Il giudice e la vedova

XXIX domenica del tempo ordinario

Domenica 20 ottobre 2019

Prima lettura: Es 17, 8-13          Salmo: Sal 120          Seconda lettura: 2 Tm 23, 14-4, 2        Vangelo: Lc 18, 1-8

 

 

In questo capitolo 18, Lc conclude il lungo insegnamento sulla fede iniziato con la domanda dei discepoli: “Accresci la nostra fede” (Lc 17,5). Ma abbiamo visto che la fede non dipende da Dio ma dagli uomini. Dio fa un dono d’amore (garantito a tutti; è un dono, non si merita, basta solo accoglierlo!) e la risposta dell’uomo si chiama fede.

Quindi la fede è, dopo essersi sentiti tanto amati, accolti e voluti, andare nel mondo e portare ciò che già in prima persona si è sperimentato. Si è vissuto una cosa così bella e si vuole che tutti la vivano. La fede quindi è andare, muoversi, agire, azione e non aspettare.

 

Quando Lc scrive questo brano del vangelo, i primi cristiani vivevano le persecuzioni e il dramma di essere derisi, cacciati, ricercati, umiliati, di essere impopolari e presi per illusi. Quello che aveva detto Gesù sembrava un’utopia: nessuno (pochi!) lo viveva!; a nessuno importava niente del Regno di Gesù e sembrava essere da illusi, da “stupidi”, vivere così.

Allora si chiedevano: “Ma chi ce lo fa fare?”. Allora si aveva la tentazione di dire: “Basta! Non voglio più! Perché io devo essere l’unico che…”. Per questo l’invito del vangelo è: “Non stancatevi di vivere così… anche se il mondo non vive così, voi continuate a credere nel regno di Dio, che è un regno di amore e di giustizia”.

Gesù infatti qui non tratta della preghiera (cosa che ha già fatto in Lc 11 e in Lc 12,22-31 dicendo: “Per questo vi dico: Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete… Cercate piuttosto il regno di Dio e queste cose vi saranno date in aggiunta”) dove Gesù ha già detto di “non pregare come i pagani” (Mt 6,7-8) che chiedono, chiedono, chiedono, perché Dio sa già di cosa abbiamo bisogno.

Qui Gesù tratta del Regno di Dio. Perché il regno di Dio è quella società alternativa dove anziché accumulare si condivide, dove anziché comandare ci si mette a servizio degli altri, dove c’è la giustizia del cuore perché il verbo che si vive è l’amore e non il tenere per sé.

Per questo Gesù nel Padre Nostro dice: “Venga il tuo regno” (Lc 11,2), che non si riferisce alla venuta di qualcosa che ancora non c’è (come a dire: “Non c’è… chissà che venga!”) ma: “Si allarghi, si estendi, che tutti vivano questo regno, questo stile di vita, perché in questo tuo regno qui, Gesù, qui sì che c’è l’amore, la giustizia, la solidarietà, la condivisione.

 

18,1DICEVA LORO UNA PARABOLA SULLA NECESSITÀ DI PREGARE SEMPRE, SENZA STANCARSI MAI:

DICEVA LORO UNA PARABOLA…=l’insegnamento di Gesù, però, non è sulla preghiera ma sulla certezza della giustizia in questa società.

La parabola dice: “Come la donna con la sua insistenza (mezzo) ha ottenuto giustizia (fine) così l’uomo con la sua fede (mezzo) ottiene la giustizia o qualunque altra cosa di cui l’uomo ha bisogno (fine)”. L’identificazione è sul fine, sullo scopo, non sul mezzo. Ma per ottenere questo l’uomo deve fare qualcosa. Perché il rischio è quello di incappare in un grosso equivoco: “Prega, prega, prega… insisti, insisti, insisti, che Lui poi alla fine ti ascolta”. Ma non dobbiamo convincere Dio con le nostre preghiere. Perché non si tratta di pregare tanto ma di muoversi, di fare qualcosa, di instaurare il Regno.

Una donna pregava tutte le sere Dio perché le facesse giustizia e suo marito smettesse di picchiarla. Dio le rispose: “Alzati a vattene da quella casa!”. Ora la donna non pregava per quello: lei si sarebbe aspettata un’altra risposta. Ma, si sa, Dio risponde secondo i nostri veri bisogni non secondo i nostri comodi. Se la donna avrà fede farà qualcosa: “Lascerà il marito” (ecco la giustizia!). Se non farà niente continuerà a pregare Dio incessantemente che le faccia giustizia.

