I dieci lebbrosi

XXVIII domenica del tempo ordinario

Domenica 13 ottobre 2019

Prima lettura: 2 Re 5,14-17            Salmo: Sal 97            Seconda lettura: 2 Tm 2, 8-13         Vangelo: Lc 17, 11-19

 

 

17,11LUNGO IL CAMMINO VERSO GERUSALEMME, GESÙ ATTRAVERSAVA LA SAMARÌA E LA GALILEA.

LUNGO IL CAMMINO VERSO GERUSALEMME…=Ierusalem indica la città santa.

Cosa è successo prima. Gli apostoli hanno chiesto a Gesù (domenica scorsa): “Aumenta la nostra fede” (Lc 17,5). Ma Dio può aumentare la nostra fede? Una prima risposta era venuta domenica scorsa: “Se ne aveste anche solo un po’ (granello di senapa!)!”.

Oggi c’è la seconda risposta. Dio può aumentare la nostra fede? No! Perché? Adesso lo vediamo!

GESÙ=qui c’è solo Gesù; sembra che solo Lui faccia la strada ma sappiamo bene, invece, che con Lui ci sono anche i discepoli. I discepoli, infatti, non lo seguono, lo stanno solo accompagnando.

ATTRAVERSAVA LA SAMARÌA E LA GALILEA=È una delle varie incongruenze del vangelo. In Palestina c’è a nord la Galilea, al centro la Samaria e a sud la Giudea, dove c’è Gerusalemme. Com’è possibile che attraversi la Samaria (centro) e poi la Galilea (nord) visto che sta andando a sud? Lc vuol farci capire che i lebbrosi sono i Galilei (dove si trova adesso Gesù) e non gli odiati ed eretici samaritani aperti a Gesù. E i Galilei non sono nient’altro che i suoi discepoli (per la maggior parte venivano proprio da lì). Lc fa vedere che quei lebbrosi sono proprio i discepoli, incapaci di accogliere il messaggio di Gesù perché presi dalle loro precedenti credenze giudaiche – quant’è difficile liberarsi dall’insegnamento della famiglia e della cultura ed essere liberi! – .

Ad uno studio attento vi sono poi altre incongruenze: come fa un samaritano andare dagli stessi sacerdoti dei giudei? E ancora: Gesù è rimasto lì sul posto ad aspettare il ritorno (visto che era in viaggio verso Gerusalemme)?

 

12ENTRANDO IN UN VILLAGGIO, GLI VENNERO INCONTRO DIECI LEBBROSI, CHE SI FERMARONO A DISTANZA

ENTRANDO IN UN VILLAGGIO=chomè (gr.), villaggio, è un termine tecnico degli evangelisti che indica sempre ostilità, incomprensione o rifiuto del messaggio di Gesù.

Il villaggio è il luogo della tradizione, dove si fa difficoltà a comprendere la novità e il messaggio di Gesù. Mentre nella città le mode vanno, vengono, cambiano, nel villaggio attecchisce e rimane la tradizione. Quindi il villaggio è là dove vige l’imperativo “perché cambiare se si è sempre fatto così?”. Quindi quando nei vangeli noi troviamo villaggio (chomè), vuol dire che troveremo sempre incomprensione ed opposizione a Gesù. Quindi Lc dice: “Preparati ad un’opposizione”.

GLI VENNERO INCONTRO DIECI LEBBROSI=ma noi sappiamo che i lebbrosi non potevano vivere in un villaggio. Infatti, in quanto infetti, causa di infezione, dovevano stare fuori dal villaggio.

Come mai, allora, questi lebbrosi stanno dentro al villaggio, cosa che era impossibile? Lc, allora, vuol fa capire che questi sono lebbrosi proprio perché vivono nel villaggio. Quanti vivono all’interno della tradizione, quanti vivono sottomessi alla religione tradizionale, sono come i lebbrosi, cioè sono impuri. Non hanno nessuna possibilità di contatto con Dio. È il villaggio che li ha resi così! È il villaggio, il luogo della tradizione, che li ha resi impuri. I lebbrosi quindi sono i discepoli che sono schiavi della tradizione, della mentalità vecchia e che non accolgono il nuovo messaggio di Gesù.

Lebbrosi=cos’era la lebbra? La lebbra è la malattia di Hansen, la lebbra appunto.

