Odiare padre, madre, figlio, sorelle

XXIII domenica del tempo ordinario

Domenica 8 settembre 2019

Prima lettura: Sap 9, 13-18         Salmo: Sal 89            Seconda lettura: Fm 9-10.12-17        Vangelo: Lc 14, 25-33

 

 

14,25UNA FOLLA NUMEROSA ANDAVA CON LUI.

UNA FOLLA NUMEROSA ANDAVA CON LUI.

Gesù prosegue il suo cammino verso Gerusalemme. C’è molta gente con lui: è normale perché quando una persona parla al tuo cuore, il cuore sussulta, il cuore sente ciò che lo fa vivere ed è normale che ci si entusiasmi per ciò che fa vivere.  Allora: molti sono entusiasti e gli vanno dietro. Ma essere entusiasti e seguire Gesù sono due cose molto, molto, diverse. Perché seguire Gesù è trarre le conclusioni, operare le scelte, mettersi in gioco, andare là dove bisogna andare.

Soprattutto questa gente pensa che Gesù sia il glorioso Messia, il Figlio di Davide, che va a restaurare il defunto regno di Israele e non comprendono che Gesù è il figlio di Dio, quello che non va a togliere il potere, ma a donare la propria vita a Gerusalemme.

 

EGLI SI VOLTÒ E DISSE LORO:

SI VOLTÒ=strafeis. Strefo indica sia il voltarsi indietro che il guardare in un’altra direzione.

Cosa succede? Gesù è fisso verso la sua direzione, il suo obiettivo (andare a Gerusalemme (9,51)), e quelli che lo seguono iniziano a mugugnare, a brontolare, hanno di che dire: “Ma è difficile!; ma ci chiede tanto; ma perché bisogna essere così radicali”. Allora Gesù per un attimo lascia il suo obiettivo, la sua direzione, si gira, li guarda in faccia e mette le cose in chiaro: “Volete essere vivi davvero? Volete seguirmi? Siate liberi!”. Non c’è altra possibilità.

 

  1. Quando hai un obiettivo, perseguilo con tutto te stesso

Le obiezioni di quelli che lo seguono, se Gesù le considerasse, lo fermerebbero. Cosa sarebbe successo se Gesù avesse creduto a quelli che dicevano: “Bello, ma difficile; non è per noi; impossibile; non vale la pena di abbassare un po’ il tiro?; ma chi te lo fa fare?; ma chi ti credi?”. Se credi in qualcosa, non farti deviare da niente: vai deciso per la tua strada e perseguila.

1938: un certo Soichiro Honda (andava ancora a scuola!) vendette tutto, perfino i gioielli di sua moglie, perché gli venne l’idea di creare un anello elastico e di venderlo alla Toyota. Quando la sua idea si realizzò, la Toyota rifiutò la sua proposta. E dovette, con vergogna di tutti, ritornare a scuola. Ma lui continuò e due anni dopo la Toyota gli chiese i suoi anelli elastici. Aveva l’idea, l’aveva creata, ma non aveva la fabbrica per costruirla. Il governo giapponese, che stava per entrare in guerra, rifiutò il cemento armato per la sua fabbrica.

Si rinuncia? Con la sua equipe inventò lui stesso un nuovo cemento armato e si costruì la fabbrica. Durante la guerra la fabbrica venne distrutta, una, due, volte. Tutto finito? Neanche per sogno! Per ricostruirla trovò le materie prime con i bidoni della benzina che i bombardieri americani scartavano. E la ricostruì. Ma un terremoto gliela rase al suolo un’altra volta. Tutti gli dicevano: “Ma lascia stare! È destino che non vada! Non vedi?”.

Honda non aveva più niente di niente: non aveva neppure i soldi per la benzina dell’auto. Così applicò alla sua bicicletta un motore. Quando le persone lo videro, vollero anche loro un motore da mettere alla loro bicicletta: e così nacque la famosa moto Honda.