 

2«IN UNA CITTÀ VIVEVA UN GIUDICE, CHE NON TEMEVA DIO NÉ AVEVA RIGUARDO PER ALCUNO.

IN UNA CITTÀ VIVEVA UN GIUDICE, CHE…=teniamo presente che è una parabola, quindi è un linguaggio particolare; è un esempio (ad esempio non viene nominato Dio, il Padre di Gesù, colui al quale non bisogna chiedere perché conosce i bisogni degli uomini prima che gli uomini li facciano presenti). Al posto del giudice ci poteva essere un’altra figura: c’è il giudice come emblema di uno che se ne frega nei confronti della donna.

 

3IN QUELLA CITTÀ C’ERA ANCHE UNA VEDOVA, CHE ANDAVA DA LUI E GLI DICEVA: “FAMMI GIUSTIZIA CONTRO IL MIO AVVERSARIO”.

IN QUELLA CITTÀ C’ERA ANCHE UNA VEDOVA…=la vedova, l’orfano e lo straniero, erano le persone che non avevano un uomo che pensasse a loro. Per questo erano persone sprovvedute, emarginate. E Dio nel Sal 68 si dichiara difensore delle vedove: “Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora” (Sal 68,6). Il termine “giustizia” compare quattro volte.

GIUSTIZIA=ciò che è veramente buono per la vita di una persona. In questo caso, forse, era che il giudice gli desse il terreno che era suo.

 

4PER UN PO’ DI TEMPO EGLI NON VOLLE; MA POI DISSE TRA SÉ: “ANCHE SE NON TEMO DIO E NON HO RIGUARDO PER ALCUNO, 5DATO CHE QUESTA VEDOVA MI DÀ TANTO FASTIDIO, LE FARÒ GIUSTIZIA PERCHÉ NON VENGA CONTINUAMENTE A IMPORTUNARMI”».

PER UN PO’ DI TEMPO EGLI NON VOLLE; MA POI…=il giudice è una persona cinica al quale importa solamente il proprio interesse e non i bisogni delle persone. Il giudice si comporta normalmente, come sempre: non gli interessa niente di questa pezzente!

Mi da tanto fastidio= lett. “farmi un occhio nero”. Chiaramente non poteva fargli niente fisicamente. Ma “fare un occhio nero” significa anche danneggiare la reputazione.

 

6E IL SIGNORE SOGGIUNSE: «ASCOLTATE CIÒ CHE DICE IL GIUDICE DISONESTO. 7E DIO NON FARÀ FORSE GIUSTIZIA AI SUOI ELETTI, CHE GRIDANO GIORNO E NOTTE VERSO DI LUI? LI FARÀ FORSE ASPETTARE A LUNGO?

E IL SIGNORE SOGGIUNSE=allora, se la vedova riesce ottenere ciò che vuole anche da un giudice disonesto (lui lo fa per non essere importunato, per togliersi “sta rogna”, per non essere messo in cattiva luce in giro; lui fa per motivi molto egoistici), tanto più il Padre (che non bisogna supplicarlo, al quale non bisogna chiedere).

Allora: c’è una situazione impossibile da risolvere: c’è un’ingiustizia che la vedova subisce. Di fronte a questa situazione si potrebbe dire: “Non c’è niente da fare!”.

La donna, invece, trova una soluzione: stressare il giudice finché il giudice la accontenta. Ma ciò che la donna ottiene è perché lei fa qualcosa.

E DIO NON FARÀ FORSE GIUSTIZIA AI SUOI ELETTI=se gli eletti che “gridano giorno e notte” (modi di dire per esprimere un intenso desiderio) fanno come la vedova, otterranno ciò che chiedono. Ma perché otterranno ciò che chiedono? Perché come la donna si daranno da fare!

GRIDANO GIORNO E NOTTE VERSO DI LUI? = è un’espressione che Lc prende dai Salmi 22 e 42.

