Parabola del granello di senapa

XXVII domenica del tempo ordinario

Domenica 6 ottobre 2019

Prima lettura: Ab 6, 1, 2-3; 2, 2-4    Salmo: Sal 94     Seconda lettura: 2 Tm 1, 6-8. 13-14     Vangelo: Lc 17, 5-10

 

 

17,5GLI APOSTOLI DISSERO AL SIGNORE: 6«ACCRESCI IN NOI LA FEDE!».

GLI APOSTOLI DISSERO AL SIGNORE: «ACCRESCI IN NOI LA FEDE!»=gli apostoli chiedono a Gesù di “aumentare la loro fede” ma rispetto a cosa? Cos’hanno visto prima per cui dicono: “Beh aumenta la nostra fede perché di fronte a questo non è sufficiente!”?

 

In Mt prima c’è un uomo che ha un figlio epilettico (Mt 17,14-19). I discepoli provano a guarirlo ma non ci riescono. Allora chiedono a Gesù: “Perché non ci siamo riusciti?”. E Gesù: “Per la vostra poca fede!”. “Se aveste fede quanto un granellino di senapa…” (Mt 17,20-21). Allora qui i discepoli non riescono a guarire (a realizzare il loro obiettivo) perché non hanno una fede sufficiente. Il monte è la malattia, che sembra inguaribile. Sembra! Abbiate fede!

In Mc, Gesù una mattina passa e vede il fico seccato (Mc 11,20). Il fico è l’immagine del tempio di Gerusalemme, che avrebbe dovuto parlare dell’amore di Dio, che avrebbe dovuto essere delizia e dolcezza per il popolo (come il fico), cioè annunciare un Dio-Amore, e invece è diventato una spelonca di ladri (il brano prima: Mc 11,15-19). Allora Pietro gli dice: “Maestro, guarda il fico che hai maledetto!” (Mc 11,21). E Gesù: “Abbiate fede in Dio: a chi dicesse a questo monte levati e gettati nel mare…”. Allora qui nella parabola (anche se non è menzionato il granello di senape) il “monte” è il Tempio. Sembra impossibile che cada, che venga eliminato, distrutto, che finisca il suo potere malefico, ma accadrà. Sembra! Abbiate fede!

In Lc, prima del nostro vangelo, Gesù invece parla degli scandali (Lc 17,1-3) e poi del perdono (Lc 17,3-4) e della necessità di perdonare sette volte (sette=completezza, sta per “ogni volta”). La cosa sembra ovviamente impossibile agli apostoli: “Come? Perdonargli sempre? Dargli sempre un’altra chance? Dopo ciò che ha fatto (dopo uno scandalo così)? Dopo una vergogna così!”.

Il “monte” qui è l’incapacità di perdonare: “Eh no, (me) l’ha fatta troppo grossa!”. Per questo gli dicono: “Aumenta la nostra fede” (Lc 17,5): perché loro non sono capaci di perdonare così.

E Gesù: “Se aveste fede quanto un granello di senapa potreste farlo”, cioè sradicare questo “monte”, questa incapacità di perdonare, di dare un’altra possibilità, di non sentenziare la morte di una persona.

Tre evangelisti, tre applicazioni diverse. Ogni evangelista ha applicato questo detto di Gesù ad una sua situazione ben precisa. Questo ci fa capire e ci mostra come i vangeli non siano una cronaca esatta della vita di Gesù ma una teologia, un’applicazione che gli evangelisti fanno del messaggio di Gesù.

 

IL SIGNORE RISPOSE: «SE AVESTE FEDE QUANTO UN GRANELLO DI SENAPE, POTRESTE DIRE A QUESTO GELSO: “SRÀDICATI E VAI A PIANTARTI NEL MARE”, ED ESSO VI OBBEDIREBBE.

IL SIGNORE RISPOSE: «SE AVESTE FEDE…=il confronto della parabola sta tra il granellino di senapa e il gelso.

In Palestina era proverbiale il “granello di senapa”: era un modo per dire una cosa piccolissima. Oggi diremo: “È niente”, cioè piccolissimo, insignificante, senza forza.