Se qualcosa ti ha fatto vibrare il cuore, ti ha ridato vita, ti fa vivere, non lasciarlo per nessun motivo.

 

  1. Non farti fermare dal dolore o dalla sofferenza.

Quante volte le persone dicono: “È difficile!”. È vero, tutto è difficile prima di essere facile! Quando eravate alle elementari, non vi sembravano cose impossibili? E adesso? E quando avete preso in mano l’auto per la prima volta, non vi sembrava difficile? E adesso? E quando siete andati da soli all’aeroporto, la prima volta, non vi sembrava difficile? E adesso?

  1. Francesco: “Le cose del mondo prima sono dolci e poi amare. Le cose di Dio prima sono amare e poi dolci”.

Non permettere che la fatica o la sofferenza di adesso ti impediscano di raggiungere la felicità di domani. Mai dirsi: “È difficile”, ma chiedersi sempre: “Che conseguenze ci saranno a lungo termine se mi evito questa fatica?”.

Un uomo sposato viveva da 10 anni in una casa con il fratello (uno sopra, uno sotto). La situazione però era ormai insostenibile. Era difficile in effetti dire: “Noi andiamo abitare da un’altra parte” perché era chiaro che l’unico motivo era il rapporto con suo fratello. Ma se per evitarsi un dolore non lo si fa, cosa accadrà nel tempo? Quando dovrai roderti? Quanto dovrai soffrire?

Durante un camposcuola un ragazzo si è tagliato un braccio. Siamo andati al pronto soccorso. Il dottore gli ha detto: “Guarda sentirai un po’ male, ma poca cosa. Ti metto qualche punto e la settimana prossima potrai già giocare e muoverti”. Il ragazzo urlava e non ne voleva sapere. Visto che con le buone non andava – e si doveva fare – con tono deciso: “Adesso bisogna farlo e si fa!”.

È meglio soffrire un po’ all’inizio che soffrire tutta la vita. Ai ragazzi dobbiamo insegnare che la fatica e l’impegno di oggi li farà felici domani. Non dobbiamo evitargli la sofferenza dello studio, del guadagnarsi i soldi per le proprie cose, la fatica delle relazioni giovanili: la fatica di oggi diverrà la felicità di domani.

Gesù: “È difficile seguirmi? Sì, lo è. Ma se avrete il coraggio di farlo, scoprirete quanto sia bello”.

 

26«SE UNO VIENE A ME E NON MI AMA PIÙ DI QUANTO AMI SUO PADRE, LA MADRE, LA MOGLIE, I FIGLI, I FRATELLI, LE SORELLE E PERFINO LA PROPRIA VITA, NON PUÒ ESSERE MIO DISCEPOLO.

SE UNO VIENE A ME E NON MI AMA PIÙ DI QUANTO AMI SUO PADRE=qui la traduzione addolcisce e falsa ciò che il Vangelo dice.

Infatti nel testo greco si utilizza chiaramente il verbo miseo (da cui ad esempio misogeno=odio, rifiuto, repulsione, avversione, per le donne) e non si dice “non mi ama di più”. Perché “odiare” indica un rifiuto totale: c’è qualcosa che non è compatibile (una strada è buona, l’altra no). Il verbo miseo vuol dire proprio questo: odiare, detestare, disprezzare. Mentre “amare di più” si tratta di un confronto tra due cose buone, di cui una è meglio. No, qui Gesù non dice che c’è qualcosa che è meglio di un’altra (comunque buona), ma incompatibile.

Alcune persone dicono: “È facile dire così! Vuol dire che pensi solo a te! Sei egoista!”. Ma basta leggere il vangelo perché tra le cose da odiare cosa c’è? Anche la propria vita! Quindi si tratterrà di capire bene cosa questo verbo voleva dire a quel tempo.