 

Ma qual è la giustizia che gli eletti gridano giorno e notte? La troviamo nel Magnificat: è una giustizia molto sociale. A Lc sta a cuore, più degli evangelisti, il tema della giustizia. All’inizio del vangelo, nel Magnificat, Lc parla di “giustizia”: “Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore… ha rovesciato i potenti dai troni… ha innalzato gli umili… ha ricolmato di beni gli affamati… ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,51-53).

E’ questa giustizia che i discepoli, a cui si rivolge Gesù, quindi i cristiani, quindi coloro che vivono “alla Gesù”, devono vivere e portare sulla terra. E quando si vive questa giustizia allora avviene, accade, c’è, il “regno di Dio”. Quindi la giustizia di Dio, nei vangeli, passa per l’attività degli uomini (il Regno).

 

8IO VI DICO CHE FARÀ LORO GIUSTIZIA PRONTAMENTE. MA IL FIGLIO DELL’UOMO, QUANDO VERRÀ, TROVERÀ LA FEDE SULLA TERRA?».

IO VI DICO CHE FARÀ LORO GIUSTIZIA… PRONTAMENTE= il Figlio dell’uomo è Gesù nella sua piena condizione divina e umana. Gesù assicura che se c’è la fede dell’uomo (=la risposta dell’uomo al suo dono e quindi un cambio dei valori dell’uomo), la giustizia di Dio è assicurata. Ma perché è assicurata? Non tanto perché Dio la fa ma perché l’uomo che ha fede, lui stesso vuole vivere e far vivere la giustizia.

IL FIGLIO DELL’UOMO=quando Gesù “viene, nasce, cresce” in un uomo fino a farlo diventare così umano da essere “divino”, quella nuova creatura si chiama “Figlio dell’uomo”.

Nei vangeli Gesù è Figlio dell’uomo perché distrugge il tempio, cioè tutti quei riferimenti certi e sicuri di quel tempo che impediscono la giustizia.  Questo perché il tempio con il suo inganno religioso impediva di far vedere il vero volto di Dio.

Ma per vivere questa giustizia ci deve essere una rottura con i valori che la società proclama: quindi non si può chiedere al Signore questa giustizia se prima non si rompe con i valori falsi della società.

QUANDO VERRÀ, TROVERÀ LA FEDE SULLA TERRA? =Gesù però è dubbioso, si pone la domanda: “Ma voi l’avete la fede?”. “No!”. Per Gesù i suoi discepoli non hanno fede. Non ne hanno neppure un chicco di senape (Lc 17,5). Proprio niente di niente.

I discepoli di Gesù, nonostante tutto quello che Gesù ha detto e fatto, continuano a rimanere legati alle istituzioni religiose che hanno ricevuto fin dall’infanzia, alla tradizione, a “ciò che tutti credono” e non riescono a lasciare tutto questo bagaglio pesante per accogliere la Buona Novella (lett. E-vangelo=Buona Nuova), il messaggio di Gesù. Non riescono a staccarsi dal conformismo (tutti credevano così; tutti pensavano così) e a vivere nella libertà di Gesù.

E come terminerà il vangelo Lc? “Gli apostoli stavano sempre nel tempio lodando Dio” (Lc 24,53).

Noi osanniamo questa frase: “Che bella! Che fede! Tutto il giorno nel tempio!”. Sono un modello, un esempio; veramente sembra che abbiano visto chi è il Signore!

Ma cosa dirà Gesù del tempio (Lc 21,45): “Entrato nel tempio, cominciò a cacciare i venditori dicendo: “Sta scritto: La mia casa sarà casa di preghiera. Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri”. Nonostante che Gesù abbia detto chiaramente, esplicitamente, che il tempio è un luogo per ladri, dove li troveremo i discepoli, gli apostoli? Lì, nel tempio. Loro lo ritengono ancora un luogo sacro.

 

La famosa preghiera di Al-Rumi, che era alla base della fede della comunità, fu rubata da alcuni terroristi islamici. Alcuni uomini fedelissimi a Dio e religiosissimi decisero di andarla a riprendere, perché era un atto sacrilego che la preghiera-base della loro fede fosse stata fatta oggetto di sacrilegio. Così si preparano di tutto punto, sapendo che avrebbero rischiato la vita. Proprio in quei giorni apparve uno studio scientifico in cui fu inequivocabilmente dimostrato che la preghiera di Al-Rumi non era affatto sua, ma era un falso di un secolo prima. Gli uomini si ritrovarono: “Avete sentito cos’ha detto la tv? Non è possibile: nostro padre ha pregato così… nostro nonno anche e anche il nostro bisnonno… No, non è vero!”. Così decisero di andarsela a riprendere. Uccisero vari terroristi ma tutto fu vano perché morirono martiri tutti. La loro comunità, saputo ciò, li beatificò, poi li fece santi e tutt’oggi prega quei valorosi uomini che hanno dato la vita per Dio e per la preghiera di Al-Rumi. Peccato che quella preghiera era un falso.