Il gelso, invece, era un albero difficilmente sradicabile (conosciuto proprio per questa sua caratteristica) perché le sue radici penetravano profondamente nella terra. Proprio per questo poteva rimanere piantato anche per 600 anni.

Ebbene, una cosa apparentemente così piccola, inerme, senza forza (come un granello di senape) può sradicare, vincere, una cosa (gelso, monte) così grande e inamovibile.

La fede, non è quindi questione di quanta ce n’è (come chiedono gli apostoli), ma di averne anche poca (come un granello di senapa) ma autentica. Chi ha fede tutto può (che non vuol dire che tutto farà!).

“Accresci la nostra fede”: perché Gesù non risponde: “Va bene! Certo! Sicuramente!”? Forse che non avrebbe voluto? Se avesse potuto, non l’avrebbe fatto? Ma Gesù non può fare quello che gli chiedono. La fede non può essere aggiunta o accresciuta da Dio perché la fede non viene data da Dio, ma è la risposta al dono d’amore che Dio fa a tutti. La fede è ciò che tu vivi, che hai dentro, la certezza del suo amore, dopo averlo incontrato. Quindi: se non fai esperienza di Dio, non c’è fede.

Perché ne basta un granello di senape? Non perché ne basta poca, ma perché la fede o ce l’hai o non ce l’hai. Se ce l’hai, anche se è debole, piccola, fragile, fa miracoli. La parabola del granello di senapa dice che una fede autentica è capace di tutto.

Il gelso=simbolo di qualcosa di impossibile da togliere e da sradicare.

Granello di senapa=certezza che sia possibile anche se non si sa come.

Fede=qualunque cosa mi verrà indicata, la farò anche se strana o non concepibile per me.

 

Ma cos’è la fede? Oggi sappiamo cosa avviene nel nostro cervello. Oggi sappiamo cose che solo vent’anni anni fa ci sarebbero sembrate incredibili. La fisica quantistica ci dice: “Quando tu pensi, emetti dei pacchetti di onde elementari (si parla di tachioni= particelle senza massa) che alla velocità di 857 milioni di km al secondo (!) raggiungerebbero tutto ciò che risuona nell’universo alla stessa frequenza.

Pensa alla radio: se tu ti sintonizzi su Radio Rds ti metti su una certa frequenza d’onda. Se, invece, sei sintonizzato su di un’altra, senti e sei collegato con Radio 105.

Per cui quando tu pensi “io non ce la faccio”, il tuo cervello emette onde che vanno a sintonizzarsi con tutti quelli che pensano così e tu avrai la certezza di non farcela.

Quando tu pensi “impossibile”, il tuo cervello cerca soluzioni e frequenze “impossibile”.

Se tu hai paura di essere derubato, con quale frequenza ti stai sintonizzando? Rubami!

Se tu hai paura che tuo figlio faccia un incidente stradale, ti stai sintonizzando con quella frequenza “incidente stradale”. È molto pericoloso questo.

Ma se tu pensi e vivi: “Sono nelle mani di Dio, Lui mi ama e i suoi angeli mi proteggono”, allora ti sintonizzi sulla frequenza “al sicuro; sono protetto”, e ti attiri nient’altro che ciò. Sembra magia ma è solo fisica quantistica. Sembra un giochetto per creduloni ma in realtà questa è la fede: credere a ciò che non è ancora.

Questo è ciò che dice il vangelo di oggi: “Se hai un po’ di fede, vedi questo gelso impossibile da spostare? Tu lo farai”.

 