Ma cosa vuol dire “odiare”? Dobbiamo odiarli? Assolutamente no! Non si tratta di avercela con qualcuno; non si tratta di avercela con chi ti ama. Anzi: ringrazia chi ti ama e sii grato per l’amore (poco o tanto) che hai ricevuto. Nulla ti era dovuto.

Odiare non indica nella Bibbia un sentimento ma un’azione, un’opposizione: “Io non voglio fare questo”, per cui l’odio è ciò che bisogna provare per non fare quella cosa. Si tratta però di rimanere liberi. Perché quando si è legati, nel senso di attaccati a qualcuno o a qualcosa, il rischio è quello di perdere la propria libertà, di mettere cioè qualcos’altro prima della propria missione (cioè di Gesù).

Si usa “odiare” per indicare che in certe situazioni non si può venire a patti, a compromessi: bisogna proprio rifiutare la situazione e bisogna essere radicali, decisi e risoluti.

 

Ora se questa frase non fosse scritta nel vangelo e non fosse scritta proprio così, non potremo pensarla di Gesù.

Qual è il nemico più pericoloso di Gesù nei vangeli? I suoi famigliari! Gesù ha detto che bisogna odiare padre, madre, fratelli, moglie e figli? Sì, ha detto proprio così. D’altronde Gesù questa frase la dice spesso e frequentemente nei vangeli: questo vuol dire che è un pericolo consistente, reale, subdolo e che si insinua senza accorgersene.

D’altronde è anche normale: le persone vicine ci influenzano, è ovvio. L’amore è un’influenza: una bella influenza, in genere, ma lo è. Mio marito, mia moglie, i miei figli, influenzano le mie scelte, condizionano i miei pensieri e i miei comportamenti. Guai se non fosse così. Questo è normale. Questo è buono. È assurdo pensare di vivere senza farsi condizionare; è intelligente però decidere da chi farsi condizionare e quanto.

Fin qui non c’è problema: ma quando chi amo diventa “un ostacolo” al cammino verso il mio Sé, verso la mia strada, verso la mia realizzazione, quando chi ama disapprova il mio seguire il Signore, allora ci si trova di fronte ad un bivio: seguo i miei cari e così non perdo il loro amore e la loro approvazione (ma così faccio di loro il mio Dio)? O seguo il Signore e rischio di perdere il loro amore e la loro approvazione (e lascio che solo Dio sia il mio Dio)?

Nel brano precedente (Lc 14,15-24) Gesù l’aveva già detto: “Chi mi vuol seguire non deve seguire altri interessi se non che la mia causa (“Ho comprato campo e devo andare a venderlo… Ho preso moglie e perciò non posso venire… ho comprato un paio di buoi e vado a provarli…). Se uno non è sciolto da questi legami non mi può seguire”.

 

Tutti noi dobbiamo staccarci dal genitore interiore, chiunque esso sia (moglie, marito, figli, padre, madre, capo, Chiesa, colleghi, amici, Super-Io, ecc.). Il genitore interiore comanda la nostra vita e dice: “Questo non si fa! (e tu non lo fai; se lo fai ti senti in colpa o ti vergogni o ti punisci); vergognati! (e tu ti senti uno schifo); ti ho detto di no! (e tu per paura delle ritorsioni non lo fai); ma sai quanto mi fai star male (e per paura di far soffrire qualcuno che ci usa per sé, noi ci tratteniamo); e la gente cosa dirà? (e per il timore di essere sottoposti a giudizio ci tratteniamo), ecc.”.

Finché il genitore interiore comanda le nostre vite, noi non siamo liberi. Il vangelo dice questa cosa così: “Se uno mi vuol seguire deve odiare, cioè non seguire questi genitori interni”.

 

Questa è la prima regola per seguire Gesù: Gesù è più della famiglia (dove per famiglia si intende: propria famiglia, genitori, gruppo, clan, società, cultura, interessi della categoria).