Cos’ha spinto quegli uomini a morire piuttosto che a cambiare idea? E’ la stessa cosa che spingeva gli apostoli e i discepoli a rimanere fedeli alla religione ebraica del tempio piuttosto che convertirsi al Regno dei cieli di Gesù.

Cambiare idea vuol dire accettare di essersi sbagliati, vuol dire accettare che quelli che abbiamo amato si siano sbagliati, che la nostra immagine di Dio e della Vita sia falsata, che noi stessi abbiamo impostato la nostra vita su dei valori che non erano quelli veri, ecc: c’è tanto da perdere per trovare Dio.

Per questo molti uomini preferiscono morire o sacrificarsi o dare la propria vita per il loro “Dio” piuttosto che convertirsi al Dio di Gesù.

 

Questo vangelo ci dice varie cose.

 

  1. La fede è agire. Se agisci allora avrai, allora ci sarà giustizia.

Il mese scorso una suora dall’Africa: “Qui ci hanno lasciato soli… qui si sono dimenticati di noi… qui i miei amici “africani” muoiono perfino di acqua… Ma non sono uomini anche loro?”.

Un bambino di otto anni: “Ma Dio si diverte quando c’è la guerra? Perché non fa niente?”. E’ la domanda che tutti noi ci poniamo: “Ma Tu dove sei? Ma Tu che fai? Perché non fai nulla?”.

Elie Wiesel racconta un episodio dove un ragazzo in un campo di concentramento viene impiccato e finché si dimena, prima di morire, alla corda qualcuno dice: “Dio dove sei?”. E qualcun altro dei prigionieri ebrei, costretti a vedere la scena, dice: “Lì, appeso a quella corda”.

La mistica Etty Hillesum nel suo meraviglioso Diario dice: “Non saremo noi, o Signore, un giorno a chiamarti in causa e a dirti: “Dov’eri Tu?”, ma sarai Tu un giorno a chiamarci in causa e a dirci: “Dov’eri tu o uomo?””.

Noi chiediamo a Lui: “Ma perché non c’è giustizia in questo mondo?” e siamo anche arrabbiati con Lui. E lo siamo molto di più a volte: “Ma tutte le mie preghiere a cosa sono servite? Ma che Dio sei’”. E noi non abbiamo la risposta. Solo che anche Lui chiede a noi: “Ma perché non c’è giustizia in questo mondo?”. Lui la risposta ce l’ha: “Perché non c’è il regno!”. Perché cioè non c’è un mondo, un regno, dove le persone smettono di chiedere fuori: “Dammi questo… dammi quello… se i politici… se la gente facesse… se gli altri…” e si sentono responsabili loro stessi di questo mondo.

Un giorno di fronte alle atrocità che un uomo sentiva in tv si rivolse arrabbiato in preghiera a Dio: “Ma Tu non fai niente?”. “Sì, ho fatto te!”. Ecco la fede: anche se apparentemente non poteva fare niente, questa vedova si muove, fa tutto quello che è nelle sue possibilità e nelle sue capacità. La fede è costruire noi il regno; la fede è agire.

 

  1. Abbi fede. La situazione della donna sembra disperata: ha subito un’ingiustizia, ma l’unico uomo (visto che è vedova) che potrebbe farle giustizia “non gliene può fregare di meno!”. Verrebbe spontaneo da dire: “Non c’è niente da fare!”.

Molti di noi avrebbero detto: “Impossibile!… Non c’è niente da fare!… La partita è persa!… che sfortunata la mia vita… Ma tutte a me capitano… Non ci resta che pregare… Bisogna accontentarsi…”.

