allora questi personaggi pieni (di sé), gonfi, grossi come dei palloni (gonfiati)?

E’ chiaro che sono i farisei pieni di sé, boriosi, che si gonfiano di onori e di prestigio. E se l’uomo pieno di acqua è guarito, quegli uomini pieni di se stessi non guariranno.

E’ la storia della rana e del bue. C’è una rana che vede un bue. Allora si gonfia per essere come il bue. “Sono come il bue?”, chiede alle altre rane. “Ma neanche per sogno!”. Allora si gonfia di più: “E adesso?”. “Non se ne parla neanche!”. Allora si gonfia ancor di più: “E ora?”. “Ma neanche lontanamente!”. Allora prende tutta la sua forza e si gonfia all’inverosimile… e scoppia!!!

 

14,7Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro questa parabola

Siamo a pranzo, ma siamo in casa di un fariseo. Gesù osserva un modo di comportarsi tipico della società umana: la ricerca dei primi posti a tavola. Gesù non è adirato tanto dal fatto in sé, che cioè vogliano il primo posto. Questo quasi lo dà per scontato. E’ il come.

Qui Gesù vede che le persone per avere il primo posto, sono pronte a tutto. La gravità è questa, che io cioè possa perdere qualunque scrupolo pur di accaparrare questo primo posto. Gesù non fa un discorso di buone maniere, di galateo, ma di quali sono i valori che devono avere il primato nella mia vita.

Il desiderio del primo posto, lo sappiamo tutti, è un desiderio costante dell’uomo. Tutti desiderano di essere i primi o più degli altri o più bravi o famosi in una cosa o di importanti, ecc. Non è questo che Gesù contesta.

Gesù vuole far riflettere su un’altra cosa: questo desiderio può calpestare tutti i valori? Ecco le tre domande di Gesù:

  1. Tu devi promuoverti, mettirti prima, davanti a tutti, a qualunque costo (“non metterti al primo posto”)?
  2. Tu ritieni importanti solo quelli che stanno davanti, che hanno un posto d’onore?
  3. Tu ritieni nessuno, insignificanti, quelli che stanno dietro, che sono dietro di te?

Il vangelo, invece, dice qualcosa di molto diverso: non è importante quello che tu conti davanti agli altri – che sappiamo che tutto è apparenza – ma quello che tu conti davanti a Dio e come tu ti poni davanti a Lui come persona veramente libera.

 

Come avvenivano i pranzi a quel tempo? I Giudei avevano assimilato i costumi greci e romani. Si mangiava sdraiati su divani posti a ferro di cavallo con questo tavolino al centro un po’ più basso, dove si prendevano le pietanze. Quindi il posto più importante era quello al centro del ferro di cavallo, perché lì si sedeva l’anfitrione (cioè il padrone di casa) con i suoi ospiti d’onore. Quelli vicini al padrone di casa erano i posti quindi più ambiti (i primi posti).

 

I farisei, Gesù lo ha già detto, sono ipocriti (Lc 11,39-54) perché vogliono i primi posti non solo nelle sinagoghe ma dappertutto quindi anche a tavola. E Gesù lo ripeterà anche più avanti: “Guardatevi dagli scribi che amano avere i primi seggi nelle sinagoghe e nei conviti” (Lc 20,46).

A loro Gesù rivolge una parabola. La parabola serviva per catturare l’attenzione dell’altro. Infatti dire a questa gente (scribi e farisei): “Siete formali, boriosi, pieni di voi, superbi, ecc”. non sarebbe servito a molto perché questi avrebbero detto: “Ma come si permette? Ma chi si crede di essere? Ma cosa dice questo?”. Una parabola, invece, ti permette, con il suo linguaggio nascosto e simbolico, di far breccia nell’animo.

 

8Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non ti mettere a tavola al primo posto, perché può darsi che sia stato invitato da lui qualcuno più importante di te, 9e chi ha invitato te e lui venga a dirti: Cedi il posto a questo. E tu debba con tua vergogna andare allora ad occupare l’ultimo posto. 10Ma quando sarai invitato, va a metterti all’ultimo posto, affinché quando verrà colui che ti ha invitato ti dica: Amico, vieni più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti quelli che saranno a tavola con te”.