 

Il punto è che spesso tutto questo è inconscio o poco consapevole. Allora tutti questi “legami”, questi genitori interiorizzati, questo Super-io dentro di noi, queste autorità che ci sono dentro di noi, come dei giudici, come dei tiranni, ci costringono a fare e a vivere delle cose che non vogliamo e che non sono per noi.

Una famiglia da varie generazioni ha un’osteria, che adesso è un rinomato ristorante, che il padre porta avanti con grande successo e soddisfazione. L’unico figlio è l’incaricato a portare avanti l’attività: ma lui è un’artista, è un compositore di musica. Il padre non gli ha mai detto niente (e credo che neppure glielo dirà) ma il figlio si sente in dovere di continuare l’attività dei genitori. Sa che se non lo fa, li deluderebbe (è così!). Sa che lì avrebbe un posto e un lavoro sicuro già fatto, ma non è il suo posto e non si è creato lui quel lavoro!

Deve, e deve proprio, odiare il “genitore interiore” per essere libero, altrimenti per tutta la vita farà quello che gli altri si aspettano da lui e ciò che è peggio, perderà sé stesso. Se non taglia, se non “odia”, vivrà non la sua vita, ma quella di altri.

 

SE UNO NON ODIA SUO PADRE=il Vescovo di una diocesi si è sempre appoggiato ad un saggio, giovane, intelligente e brillante prete che ha tutta la sua infinita stima. Ora il vescovo vuole dare al suo giovane consigliere un incarico in curia. Il prete non vuole assolutamente questo incarico perché “star a far carte” lo repelle: lui vuole stare con la gente.

Che si fa? Si accetta ciò che “il padre” dice e si ottiene la sua approvazione ma si lascia morire il nostro Sé (=il Dio in noi) o si dice di no accettando le conseguenze e le sue ire?

Odiare il padre è dirgli: “Grazie della proposta, mi fa felice che abbia pensato a me per questo incarico così importante, ma non è la mia strada. E tra la mia strada e il suo incarico, io non posso che seguire la mia strada”.

SE UNO NON ODIA SUA MADRE=una ragazza di 30 ha una madre che le dice sempre: “Oggi non mi hai telefonato! (Ma bisogna telefonare tutti i giorni?) Perché non mi dici dove sei andata? (Ma uno a 30 anni deve ancora rendere conto ai propri genitori?) Quando mi porti di qua… quando mi porti di là? (ma sua figlia non è suo marito o la sua taxista!)”.

La figlia la odia (e qui si intende proprio il sentimento) ma poi si sente in colpa e ogni giorno le telefona e passa per casa sua. Solo che quando fa così si sente controllata e in gabbia e ci sta malvolentieri e litiga sempre, al che la madre le dice: “Con tutto quello che io ho fatto per te!”.

Odiare cosa vuol dire qui? Odiarla? No! Ma dire con decisione: “Mamma, ti voglio bene. Però io ho la mia vita e tu la tua. Sono tua figlia ma adesso alla mia vita ci penso io. Te ne parlerò se lo vorrò e se sarai degna della mia fiducia. E non sono a tuo servizio! Se ti va bene, bene, se non ti va bene, sappi che farò così”.

Odiare è prendere le distanze, non essere attaccati, non essere schiavi di questi “oscuri” padroni.

SE UNO NON ODIA SUA MOGLIE=c’è un uomo che ogni settimana va al suo gruppo di preghiera. Sua moglie gli dice: “Invece di andare tanto a pregare in giro per il mondo potresti darmi una mano in casa; è inutile andare a pregare in giro se trascuri (!?) la casa; a che ti serve tutto il tuo pregare che sei sempre lo stesso!” e lo accusa e lo umilia. A lei non interessa e s’arrabbia quando lui ci va.

Odiare è poter dire: “Per me è importante andare una volta alla settimana al mio incontro di preghiera che mi ricarica e mi dà vita. Io ci vado”.