Nel medioevo è realmente successo questo fatto. Una città, rinchiusa dentro le mura, era da mesi assediata dai nemici. La gente era ridotta alla fame e senza più provviste. L’alternativa era morire o arrendersi. In chiesa, il frate disse: “Cari paesani, noi non abbiamo fede. Se avessimo fede, Dio ci libererebbe dall’assedio”. Alcuni si misero a ridere, altri gli urlarono dietro, altri inveirono contro di lui. Ma lui disse: “Proviamo per un giorno ad avere fede, a credere che l’impossibile sarà possibile. Vi chiedo un giorno solo”. Tanto valeva la pena, ormai. Così per un giorno tutti credettero. Il sacrestano disse al frate: “Ma come farà Dio a liberarci da questa situazione?”. “Non lo so, se lo sapessimo, non avremmo fede. Noi sappiamo che avverrà, come non lo sappiamo”. Ad un certo punto entra in chiesa di corsa un uomo: “Ho trovato come fare! Ho trovato come fare!”. “Padre, faremo così: c’è rimasto in città un solo maiale, noi lo libereremo e i nemici diranno: “Se lasciano uscire un maiale vuol dire che hanno così tanto cibo, difese e armi che è inutile stare qui”. Che ne pensa?”. Il frate: “È una buona idea”. Il re accettò e tutti ebbero fede. I nemici videro il maiale fatto uscire dalle mura e scoraggiati: “Meglio andarsene”. E in quella notte se ne andarono.

La fede è così: fa uscire, fa nascere, qualcosa di imprevisto, di “oltre”, di “incredibile” per le nostre menti ristrette, per cui l’impossibile diventa possibile, realtà.

 

Ho visto cos’è la fede durante un corso. Ho perso le chiavi dell’auto. Cerco dappertutto ma non le troviamo. Uno dei partecipanti ad un certo punto mi ferma e mi dice: “Stai sbagliando; cosa faresti se avessi le chiavi con te?”. “Beh, mi ascolterei tranquillo ciò che dice il relatore”. “Allora fai così e abbi fede!”. E io ho pensato: “E lo dice a me, che sono un prete!?”. E così ho fatto. Le chiavi non le ho trovate ma ho fatto come se già le avessi. Finisce il corso, esco dalla sala e si sente al microfono: “Sono state ritrovate le chiavi di un’auto”. Erano le mie, ovviamente!

 

Guardate la storia degli uomini: chi sono gli uomini che hanno cambiato la storia? Cristo, Maria, Maometto, Copernico, Colombo, Edison, Einstein, sono tutti stati uomini che hanno creduto nell’incredibile. Hanno creduto (fede) di poter fare qualcosa che prima sembrava impossibile. Virgilio diceva: “Possono perché credono di potere”. È così!

 

Dobbiamo insegnare agli uomini ad aver fede. Aver fede non vuol dire pregare di più. Aver fede vuol dire avere la certezza che ce la faremo. Aver fede vuol dire essere certi che l’aiuto o quello che ci serve, che oggi non abbiamo, arriverà. E quando non arriva, rimanere fissi che arriverà. E quando non si realizza con noi, si realizzerà dopo di noi.

Quando monsignor Francesco Frasson costruì l’Opsa di Padova nel lontano 1956, non vi erano tutti i soldi per farla. Ma lui fece come se ci fossero. Allora un collaboratore gli disse: “Ma Francesco non abbiamo i soldi!”. “Noi abbiamo la fede!”. “Francesco, non ci sono i soldi!”, riprese. “Se avessimo i soldi, che ce ne faremo della fede? Stai tranquillo e adesso vai a dormire in pace. Abbi fede”. E così fu.

 

Ed Roberts: a 14 anni rimane paralizzato dal collo in giù. Durante il giorno usa un respiratore e la notte la passa in un polmone d’acciaio. Che vita sarà? La paura dice: “È la fine! Ma dove vuoi che vada? Che vita che mi aspetta”. Ma la fede dice: “Vivrò e mi realizzerò! Come? Non lo so, ma sarà così”. Ed Roberts si è realizzato, si è laureato, è diventato capo di Stato per il dipartimento per la riabilitazione e ha cambiato i pregiudizi della società verso i disabili. La fede sposta le montagne!

 

Billy Joel, famoso musicista. A vent’anni si butta tutto sulla musica, ma fallisce e finisce col dormire nelle lavanderie, senza casa e senza soldi. Decide di suicidarsi. La paura: “È finita; è impossibile; non si può seguire i propri sogni; meglio accontentarsi”. La fede: “Tutto è possibile per chi crede”. Billy si dice: “Voglio aver fede: quello che Dio mi manderà io lo farò”. Il giorno dopo incontra per caso (!) un uomo che gli dice: “Perché non ti fai aiutare da un istituto di terapia mentale?”. Lui: “Ma neanche per sogno!”. La sua vita va sempre peggio. Allora si dice: “Mi avevo detto: quello che Dio mi darà, io lo farò. Dio qualcosa mi ha mandato…”. Entra in istituto, recupera la fiducia in sé e diventa un famoso musicista.