Tre rane finirono in un gran bidone di latte. Il problema fu che saltate dentro non riuscivano più ad uscire fuori. Nel latte non c’era un punto d’appoggio solido per uscire. Provarono e riprovarono ma non ci fu nulla da fare. Due di queste si arresero: non c’era niente da fare e annegarono nel latte. Un’altra nuotò anche se non c’era nessuna possibilità, e nuotò così tanto da trasformare il latte in burro. E trasformato in burro, riuscì a saltare fuori. Questa è fede: cercare la strada che ancora non c’è.

Quando Ferdinando Magellano disse che avrebbe voluto circumnavigare la terra gli dissero: “Impossibile!”. “Impossibile perché nessuno lo ha ancora fatto. Quando l’avrò fatto sarà possibile”. E così fu!

La fede è trovare la strada che ancora non c’è e che solo grazie alla tua fede trovi. Per fare quelle già percorse non serve fede o fiducia, basta copiare quello che altri hanno già fatto.

Aver fede vuol dire sapere (non sperare) che c’è la strada per affrontare ciò che ci sembra impossibile. Adesso si tratta solo di trovarla, sapendo che è diversa da tutto quello che già conosciamo. Se già la sapessimo, l’avremmo già trovata. Quindi serve ascolto, attenzione, fantasia, elasticità.

Virgilio disse una cosa meravigliosa: “Possono perché credono di potere”. Se tu non credi di potercela fare, non ce la farai.

Si racconta questa storia: il grande generale giapponese Nobunaga decise di attaccare, anche se aveva solo un soldato per dieci del nemico. Era sicuro che avrebbe vinto, ma i suoi soldati erano pieni di dubbi. Mentre erano in cammino verso il campo di battaglia, si fermarono in un santuario e pregarono. Dopo aver pregato nel santuario, Nobunaga uscì e disse: “Ora getterò in aria una moneta. Se viene testa vinceremo. Se è croce perderemo. Ora il destino rivelerà il suo gioco”. Gettò in aria la moneta. Venne testa. I soldati erano desiderosi di combattere e vinsero. Il giorno dopo due suoi generali gli si avvicinarono. Uno disse: ”Nessuno può cambiare il destino”. L’altro invece: “Nessuno può vincere la forza della preghiera”. Nobunaga guardandoli entrambi rispose: “Giustissimo”, mentre gli mostrava una moneta che aveva testa su entrambe le facce.

Se tu lotti per la Vita non ti preoccupare perché la Vita lotterà per te. Se tu credi, sarà!

 

  1. Provaci per davvero; non fingere, non far finta, solo perché è difficile.

Una vedova del tempo che cosa poteva fare al giudice? Niente! Quindi, quello che fa (l’insistenza) è l’unica arma che possiede. Quindi, qui il vangelo dice: “Usa tutte le tue armi, metticela tutta, fai la tua parte fino in fondo”.

Provarci vuol dire usare tutte le forze, tutto me stesso, tutto il mio sudore e la mia creatività. A volte le persone fingono di provarci, fanno un flebile tentativo e poi: “Non c’è più niente da fare”.

Una persona: “Vorrei cambiare; sono insoddisfatto del mio carattere”. Così decide di andare da un counselor per farsi aiutare. Dopo tre incontri (!): “Non c’è niente da fare, sono sempre lo stesso”.

Un’altra: “La mia fede si sta spegnendo”. Così prende la decisione di frequentare degli incontri sul vangelo. Dopo un po’ torna e dice: “Penso che si sia spento tutto”. “Quante volte ci sei andato?”. “Due” (!).

Una coppia: “Ci stiamo allontanando”. Così decidono di portare i figli dalla nonna e di ritagliarsi una sera alla settimana per stare insieme, parlarsi, avere dell’intimità o mangiare una pizza. Dopo alcuni mesi tornano: “Speravamo che qualcosa cambiasse, ma siamo al punto di partenza”. “Vi siete presi il vostro giorno settimanale libero?”. “Ah, sì, padre, l’abbiamo fatto ben due volte” (!).

 

  1. Insisti. Non ti arrendere. “Non ti far fermare dal primo no o dal primo insuccesso”.

Thomas Edison per trovare il filamento più adeguato per la lampadina elettrica fece migliaia di esperimenti ad esclusione. Dopo averne fatti 9.999, un amico gli chiese: “Hai forse intenzione di andare incontro a 10.000 fallimenti?”. Lui rispose: “Non sono fallimenti, sono scoperte; ho scoperto che anche questo non funziona”. E, infatti, alla fine, scoprì il filamento giusto. Questa è fede.