SE UNO NON ODIA I SUOI FIGLI=un uomo di 60 anni, vedovo, dopo 10 anni di solitudine ha trovato una compagna. I suoi figli sono tutti contrari: “E nostra madre? E la porti in casa “nostra” (non è “vostra”: voi avete vissuto lì da piccoli ma non è “vostra”, è “sua”!)? Alla tua età? A noi non piace!, ecc.”.

Odiare è prendere le distanze dentro, non essere attaccati e poter dire: “Capisco: vostra madre sarà vostra madre e nel vostro cuore questa mia nuova compagna non la sostituirà mai. Ma io sono ancora vivo e ho voglia di vivere e di amare, di essere felice. Spero che capiate… In ogni caso questa è la mia scelta”.

SE UNO NON ODIA I SUOI FRATELLI= da 20 anni, tutti gli anni, cinque fratelli si trovano per festeggiare insieme il Natale nella casa dei genitori. Quest’anno, uno di loro, ha deciso di fare un viaggio proprio in quel periodo, per cui eccezionalmente non ci sarà al pranzo di Natale. I fratelli: “Ma sai come farai soffrire nostro padre e nostra madre! Li fai morire se fai una cosa così!, ecc.”.

Odiare è poter dire: “Capisco e so che ci soffriranno e mi dispiace. Nulla contro di loro, nulla contro di voi, ma quest’anno abbiamo fatto una scelta diversa. Vi voglio bene e spero che questo non cambi il rapporto tra di noi, in ogni caso noi abbiamo scelto così!”.

SE UNO NON ODIA LE SUE SORELLE=ci sono tre sorelle benestanti. Due di queste ogni anno vanno in vacanza con la loro barca. La terza, invece, va a fare volontariato in un centro di disabili in sostituzione di chi fa le ferie. Le altre due dicono: “Ma sei matta? Ma stai con i tuoi figli! E tu, quando ti riposi?” e la chiamano ironicamente “la martire”.

Odiare è poter dire: “Voi fate le vostre scelte, quelle che a voi stanno bene. Io faccio le mie, quelle che stanno bene a me”.

SE UNO NON ODIA LA PROPRIA VITA=un uomo è stato lasciato dalla moglie. Ora, lui è ricco, di bell’aspetto, ha la barca, casa al mare, in montagna, insomma è un ottimo “partito” e ha la fila alla porta. Sa che molte donne si sottometterebbero per essere sue compagne. La “vita” qui è: “Ho un buco dentro e, visto che posso, mi prendo una bella donna (ho la fortuna che posso scegliere fra tante!), e tutto è come prima!”.

Odiare la propria vita è: “1. Devo lasciare andare chi mi ha lasciato: se non faccio il lutto, se non seppellisco ciò che c’era prima farò nient’altro che chiodo schiaccia chiodo. 2. Devo imparare e capire cosa non ha funzionato e soprattutto cosa io debbo imparare da ciò che è successo. 3. Non posso prendermi “una” donna ma quella che mi fa vibrare il cuore. E se non c’è ora, non me ne prenderò altre”.

È facile dirsi così? È facile rinunciare al: “Mi prendo la prima che mi capita?”. È facile dirsi di no?

 

27COLUI CHE NON PORTA LA PROPRIA CROCE E NON VIENE DIETRO A ME, NON PUÒ ESSERE MIO DISCEPOLO.

COLUI CHE NON PORTA LA PROPRIA CROCE=lett. “solleva (volontariamente, per scelta)”.

Leggendo questa frase alcuni hanno pensato che “croce” volesse dire soffrire, patire, penare. Molte volte si sente la gente dire: “Ognuno ha la sua croce… è la croce che il Signore ci ha dato”. Quindi di fronte alla parola “croce” le persone pensano: 1. Croce=le tribolazioni della vita (malattia, difficoltà, paure, incidenti, separazioni, dolori); 2. Dio ce le manda per purificarci… per convertirci… per veder quanto forte è la nostra fede. Per cui di fronte ad una “tribolazione” bisogna anche ringraziare!