 

Gelso è una situazione impossibile. 1925, il Ghana è una colonia inglese. Gli abitanti vorrebbero affrancarsi dagli inglesi ma la paura, la sproporzione militare è troppa e soprattutto c’è rassegnazione. Gelso=tutti pensano che sia impossibile. E se tu pensi che sia impossibile, lo è di certo. Allora si alza James Aggrey e racconta, in parlamento, la storia di un uomo che catturò un aquilotto nella foresta. Lo mise con le galline e crebbe imparando da loro. Cinque anni dopo passò un naturalista e gli disse: “Oh, ma quella è un’aquila, non una gallina”. “Sì, è vero – rispose l’uomo – ma ormai si è abituata ad essere una gallina e non c’è più niente da fare”. “Vedremo…”. Il giorno dopo il naturalista con l’uomo e l’aquila salirono la montagna. Il naturalista mise l’aquila con gli occhi rivolti verso il sole ma l’aquila non fece assolutamente niente: “Te l’avevo detto!”. “È un’aquila, dentro ha un cuore d’aquila. Volerà, ne sono sicuro”. E provarono varie mattine: niente. Finché una mattina, l’aquila si ricordò di chi era e prese il volo. Questa storia rimase dentro ai parlamentari e a tutti i Ghanesi: nel 1949, il Ghana divenne indipendente. Nulla è impossibile per chi crede.

 

Quando Ferdinando Magellano disse che avrebbe voluto circumnavigare la terra: “Impossibile!”. “Impossibile perché nessuno lo ha mai fatto prima. Quando l’avrò fatto sarà possibile”. Possiamo creare un mondo diverso? Certo! Impossibile? Solo perché non è ancora stato fatto.

 

7CHI DI VOI, SE HA UN SERVO AD ARARE O A PASCOLARE IL GREGGE, GLI DIRÀ, QUANDO RIENTRA DAL CAMPO: “VIENI SUBITO E METTITI A TAVOLA”? 8Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sèrvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

CHI DI VOI, SE HA UN SERVO…=questa è una situazione tipica del tempo.

Se c’è un padrone che ha dei servi, quando questi tornano non è che gli dice: “Beh, adesso sedetevi che vi servo io”. Sono servi (=è il loro ruolo) e quindi lo serviranno e si farà servire. “Così anche voi quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili”. Ma a ben vedere, i servi mica sono stati inutili! Anzi: prima hanno lavorato fuori nei campi; poi hanno lavorato dentro servendo il padrone. Macché inutili: questi sono stati utilissimi!

Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare=per capire il senso dobbiamo capire che la parola acreios (gr.) tradotta con “inutili” (ma è evidente che non sono stati inutili: più utili di loro!) è di difficile traduzione nel senso che indica un atteggiamento di modestia (“miseri”), di coloro cioè che stanno al loro posto.

I servi hanno fatto nient’altro ciò che gli veniva richiesto: non hanno quindi nessuna pretesa. Allora una traduzione migliore potrebbe essere: “Siamo servi senza pretese: abbiamo fatto nient’altro ciò che dovevamo fare (=siamo servi e abbiamo fatto i servi)”.

 

Allora a cosa si applica questo essere senza pretese? In che modo si collega al brano precedente sul granello di senapa? Bisogna chiaramente inserirlo nel contesto del vangelo: quindi guardiamo cosa c’è prima! Gesù ha detto: “Perdona sempre” (Lc 17,3-4).

Ma nell’A.T. il peccato, l’errore, lo sbaglio, la deviazione, doveva essere punita. Dio pretendeva una riparazione: penitenze, offerte, digiuni, accettazione di sofferenze e castighi, ecc. Dio pretendeva da te qualcosa: una conversione, un cambiamento, una penitenza, un sacrificio. Ma la fede non pretende più niente. Quindi il perdono, quello che nasce dalla fede, cioè dall’amore di Dio sperimentato e poiché prima sperimentato, viene poi riversato sugli altri, è gratis, è senza pretese, è senza ritorni.