Ma il termine ebraico sara’at si riferisce ad escrescenze fungose, a vari tipi di muffa, in genere alle infezioni della pelle negli esseri umani quali ad esempio: psoriasi, l’eczema, vitiligine, dermatite. Quindi per lebbra si indicano tutte le malattie della pelle.

Ma avere la lebbra voleva dire essere un morto vivente perché dovevi vivere isolato da tutti, separato e lontano. Non potevi comunicare con nessuno, eri un isolato, un imprigionato. La lebbra era una morte sociale: cioè, anche se eri ancora vivo, la società, gli altri, il mondo, ti trattavano come un morto, perché tu non esistevi più per nessuno. Era una sentenza di morte lenta.

Al sacerdote spettava il compito, dopo la guarigione, esaminato il lebbroso, di dichiararlo puro, guarito. Allora il guarito si sottoponeva a tutta una serie di riti e veniva reintegrato nella società. In realtà quando ci si ammalava di lebbra non si guariva più.

CHE SI FERMARONO A DISTANZA=ma gli vanno incontro o si fermano a distanza? L’ambiguità afferma la difficoltà di questi lebbrosi: da una parte trasgrediscono la legge (si avvicinano), dall’altra la temono e la osservano (si fermarono a distanza). È il difficile cammino dei discepoli (e di ogni uomo): da una parte sono attratti dalla parola di Gesù, dalla libertà che il suo messaggio comporta, ma sono ancora schiavi della tradizione religiosa che hanno nel sangue. È quando vuoi e non vuoi: vuoi perché ne senti la libertà, la vitalità, la meraviglia, la gioia; non vuoi perché hai paura: “Ma che sia vero? E se mi sbaglio? E se non fosse così? E se poi non ce la faccio? E che conseguenze ci saranno?”. Vuoi perché senti che ti fa vivere veramente. Non vuoi perché sai che se segui ciò, dovrai cambiare, lasciare, diversificarti.

Cosa diceva la Bibbia? La Bibbia era molto chiara e spietata a proposito (Lv 13,45): “Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: “Immondo, immondo”. Sarà immondo finché avrà la piaga; è immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dall’accampamento”. Per questo si fermano a distanza e urlano: lo devono fare per non contaminare qualcuno.

 

13E DISSERO AD ALTA VOCE: «GESÙ, MAESTRO, ABBI PIETÀ DI NOI!».

E DISSERO AD ALTA VOCE: «GESÙ, MAESTRO»=qui c’è un altro indizio che i lebbrosi sono i discepoli. Noi non possiamo coglierlo perché non leggiamo il testo in greco. Qui c’è scritta la parola “maestro” (didaskalon), ma nel testo greco c’è una parola diversa, epistata, che vuol dire “capo, presidente, direttore”. Perché utilizzare una parola diversa? Perché in Lc (Lc 5,5; 8,24.25, ecc.) questo titolo di “capo” viene messo in bocca solo ai discepoli. Gesù è il “capo” (epistata) dei discepoli.

ABBI PIETÀ DI NOI!=quindi sono i discepoli che qui invocano Gesù: sono i discepoli che sono lebbrosi. I discepoli sono lebbrosi perché non riescono a staccarsi dal vecchio e sono ancorati ancora alla vecchia tradizione religiosa che, come una lebbra, fa morire le persone. Vorrebbero seguire totalmente Gesù ma hanno paura di farlo!

 

14APPENA LI VIDE, GESÙ DISSE LORO: «ANDATE A PRESENTARVI AI SACERDOTI». E MENTRE ESSI ANDAVANO, FURONO PURIFICATI.

APPENA LI VIDE, GESÙ DISSE LORO: «ANDATE A PRESENTARVI AI SACERDOTI»=i sacerdoti fungevano da una specie di servizio di igiene per certificare se la lebbra era sparita. Quindi, se i sacerdoti ti dichiaravano “guarito“, tu tornavi a vivere. Facevi tutta una serie di riti e un sacrificio al tempio di Gerusalemme (cfr Lv 14,1 ss.) ed eri di nuovo un uomo!

È molto interessante osservare che Gesù non li guarisce. Cosa chiede loro di fare? Chiede di fare proprio quello di cui hanno paura! I sacerdoti stanno a Gerusalemme (villaggio) e Gesù chiede di abbandonare quel villaggio e quelle sicurezze, quel “si è sempre creduto così… a me hanno insegnato così… tutti pensano questo”, e di seguirlo per strade nuove.