Ma cosa dice il vangelo in merito a ciò? E capite quanto è importante che studiamo il vangelo! Nel N.T. croce (stauros) appare 73 volte e mai, – dico mai! – come “tribolazione”. La prima volta che “croce” viene equiparata a “sofferenza, tribolazione” avviene nel V secolo in una preghiera cristiana. Ma siamo nel V secolo!

Nei vangeli mai gli evangelisti usano verbi “passivi” come fero o dechomai, che indicano un portare passivo, un subire, un dover accettare o prendere qualcosa che ti è stato imposto. I vangeli usano verbi come lambano, “prendere” (quindi un gesto volontario), o bastazo, “sollevare” (che indica il momento preciso in cui il condannato prende, afferra con le proprie mani la croce). Quindi prendere la croce è un gesto che uno volontariamente fa.

Per questo Gesù dice: “Se uno viene dietro a me… “. Cioè: “Non è per tutti! È solo per chi lo vuole! È solo per chi vuol vivere da uomo libero e accetta le conseguenze”.

 

Ma allora cos’è la croce? La croce quindi non è subire rassegnati quanto di brutto accade nella vita, ma accettare volontariamente e liberamente, come conseguenza della propria adesione a Gesù, la distruzione della propria reputazione, e di sé stessi: “Se hanno chiamato Belzebul il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!” (Mt 10,25); “Sarete odiati da tutti a causa mia!” (Lc 21,17).

La croce è la conseguenza da vivere per chi vuol vivere il “Regno di Dio”, cioè come Gesù, “alla Gesù”, cambiando i valori tradizionali del mondo e del vivere comune: condivisione e non accumulo, uguaglianza e non prestigio, servizio e non dominio. Solo chi è libero può amare e mettersi a servizio degli altri (1 Cor 9,19: “pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero”), perdere la reputazione e disinteressarsi di ciò che gli altri dicono: questo è l’unico modo per poter essere liberi (Mc 9,35).

 

Naturalmente perdere la reputazione non equivale a perdere la dignità. Proprio per conservare la propria dignità occorre perdere la reputazione!

Una ragazza, in un villaggio di pescatori, restò incinta. I suoi genitori la picchiarono finché non confessò chi era il padre: “È stato il maestro zen che vive nel tempio fuori dal villaggio”. I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio si indignarono. Una volta nato il bambino, accorsero al tempio e lasciarono il neonato ai piedi del maestro zen. Gli dissero: “Sei un ipocrita, questo bambino è tuo! Prendine cura!”. Il maestro zen si limitò a replicare: “Va bene! Va bene!”. E diede il bambino ad una donna del villaggio perché lo svezzasse e lo accudisse, facendosi carico delle spese. In seguito a questo fatto il maestro perse la propria reputazione, i suoi discepoli lo abbandonarono, nessuno andò più a chiedergli consigli, e questo durò per alcuni mesi. Quando la giovane vide tutto ciò, non sopportò questa situazione e raccontò a tutti la verità. Il padre del bambino non era il maestro ma il figlio del vicino. I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio, tornarono al tempio e si gettarono ai piedi del maestro zen. Implorarono il suo perdono e chiesero che restituisse loro il bambino. Il maestro restituì il bambino e si limitò a dire: “Va bene! Va bene!”.

Swami Beyondananda: “La verità vi libererà sconvolgendovi”.

Allora croce vuol dire vivere come Gesù: libero, felice, ma sapendo che il mondo ti sarà contro.

 

Ecco la seconda regola, condizione per seguire Gesù: accettare la disapprovazione e l’ostilità, la maldicenza e l’odio proprio perché vivi come Lui.