Cosa fa Gesù? Gesù con questa parabola presenta il modo tipico di quella cultura.

Dobbiamo entrare in quella cultura, che non è la nostra, dove il riconoscimento sociale, il posto occupato nei pranzi, nelle sinagoghe o nei luoghi pubblici aveva un altissimo valore.

Cioè: quando si faceva un invito a nozze, certo c’erano già degli ospiti riguardevoli e alcuni posti venivano lasciati liberi per questi ospiti (si sapeva che queste persone importanti dovevano occupare quel posto). Poteva succedere che alcuni invitati, in preda a questa ansia di essere loro seduti “avanti”, si sedevano in questo posto e dopo con grande vergogna, si dovevano sentire dire davanti a tutti: “Adesso alzati, perché qui c’è uno più importante di te, e vai a finire in fondo alla fila”. Quindi una vergogna: tu che credevi di avere un posto d’onore e, invece, ti ritrovavi, al contrario, in fondo.

Ma quali sono le motivazioni che spingono queste persone della parabola e le conseguenze che causano prendendo un posto che non è il loro?

La motivazione: essere più degli altri. Le conseguenze: creano società classiste, dove ci sono i primi, quelli importanti e poi gli altri, gli scarti, gli ultimi, quelli che non contano niente e che possono anche morire di fame, tanto!; che possono non arrivare a fine mese, tanto!

Quando tu ti metti al primo posto e vuoi esserlo a tutti i costi per forza metti delle persone all’ultimo posto.

Quando tu vuoi essere più degli altri vuol dire che tu ti ritieni più degli altri ma vuol dire anche che tu ritieni gli altri meno di te. Stai dividendo la società in quelli che valgono, che hanno diritti, che possono, che hanno tutto e in quelli che non valgono, che hanno solo doveri, che vengono umiliati.

Queste società di coloro che sono “primi” e altri “ultimi”, quindi, creano solo ingiustizia, divisione, oppressione, sofferenza e odio tra le persone.

 

Cosa propone Gesù? Gesù non sta parlando di etichetta, di un buon comportamento. E’ ovvio che se viene il sindaco, il vescovo, gli teniamo un posto d’onore. Non è questo il punto! Il suo discorso è molto più profondo.

Gesù propone di mettersi all’ultimo posto. Ma all’ultimo posto non per modestia. Tanto è vero che Gesù dice: “Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali” (Lc 14,10). Gesù non rifiuta l’onore, anzi.

La modestia di molte persone a volte è nient’altro che il retro della superbia: vorrei essere più di te ma non posso o non ci riesco, per cui assumo un tono modesto, come se le cose non mi interessassero. E’ l’atteggiamento tipico di quelle persone che fanno finta di non essere interessate a certe cose, di non avere certe ambizioni, di essere umili.

E’ la storia di Esopo della volpe e dell’uva. C’era una volta una volpe, furba e presuntuosa… Un giorno spinta dalla fame, gironzolando qua e là, trovò una vigna dagli alti tralicci. ”Ecco – disse – finalmente qualcosa di prelibato”. Tentò allora di saltare spingendo sulle zampe con quanta forza aveva in corpo… ma nulla. ”Calma – si disse – io così furba non posso arrendermi ma, devo escogitare qualcosa per raggiungere quell’uva”. Dopo un breve riposo riprese a saltare ma dopo alcuni balzi, non potendo neppure toccarla, così disse mentre mestamente si allontanava: “E’ acerba!”.

Mettersi all’ultimo posto non vuol dire umiliarsi, come a volte c’è stato detto. Allora si diceva: “Bisogna mettersi all’ultimo posto” che voleva dire: “Sei niente… devi umiliarti… devi avere una vita piena di rinunce, mortificazioni, privazioni, abnegazioni…”. Ma dove c’è scritto questo nel vangelo? L’ha mai detto questo Gesù? Mai!