Allora cos’è la lebbra? Il fare come tutti, il seguire la tradizione.

E MENTRE ESSI ANDAVANO, FURONO PURIFICATI=questo è interessantissimo: non sono purificati quando arrivano dai sacerdoti ma “mentre ci vanno”. Gesù non compie nessuna azione sui lebbrosi: questi guariscono perché fanno loro una cosa che li fa guarire: abbandonare il villaggio! Cioè: nel momento in cui escono dal villaggio per andare dai sacerdoti questi guariscono.

Cos’è che li ammala? È chiaro, il villaggio. È il villaggio che li rende impuri, lebbrosi. Nel momento che lasciano il villaggio, il luogo della tradizione, del nazionalismo, del “ci hanno sempre detto di fare così”, questi vengono purificati.

 

15UNO DI LORO, VEDENDOSI GUARITO, TORNÒ INDIETRO LODANDO DIO A GRAN VOCE, 16E SI PROSTRÒ DAVANTI A GESÙ, AI SUOI PIEDI, PER RINGRAZIARLO. ERA UN SAMARITANO.

UNO DI LORO, VEDENDOSI GUARITO, TORNÒ INDIETRO… ERA UN SAMARITANO=ecco la sorpresa: solo il samaritano torna indietro! Un Samaritano?! Il Samaritano era la persona più lontana da Dio, esclusa da Dio e dalla salvezza. Dare del Samaritano a una persona era il peggiore degli insulti possibili, era qualcosa di ripugnante. Quando vogliono offendere Gesù gli danno del Samaritano. L’offesa veniva punita con 39 frustate (e con 39 frustate si poteva anche morire!)

L’uomo che torna indietro fa tre cose per cui si capisce che ha riconosciuto Dio in ciò che gli è successo:

  1. Loda Dio a gran voce.
  2. Si getta ai piedi di Gesù (cadde): riconosce l’autorità, la potenza di Gesù: in Gesù si vede Dio.
  3. Lo ringrazia: e si usa lo stesso verbo dell’eucarestia (eucharisteo). Nel N.T., eccetto qui che è Gesù, è sempre Dio l’oggetto di ringraziamento. È un modo con cui Lc dice che in Gesù c’è Dio.

Ma chi è questo uomo che riconosce che in Gesù c’è Dio? Un samaritano, cioè un eretico, il più lontano.

 

17MA GESÙ OSSERVÒ: «NON NE SONO STATI PURIFICATI DIECI? E GLI ALTRI NOVE DOVE SONO? 18NON SI È TROVATO NESSUNO CHE TORNASSE INDIETRO A RENDERE GLORIA A DIO, ALL’INFUORI DI QUESTO STRANIERO?».

MA GESÙ OSSERVÒ… STRANIERO=straniero (gr. allogenes; cfr Es 12,43; 29,33) è il non-giudeo.

Una iscrizione affissa al tempio di Gerusalemme gli vietava l’accesso nel cortile interno sotto pena di morte: se fosse stato scoperto avrebbe dovuto incolpare sé stesso della sua morte. Nel tempio era proibito avvicinarsi al Signore. Qui invece è il Signore che attira gli stranieri.

Rendere gloria a Dio=era un privilegio di Israele dalla quale i Samaritani erano esclusi. Ma, ecco la sorpresa, chi lo fa qui? Un non-giudeo!

 

19E GLI DISSE: «ÀLZATI E VA’; LA TUA FEDE TI HA SALVATO!».

E GLI DISSE: «ÀLZATI E VA’; LA TUA FEDE TI HA SALVATO!»=qui Lc mostra cos’è la fede. Cos’è allora questa fede? Molti ritengono che la fede sia un dono di Dio: non è così! Se la fede fosse un dono di Dio avrebbero ragione i molti che si sentono esentati dall’averla, dicendo: “A me Dio non l’ha data. Beato te che hai tanta fede”. Oppure avrebbero ragione altri che hanno fede ma poi quando capita un rovescio nella vita, che può sempre succedere, dicono: “Avevo tanta fede, ma poi l’ho persa”. No! La fede non viene da Dio: la fede o c’è o non c’è. Non è che si ha per un po’ di tempo e poi si perde.