 

28CHI DI VOI, VOLENDO COSTRUIRE UNA TORRE, NON SIEDE PRIMA A CALCOLARE LA SPESA E A VEDERE SE HA I MEZZI PER PORTARLA A TERMINE? 29PER EVITARE CHE, SE GETTA LE FONDAMENTA E NON È IN GRADO DI FINIRE IL LAVORO, TUTTI COLORO CHE VEDONO COMINCINO A DERIDERLO, 30DICENDO: “COSTUI HA INIZIATO A COSTRUIRE, MA NON È STATO CAPACE DI FINIRE IL LAVORO”.

31OPPURE QUALE RE, PARTENDO IN GUERRA CONTRO UN ALTRO RE, NON SIEDE PRIMA A ESAMINARE SE PUÒ AFFRONTARE CON DIECIMILA UOMINI CHI GLI VIENE INCONTRO CON VENTIMILA? 32SE NO, MENTRE L’ALTRO È ANCORA LONTANO, GLI MANDA DEI MESSAGGERI PER CHIEDERE PACE.

COSTRUIRE UNA TORRE… PARTENDO IN GUERRA…=poi il vangelo fa due esempi (14,28-33).

Se tu devi costruire una torre, una casa, prima di iniziare ti fai la domanda: “Ho i soldi per finirla? Ho i mezzi necessari perché sia compiuta?”.

Oppure: se vado in guerra contro un altro re, mi devo chiedere se con i miei soldati posso vincerlo o sostenere la battaglia, perché se è evidente che non ce la farò, non vale la pena di iniziarla.

La domanda non è solo: “Cosa voglio fare/essere?” ma anche: “Lo posso fare/essere? Ne ho la capacità?”. Perché se non ce l’ho è inutile iniziare ciò che poi non posso affrontare.

Spesso le persone dicono allora: “Vedi, non sono fatto per queste cose”. Ma non è vero. È solo che non ne hai la capacità. E che si fa allora? Costruiscitela!

C’è chi dice: “Vorrei trovare un lavoro”. “Ok, bene: cosa sei capace di fare?”. Lingue, no! Informatica, no! Comunicazione, no! Inventiva, no! “E allora cosa vuoi fare? Tu vorresti che il lavoro ti cadesse dal cielo, ma non è così”. Non ci sono le risorse per quello che tu vuoi.

In coppia: “Non va, padre, tra di noi”. Che risorse ci sono? “Siete in grado di ascoltarvi (no!); vi fate aiutare (no!); frequentata qualche corso per migliorarvi (no!)”. E allora? Se si fa niente, si avrà niente!

“Vorrei lavorare con i bambini”. “Ok, bene. Hai fatto studi su questo?”. “No!”. “Lavorato con i bambini?”. “No”. “Possibilità di aprire un baby-parking?”. “No”. “E come credi di fare, allora?”.

Il desiderio è buono, ma bisogna crearsi le condizioni, le capacità, le opportunità (risorse).

 

Il vangelo chiaramente si riferisce a tutti quelli che vogliono seguire Gesù. Tanta gente si dice cristiana, va in chiesa e dice che vorrebbe seguire Gesù. Ma “seguire Gesù”, intanto è una scelta libera. 1. Nessuno vi costringe: e se non lo seguite siete salvati lo stesso. Dio vi ama lo stesso, state tranquilli, anche se non lo seguite. 2. Ma se lo seguite chiedetevi: “Io sono disposto per avere tutto questo (seguire Gesù) a perdere in reputazione… buon nome… riconoscimento… accettazione… prestigio… ecc.”. Cioè: “fai bene i tuoi calcoli – dice Gesù – se vuoi seguirmi”.

Un uomo voleva conoscere i meravigliosi mari tropicali pieni di pesci meravigliosi e colorati. Quindi si prese una muta subacquea, pinne, maschera, galleggiante e un’ottima guida del posto. Giunto al largo con la guida, indossò tutto: finalmente poteva coronare il suo sogno di vedere i mari tropicali. La guida, indossato anche lei tutto l’occorrente, gli disse: “È pronto?”. “Prontissimo!”. “Andiamo?”. “Sì, non vedo l’ora!”. La guida si buttò in acqua… ma non vide l’uomo buttarsi. Allora uscì fuori e gli disse: “Beh, e allora?”. “Ma veramente io non saprei nuotare”, gli rispose l’uomo. “Cosa??? – gli disse esterrefatto la guida – Ma dove pensava di andare?!”.