Mettersi all’ultimo posto non è mettersi ultimi ma creare una società nuova senza ultimi. Mi metto all’ultimo posto non perché mi sento ultimo, ma perché non mi considero più degli altri. Mi metto all’ultimo posto perché considero che tutte le persone hanno la stessa dignità: se non ci sono “i migliori”, non ci sono i “peggiori”, non ci sono i furbi, non ci sono le “preferenze”, non c’è razzismo. Una società fraterna, d’amore, può sussistere solo se tutti sono considerati uguali.

Quando un vecchietto è ricoverato in reparto se ha pari dignità gli spiegherò la sua malattia con parole che lui può comprendere. Non gli dirò che ha una “claudicatio intermittens” (perché non lo capisce e quindi non lo rispetto) ma che c’è una vena chiusa che gli impedisce di camminare.

C’è una donna che mangia solo vegetariano. Suo marito, a cui la carne piace molto, lei lo considera un troglodita. Quelli che non sono vegetariani sono delle persone poco evolute. Ora: per te è un valore importante, bene. Ma se fai di un tuo valore un modo per sentirti migliore degli altri, allora sei nella superbia. Anche questo è razzismo.

 

11Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.

Cosa vuol dire questa frase che sembra un bel gioco di parole? Qui ci sono due azioni e due effetti: se fai così avrai questo… se fai colà avrai quello.

Se tu ti innalzi (gloria, primi posti, essere più degli altri, prestigio a tutti i costi) tu sarai umiliato. Cos’è che è umiliato? La tua umanità. Non crescerai mai come persona, come uomo e donna ma crescerà solamente l’apparenza.

Oggi diremo: non crescerà il tuo vero sé ma solamente il tuo falso sé.

Se tu, invece, ti umili, cioè consideri che tutti sono importanti, allora la tua umanità cresce. Allora puoi riconoscere che siamo tutti diversi: uno è più intelligente, un altro più simpatico, un altro più ricco di doti, uno più sensibile, uno più sociale, uno più introspettivo, ecc. Siamo tutti diversi ma tutti uguali. Quando accetto che tutti gli uomini sono ugualmente uomini la mia umanità cresce. Altrimenti è vera la frase di Orwell: “Tutti gli uomini sono uguali ma alcuni sono più uguali di altri”.

E’ la scelta di Gesù che si è abbassato non per sminuirsi ma per amare tutti (lavanda dei piedi). In Lc 22,24-27 questo viene spiegato benissimo (siamo durante l’Ultima Cena): “Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande. Egli disse: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve””.

Nei vangeli troveremo varie volte Gesù a pranzo con gli scribi e i farisei (dove succederà sempre qualcosa): questo perché gli interessava portare anche lì il suo insegnamento. Ma Gesù in genere sceglie la gente comune, quella che non si sente più (anzi spesso si sente di meno) perché con questa gente l’amore può circolare e la vita scorrere.

In 2 Cor 8,9 S. Paolo dice: “Il Signore nostro Gesù da ricco che era si è fatto povero”. Uno pensa alla stalla dove è nato Gesù, al buio e al freddo. No, niente di tutto questo. Gesù che poteva farsi una posizione personale, ne aveva tutte le capacità, che poteva stare con i grandi e con i potenti, con quelli che “contano” (ecco la ricchezza) ha scelto di stare con la gente umile, cioè la gente che non domina, la gente che non si approfitta, la gente che non sfrutta (ecco la povertà).

 

12Disse poi a colui che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. 13Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”.

Dobbiamo ricordare che qui Gesù parla in parabole. E’ ovvio che se ho il Battesimo di mio figlio o la Comunione di mia figlia invito i miei amici, i miei parenti, i miei fratelli. Non è questo che Gesù vuol dire. Cosa vuol dire allora?

Gesù sta dicendo: “Quali sono i valori sottostanti ai tuoi inviti?”.