Infatti nei vangeli Gesù dirà sempre e ovunque: “La tua fede ti ha salvato”. È la fede delle persone. La fede non è un dono di Dio agli uomini, ma la risposta degli uomini al dono d’amore che Dio fa a tutta l’umanità. Il dono di Dio all’uomo è l’amore. Quando il suo amore viene accolto, ti entra dentro, nasce la fede, che è l’accoglienza del suo amore. Un’accoglienza di chi ha percepito quest’amore e si è lasciato trasformare, modellare, cambiare.

La fede è riconoscere il dono di Dio. Dio ti fa un dono: l’amore e la vita (il dono di Dio è per tutti). La fede è la tua risposta al dono d’amore. Per questo Dio non può fare nulla per la tua fede. Non è che Lui te ne può dare tanta o poca. O ce l’hai o non ce l’hai. Magari ce l’hai vacillante, flebile, tremolante, ma ce l’hai. Perché la fede è la risposta dell’uomo ad un incontro, ad un’esperienza.

Qui tutti e dieci sono stati guariti e hanno incontrato Gesù. Ma solamente uno, e per di più il più eretico per i religiosi, si è lasciato toccare e coinvolgere. La fede, quindi, è l’accoglienza del dono di Dio. Ma non c’è fede senza esperienza. La fede, quindi, è qualcosa che cambia la tua vita: il samaritano cambia strada, torna indietro e, lui che non crede in Dio, non fa altro che lodarlo e ringraziarlo. Fa, cioè, cose che prima mai aveva fatto.

 

E nei vangeli troviamo una cosa stranissima: quasi sempre vengono elogiate per la loro fede le persone ritenute più lontane da Dio. Più uno sembra religioso e più sembra lontano dalla fede. Nei vangeli sembra che la religione sia un filtro che impedisca la fede. Gesù elogia la fede di un centurione pagano, di una prostituta (ricettacolo di ogni impurità), di una emorroissa (impura), di un cieco (maledetto da Dio), ecc.

Al contrario, invece, Gesù rimprovera i suoi discepoli e i religiosi come gente di poca fede. Ecco la lebbra: la religione. La religione, se non stai attento, diventa un insieme di regole, di cose da fare, di precetti, di obblighi, che ti impediscono la fede, cioè l’esperienza di Dio, l’incontro con Lui.

 

Questa è la fede: è fare un incontro per cui Tu non sei più lo stesso e non lo sarai mai più. Per questo la gente piuttosto ama digiunare e fustigarsi in tanti modi ma non fare esperienza di Dio (fede). Perché Lui non lascia indifferenti.

Non si può misurare la fede ma si può vedere. Da cosa si vede la fede?

  1. L’uomo che incontra la fede (=che fa esperienza di Lui) ha un cambiamento radicale nella propria vita. Sente e si comporta come prima non faceva; opera scelte, accetta esclusioni. Quella stessa persona, pur essendo quella di prima, non è davvero più l’uomo di prima.
  2. Ha una vitalità, una gioia, una passione, un entusiasmo, una serenità (pur in mezzo ai conflitti), una forza che prima non aveva.
  3. Ha una luce negli occhi, nel viso e nel corpo che si trasmette; irradia qualcosa di indescrivibile ma di reale, toccabile.
  4. Stare con lui fa bene alle persone che gli stanno vicino.

 

Marcello Candia, tre lauree e 25 anni di attività imprenditoriale, vende l’azienda del padre e con il ricavato fonda un ospedale a Macapà, sul Rio delle Amazzoni.

Madre Teresa a 38 anni sente chiaramente una voce finché è in treno che le dice di lasciare il convento per aiutare i poveri. E lei lo fa. Quando incontri Dio, lui è irresistibile.

Una donna malata di tumore fa un sogno dove sente una voce: “Vivi per me”. Non è pazza; per lei è Lui. Cambia vita, lascia suo marito al quale vuole bene ma con il quale da vent’anni non c’è più amore, va vivere da sola e va in giro a portare la sua testimonianza su come lei è guarita dal cancro.

Fra Antonio Mendes Ferreira vive vicino a Rio de Janeiro. Ha fatto il marinaio per tanti anni ma dentro di sé c’è sempre stata una insaziabile ricerca della felicità. Un giorno, in uno dei tanti porti incontra un uomo talmente miserabile da provare ripugnanza. Nonostante lo schifo, rimane lì a conversare con l’uomo. Ed ecco che all’improvviso, il mendicante, grazie alla conversazione con fra Antonio, si lascia andare a un sorriso radioso. È quanto gli basta. Fa nascere in Antonio una felicità inspiegabile e scopre la chiave della sua vita: prendersi cura dei condannati e degli umiliati di strada e (parole sue) “diventare un cacciatore di sorrisi sui volti tristi”. Il suo seme è questo: essere un cacciatore di sorrisi.