Nessun servo “vuole”, può pretendere o accampare diritti dal proprio padrone (cosa che Dio fa; cfr Lc 12,35-40!): è quello che ovviamente deve fare. Ecco, il perdono è così: o è gratuito o lascia stare. Il perdono del vangelo, cioè ridare dignità e vita ad una creatura, è quello che una persona fa ovviamente.

Quando l’uomo viene ferito, dalla notte dei tempi, dice: “Mi hai fatto del male? Adesso anche tu devi soffrire quanto me”. “Occhio per occhio, dente per dente; Me la devi pagare; Mi vendicherò!”. Ma Gesù dice: “No, perdona! Se tu hai sofferto non fare anche tu soffrire l’altro”.

La madre di Vittorio Bachlet, ad un uomo delle B.R. che gli aveva ucciso il figlio, disse: “Io perdono. Non voglio che un’altra madre pianga come ho fatto io”.

 

Questo vangelo ci permette di riflettere sulle nostre pretese: a volte sono verso di noi, a volte sono verso gli altri. Vi sono tanti tipi di pretese.

PRETESE DI CORRETTEZZA: “Tu sei cristiano; tu vai in chiesa; tu devi essere coerente” e si chiede alle persone di adeguarsi a ciò che noi crediamo vero e si rifiuta sistemi valoriali differenti. Di solito è vissuta da persone che hanno un grande bisogno di controllare gli altri e che sono rigidi (anche con sé).

PRETESE DI SUCCESSO: “Se non raggiungo quel risultato… nessuno mi deve fermare… devo essere… guai se non… non mi deludere sai!…”: chiediamo a noi (o agli altri) di dover essere qualcosa che forse possiamo essere o forse no. Il pericolo è di chiederci troppo o l’impossibile.

PRETESE DI ATTENZIONE, DI RICONOSCIMENTO: “Avresti dovuto capirlo; e te lo devo dire? Dovresti capirlo da solo!… Se mi ami lo avresti fatto!… Non lo fai perché non mi vuoi bene… Tu pensi agli altri e a me mai!…”. C’è la pretesa che l’altro debba soddisfare i nostri bisogni affettivi o di stima, e se qualche volta non lo fa, allora si scatena la furia.

PRETESE DI LIBERTA’ ASSOLUTA: “Io sono così: se mi ami mi accetti per quello che sono… Io non mi aspetto niente da nessuno… in amore ognuno è libero di fare quello che vuole”. Qui c’è l’aspettativa di non avere nessuna aspettativa, di vivere la libertà assoluta (cosa impossibile).

 

Che fare? E se iniziassimo a trasformare le pretese in preferenze?

“Tu vai in chiesa!”: preferisco le persone che fanno così e così… ma so che non tutti siamo uguali.

“Se non raggiungo quella cosa”: spero di raggiungerla… ma se non accadrà pazienza!

“Avresti dovuto capirlo da solo”: preferisco quando mi anticipi… ma capisco che non ho la televisione in testa e che se desidero qualcosa te lo devo dire.

Nella pretesa non ci sono altre possibilità: dev’essere così e basta. È un modo di ragionare rigido per evitarsi la sofferenza.

Nella preferenza, invece, si esprime ciò che si desidera ma si accettano anche altre possibilità, accettando anche la sofferenza (frustrazione) che gli altri non facciano come noi vogliamo.

Da questo vangelo allora, imparo a trasformare la pretesa (“Tu devi fare così… tu fai come dico io… guai a te se… se non fai così… se non raggiungi quella cosa…”) in preferenza (“Mi piacerebbe… mi farebbe bene… mi aiuterebbe… sarei molto felice… se è possibile… se ti va…”).

Tutti abbiamo diritto di esprimere le nostre preferenze.

Nessuno ha il diritto di pretendere dagli altri.

Pensiero della settimana

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel vedere nuovi paesaggi

ma nell’avere nuovi occhi.

 

 

 

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