Alcune persone impostano i rapporti così: “Io ti do se tu mi dai”. Io ti invito una volta, se tu non mi inviti, ti invito forse una seconda, la terza col cavolo! E’ un modo meschino di concepire i rapporti: vengono visti solo in vista di ciò che possono dare.

I gruppi mafiosi si fondano su questa logica: “Se sei dei nostri, tu sei protetto, hai tutti i benefit possibili e sei fortunato. Se non sei dei nostri, puoi anche crepare”.

Le caste si fondano qui: se sei medico conosci gli altri medici e le visite per te e i tuoi familiari le hai subito, anche di sabato e di domenica. Gli altri si arrangino. Se sei un politico, in anticipo sai che quel terreno sarà svenduto, sai che quella casa sarà messa all’asta e così tu arrivi sempre prima. Gli altri si arrangino. La casta degli psicologi sta tentando di privatizzare (arrogandosi il diritto che solo lei può fare questo) l’insegnamento e le tecniche psicologiche. Naturalmente non tutti i medici, i politici e gli psicologi, per fortuna sono così. Anzi, ve ne sono veramente tanti pieni di umanità e col cuore colmo d’amore. Ma è il pericolo di ogni gruppo.

 

Bisogna, dice Gesù, creare una società dove i rapporti sono basati sul valore e non sull’interesse. Ti faccio questo esame non perché un giorno potrò avere qualcosa da te ma perché sei una persona. Ti aiuto non perché so che anche tu potrai fare altrettanto con me, ma perché ne hai bisogno. Ti invito a cena non perché sei una persona “importante” ma perché ti voglio bene. Amo mio figlio perché è mio figlio e non perché mi garantirà una vecchiaia sicura.

Dobbiamo creare relazioni, rapporti, amicizie, basati sul disinteresse (cioè sull’amore) non sul cosa “tu mi puoi dare o garantire”.

 

14E sarai beato perché non hanno da ricambiarti”.

La gioia nasce dall’amore, dalla gratuità. L’interesse non produce gioia, produce solo ricambio.

Un giorno un giornalista occidentale andò a far visita a Madre Teresa e ai suoi istituti. Trovatala che curava un lebbroso (cosa non proprio piacevole da vedersi!) l’uomo le disse: “Madre, io non lo farei neanche per un milione di dollari!”. E lei: “Neanche io!… E’ per questo che sono felice”. Ci sono cose che si fanno solo per amore, altrimenti non si fanno.

Quando tu fai sei mesi di volontariato con i disabili o in missione, cosa ci guadagni? Soldi, no. Promozioni, no. Ma gioia sì… e tanta.

Quanto tu fai i campiscuola con i ragazzi, e magari ti prendi anche le tue ferie per questo motivo, cosa ci guadagni? Soldi? Ricambi di qualche tipo? No! Ma gioia sì… e tanta.

Un pranzo con la persona giusta forse ti darà una promozione, dei soldi in più. Ma cosa devi sacrificare in termini di vita personale, di dignità, di valori? A quali compromessi devi scendere per quel posto? Non hai svenduto la tua dignità?

Quando don Lorenzo Milani fu mandato in esilio a Barbiana, un suo amico gli disse: “Ma cos’hai ottenuto facendo tutto quel casino? Ne valeva la pena? Guarda dove sei?”. “Ne ho ottenuto la felicità e la dignità! Ho perso delle possibilità, ho perso un posto rinomato ma non ho perso me stesso. E questo mi fa terribilmente felice”.

La gente continuamente dice: “Non sono felice” e se non lo dice glielo si legge in faccia (perché a volte neppure ha il coraggio di dirsi questo). “Sei infelice perché non c’è gratuità nella tua vita”.

Adesso sai cosa fare per essere felice.

 

Pensiero della settimana

Il tempo è gratis ma è senza prezzo.

Non puoi possederlo, ma puoi usarlo.

Non puoi conservarlo, ma puoi spenderlo.

Una volta che l’hai perso non puoi più averlo indietro.

 

 

 

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