La fede è: 1. Sentirsi amati gratuitamente, quindi importanti, quindi essere qui per uno scopo. Non pensarlo: sentirlo! E questo è tutta un’altra cosa: è la differenza tra il pensare ad un buon gelato e il mangiarlo!

  1. Permettere che quest’amore (Dio) ci entri dentro, ci coinvolga, ci cambi, ci trasformi (conversione). La paura (degli altri, di sbagliare, ecc.) se ne va perché siamo radicati in Lui.
  2. Rispondere gioiosamente e andare noi per la nostra missione. Dio ti ama; la fede è la tua risposta.

 

E se noi siamo quei lebbrosi? Se mi identifico con loro? Qual è la mia lebbra? La lebbra era una malattia vergognosa. Era un marchio indelebile che tutti vedevano. Il vangelo mette in luce un cammino terapeutico, di guarigione, di uscita dalla lebbra. Cosa fanno quei dieci lebbrosi?

  1. Non nascondersi. 2. Riconoscere la vergogna. 3. Fare ciò che c’è da fare.

Pensate cosa doveva fare chi aveva la lebbra! Doveva andare giro con un sonaglio e suonarlo. Così nessuno si avvicinava. Capite che umiliazione, la vergogna: perdevi ogni dignità!

La vergogna è la sensazione non solo di aver fatto qualcosa di sbagliato, ma di essere noi stessi sbagliati. Nella vergogna io stesso sono sbagliato, non vado bene, sono inferiore, faccio schifo. È per questo che chi si vergogna arrossisce, si nasconde, si sente inferiore o bloccato.

La vergogna ci toglie la dignità di esistere, di esserci, di vivere (nonostante i nostri sbagli).

Ver-gogna=andare (ver-so) verso la gogna (il collare medioevale stretto attorno al collo dove i condannati venivano esposti alla berlina). Vi ricordate quando anni fa una donna rimaneva incinta prima o fuori del matrimonio? Oltre al giudizio sociale vi era il giudizio religioso e la donna si sentiva “una poco di buono”. Era una vergogna, un disonore e il fatto si teneva nascosto il più possibile. Alcune donne andavano a partorire in un’altra città perché nessuno lo sapesse!

Conosco una donna che è stata costretta dalla sua famiglia non solo a partorire lontano da casa, ma ad abbandonare suo figlio per quant’era la vergogna (erano famiglia “di chiesa”: non potevano avere certe onte loro!!!).

In una classe di città tutti i papà dei ragazzi erano commercianti, avvocati, docenti, medici, impresari. Uno aveva il papà in carcere per delinquenza. E quando gli hanno chiesto, così per presentarsi, il lavoro del papà, lui ha detto: “Non ce l’ho”. Si vergognava così tanto che era meglio non averlo!

Ci si vergogna perché si ha il padre alcolista, il genitore in galera o tossicodipendente o depresso, il fratello disabile, o per un fatto per cui sei finito sui giornali. Alcuni politici di tangentopoli si sono tolti la vita per essere apparsi sui giornali accusati di corruzione. Nel 2002 la diva nepalese Shreesha Karki si è impiccata per essere comparsa senza veli sulle pagine di un famoso giornale nepalese.

 

  1. Non nasconderti.

Di fronte a certi fatti la prima situazione è quella di nascondersi per la vergogna, per paura del giudizio altrui.

Ma cosa fanno nel vangelo i lebbrosi: vanno incontro a Gesù! Qualunque sia la tua situazione, allora, non nasconderti. Ci verrebbe da chiuderci in casa: “Fai schifo! Non ti vergogni?! Guarda cos’hai fatto! Non meriti di vivere”.

Vi ricordate la veste bianca del battesimo? Forse la vostra no, eppure ne avete ricevuta una. Quella veste bianca non può mai essere sporcata: non perdete mai la vostra dignità agli occhi di Dio.