 

33COSÌ CHIUNQUE DI VOI NON RINUNCIA A TUTTI I SUOI AVERI, NON PUÒ ESSERE MIO DISCEPOLO.

COSÌ CHIUNQUE DI VOI NON RINUNCIA A TUTTI I SUOI AVERI=ma cosa c’entra questa frase? Quali sono gli averi di cui si parla?

Sono le sicurezze di cui ha appena parlato: la famiglia, la reputazione, il buon nome, i campi, la moglie (intesa come persona a cui attaccarsi), i beni, il successo. Sono cose buone ma quando i beni diventano attaccamenti, di cui non puoi più fare a meno, che ti impediscono di “seguire il Signore”, allora li devi lasciare.

Tanti dicono che vogliono seguire il Signore e sono entusiasti delle sue parole: perché non ci riescono?

Perché non fanno conto sulle loro forze: non si accorgono, cioè che non hanno la capacità di lasciare i loro “averi”, non riescono a vivere senza aver paura del giudizio, non riescono a scegliere senza avere il consenso, non riescono ad andare senza la certezza del successo.

È come voler costruire una torre: ne ho i mezzi?

È come con un esercito di 10.000 uomini affrontarne uno di 20.000: ne sono in grado?

Quando vuoi seguire il Signore (il Sé, il Maestro interiore, la Voce, la tua Anima, la tua Missione, ecc.) non chiederti tanto: “Lo voglio?” (sì fallo, ma…!) ma soprattutto: “Ne ho la capacità?”.

Perché difficile non è dirgli di sì ma seguirlo dopo avergli detto di sì.

 

Ecco la terza regola: “Prima di seguire Gesù, chiediti se hai la forza, la capacità, per seguirlo dopo avergli detto di sì”.

 

Il vangelo di oggi si ferma qui, ma è un vero peccato – e non si capisce il perché – che escluda gli ultimi due versetti che si riferiscono chiaramente a quello che precede e che sono la sintesi di tutto.

 

34Buona cosa è il sale, ma se anche il sale perde il sapore, con che cosa verrà salato? 35Non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via. Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti.

Buona cosa è il sale, ma se anche il sale perde il sapore=lett. “buona cosa è il sale, ma se il sale diventa non salato (morainein=insipido, senza sale, stolto, insensato) con cosa lo si può salare”’.

A cosa si riferiscono questi due versetti? A quello che precede: ne sono la sintesi. Cosa ha detto Gesù? Gesù ha dato tre regole per seguirlo:

  1. Gesù è più della famiglia. Niente attaccamenti. 2. Accettare la disapprovazione e l’ostilità. Niente approvazione. 3. Non solo volere ma aver la forza di seguirlo. Niente utopie (“non raccontarsela!”).

Un uomo che vive così è un uomo “salato”: la sua vita ha gusto, ha sapore, perché non perde la sua essenza. È un uomo che dà gusto a quello che fa, è un uomo vero e libero. Ma se un uomo non vive le tre regole di Gesù, se perde sé stesso, se perde la propria missione, se si adatta, se si accontenta, se si deforma per il mondo, se diventa un burattino che sorride a chi glielo chiede, allora è come il sale che perde il sapore.

A che serve? A niente!

 

Pensiero della settimana

“Tutto è energia e questo è tutto quello che esiste.

Sintonizzati alla frequenza della realtà che desideri

e non potrai fare a meno di ottenere quella realtà.

Non c’è altra via.

Questa non è filosofia. Questa è fisica (Albert Einstein)

Questa è la preghiera. Questa è la fede”.

 

 

 

I commenti sono chiusi .