C’era un barbone: veniva da me per l’elemosina ogni giorno. Per le prime 2 settimane… niente. Ma lui continuava a venire e a suonare il campanello tutti i giorni. Aveva molta fede quell’uomo (fede che otterrà!). Infatti, pur di cavarmelo dai piedi, ogni volta gli davo due euro.

Siamo alla sagra e un bambino vuole dello zucchero filato. Il genitore: “No”. Così il bambino piange. Il genitore: “Puoi piangere finché vuoi tanto non te lo compro”. Il bambino piange ininterrottamente per un quarto d’ora. Allora il genitore estenuato, dice: “Va bene te lo prendo, purché la smetti”. Questa è fede.

Un uomo che non si batte, che non lotta per le proprie idee, o non vale l’uomo o non valgono le idee (Ezra Pound).

Quanto profondi sono i tuoi sogni, i tuoi desideri? Tutto qui: si fermano alla prima strada chiusa?

 

  1. Non mettere a tacere il dolore. Ma possiamo leggere anche in un altro modo questo vangelo. La vedova è la parte ferita, lesa, vulnerabile. E’ successo qualcosa e ci ha fatto male. Che si fa?

Ecco il giudice, il Super-Io, la voce della paura: “Tientelo per te… non far vedere quello che provi; non ti farai mica vedere che ci sei stato male?… non farti vedere che sei triste; non mostrare che sei preoccupato… non ti farai mica vedere che ti sei arrabbiato per queste cose?; non ti farai mica vedere che è un problema questo per te?… non farai mica vedere che hai paura?”.

Il giudice dice: “Zitto; mettiti in un angolo!… egoista, pensi sempre a te!… c’è chi sta peggio di te!… sai come lo farai star male se esprimi questa cosa!… bisogna adattarsi (=subire)”.

Il giudice dice: “Non creare casini!… poi si litiga… poi si arrabbia… poi ne sei scombussolato; se lo fai ti rifiuta o ti lascia… se lo fai te la farà pagare… con tutto quello che fa per te!, ecc”.

Allora alla nostra “vedova”, la nostra parte ferita, può venire da dire: “Va bene, non dico nulla… va bene ingoio un’altra volta… va bene, facciamo finta di nulla… va bene mi sottometto, mando giù!”.

Il silenzio di tuo marito ti ferisce. Glielo dici o no? Tu da una parte stai male, ma dall’altra se tiri fuori la questione si creano delle tensioni. Che si fa? Una voce ti dice: “Porta pazienza, stai zitta”. Un’altra ti dice: “Fa’ sentire la tua sofferenza”.

Al lavoro: non ti senti considerato. Una voce dice: “E’ così, sei dipendente, non comandi tu, non puoi fare niente”. L’altra: “E’ giusto che tu tiri fuori ciò che non va”.

Il superiore sposta di mansione un confratello mettendolo in un posto dove lui non vuole andarci. Una voce dice: “Devo obbedire; sarà così felice se gli dico di sì; offro a Dio il mio sacrificio”. L’altra dice: “E no, tiro fuori la voce. Non sono mica un pacco io. E se si arrabbia pazienza!”.

 

La vedova ti invita a fare diversamente: “Col cavolo che me ne sto zitta! Rivendico i miei diritti… il mio diritto di parola… la mia dignità… il rispetto… che ci sono anch’io”. La vedova dice: “Voglio giustizia anche per me!… Voglio vivere! … Ci sono anch’io!”.

Il giudice dentro di te dice: “Come ti permetti?… Zitto tu!… Non rompere”.

Il vangelo ti invita: “Tira fuori la tua voce… lotta per la tua causa… fatti sentire… non ti arrendere… se rompi a qualcuno, pazienza!, il fatto di esistere comporta che non puoi andare bene a tutti”.

La cosa peggiore che tu puoi fare a te è metterti il bavaglio e condannarti al silenzio forzato. Non ucciderti, amati: datti spazio e datti voce; tu ci sei, fatti sentire. Quando sei nato non puoi più nasconderti. Ci sei anche tu a questo mondo, fatti sentire!

Pensiero della settimana

La creatività è quell’energia che sgorga quando non ci sono blocchi.

 

 

 

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