Zapatero, il presidente spagnolo, anni fa, dopo un attentato dell’Eta disse davanti a tutti: “Ieri ho detto che le cose andavano meglio rispetto a cinque anni fa e che sarebbero migliorate ancora. Anche se ciò non è comune tra i politici, ci tengo a riconoscere che ho sbagliato”. Un giornalista gli chiese: “Cosa ci ha guadagnato a dire questo (tra l’altro non era tenuto a dirlo)?”. “La mia dignità: potermi guardare allo specchio senza vergognarmi”.

 

  1. Riconosci la tua vergogna.

Quando i lebbrosi si avvicinano a Gesù gli urlano: “Abbi pietà di noi!”. Cosa fanno in sostanza? Dicono: “Sì, siamo lebbrosi”. Che vuol dire: “Sì l’ho fatto! Sì, è successo!”. Allora io devo imparare a dire: “Sì, scusa, qui ho sbagliato, mi dispiace”, ma dobbiamo distinguere tra fare uno sbaglio (anche grande) ed essere sbagliati. Quando le persone sbagliano io gli dico: “Ti racconterò una storia. Hai mai visto un bambino quando impara a camminare?”. “Sì”. “E quante volte cade?”. “Tante!”. “E si vergogna di essere caduto?”. “No”. “E perché non si vergogna?”. “Perché è normale, visto che sta imparando”. “Vale anche per te”. È normale sbagliare perché se sapessimo certe cose, se avessimo certe informazioni, se sapessimo fare ciò che non sappiamo fare, non lo faremo.

Io mi devo dire: “Sì, è vero, ho sbagliato. Adesso, però, ho imparato qualcosa e so qualcosa in più”.

 

  1. Fare ciò che s’ha da fare.

In genere la terapia è fare qualcosa che ci fa paura fare. Cosa fa fare Gesù ai lebbrosi?

 

  1. Li fa uscire dal villaggio. Forse il villaggio, come un nido, come una madre, li proteggeva, ma quella protezione era mortale. Quindi se ne devono andare.

Un ragazzo, vent’anni, figlio di ragazza-madre, si vergognava di uscire con gli amici, di scherzare, di confrontarsi con loro e aveva paura di essere rifiutato dalle ragazze. Così se ne stava sempre in casa. Quando la sua guida gli disse: “Devi uscire”, lui rispose: “Io ho paura”. E la guida: “Lo so, ma lo devi fare lo stesso”. “E non solo devi uscire, ma devi anche lasciare tua madre”.

  1. Li manda dai sacerdoti. È chiaro che avrebbero fatto di tutto piuttosto che esporsi, mostrarsi, farsi vedere dall’autorità. Ma è quello che devono fare.

Parecchi anni fa un ragazzo ebbe una storia occasionale con una donna e questa rimase incinta. Allora andò da suo padre pur sapendo che non sarebbe mai stato accettato. Quando poi lo rividi gli chiesi: “E allora, come è andata?”. “Me ne ha dette di tutti i colori, mi ha picchiato e mi ha sbattuto fuori di casa”. “Mi dispiace…”. “No, no, bene così. Vedi ho sbagliato, e ho sbagliato “di brutto”. Ma dentro mi sento forte come una tigre e fiero come un leone perché posso dire: “Ho sbagliato” senza poter dire: “Che schifo che faccio”. Lui si vergogna di me, ma io non mi vergogno di me. Se ho sbagliato mi assumerò le mie responsabilità, ma non sono sbagliato”. Nota: oggi i due sono felicemente sposati.

 

Passavo per quel paese e andai, senza preavviso, a dare un saluto alla mia guida. Era una persona eccezionale, una di quelle fuori dalla norma, che trasmettono fiducia per il solo fatto di esserci. Era verso cena, entro, mi accoglie con gioia e vedo preparata la tavola in modo sontuoso: doppio piatto e bicchiere, candela accesa, musica di sottofondo e incenso che bruciava. Mi sentivo fuori posto perché pensavo: “È una cena romantica (c’erano tutti gli ingredienti)”. L’unica cosa strana era che c’era solo un piatto. Allora le chiedo: “Deve arrivare qualcuno?”. E lei: “Sì, arrivo io”. Io non riuscivo a capire: “Ma festeggi qualcosa?”. “Sì, festeggio me, che sono la persona più importante del mondo”.

Quando ci si ama così… davvero non ci può mai vergognare di sé.

Pensiero della settimana

Tutto quello che dici parla di te, in particolar modo quando parli di un altro.

 

 

 

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