L’esame dei frutti

V° Domenica di PASQUA 

Domenica 29 Aprile 2018

Prima lettura: At 9, 26-31 Salmo: 21 Seconda lettura: 1 Gv 3, 18-24     Vangelo: Gv 15, 1-8


 

 

1 «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore.

IO SONO=come domenica scorsa e come molte volte in Gv, Gesù afferma la pienezza divina. Quando Gesù dichiara “Io sono”, questo significa la pienezza della condizione divina perché “Io sono” è il nome di Dio.

Quando Mosè nell’episodio del roveto ardente chiese a quell’entità, che si manifestava, il suo nome: “Chi sei?, l’Entità rispose: “Io sono colui che sono”. Dio non gli diede un nome perché il nome limita una persona, ma gli rispose manifestandogli un’attività che lo rende riconoscibile.

Da quel momento, dal Libro dell’Esodo, “Io sono” è passato a significare il nome di Dio.

La tradizione ebraica ha sempre interpretato questa risposta come l’attività di Dio che è sempre vicino al suo popolo. Quest’espressione infatti indica sia un “io ero colui che ero”, sia “io sono colui che sono”, sia “io sarò colui che sarò”. Dio, cioè, è colui che c’è sempre, in ogni momento della vita; è colui che non abbandona mai; è colui che è sempre presente.

Quindi quando Gesù dice “Io sono” sta dicendo: “Io sono Dio”, cioè rivendica la condizione divina. Allora possiamo capire i Giudei che tentano, per questo, di uccidere Gesù (in Gv i Giudei sono sempre i capi religiosi e non il popolo). Infatti, se uno che conosciamo vi dicesse: “Io sono Dio”, voi chiamereste la psichiatria e lo interneremo da qualche parte almeno per qualche settimana!

 

IO SONO VITE= nella cultura di Israele la vite era immagine del popolo di Israele.

Nell’A.T. vi sono vari riferimenti a Israele come la vigna del Signore: c’è il famoso Cantico d’amore di Dio per il suo popolo, per la sua vigna, in Isaia 5; c’è il profeta Geremia che parla di Israele come una vigna, ecc.

Nell’A.T. Dio fa un’alleanza con il popolo d’Israele: Lui sarà il vignaiolo e il popolo la sua vite, che Egli cura. Naturalmente la sua vite prediletta e prescelta è solamente il popolo d’Israele. Adesso cambia tutto: nella nuova alleanza Dio rimane il vignaiolo ma adesso la vite non è più Israele ma Gesù.

 

IO SONO LA VERA VITE=lett. “io sono la vite, quella vera” Gesù dichiara di essere la vera vite. Se Gesù dice di essere la vite vera vuol dire che ce ne sono anche di false. Quindi ci sono delle false viti.

In Gv Gesù opera un processo di sostituzione, le precedenti realtà sono sostituite da lui.

Gli ebrei elogiavano la manna dal cielo, il nutrimento di Dio, ma Gesù dice: “Io sono il pane vero e non la manna dal cielo; la manna ti sazia adesso ma poi ne hai ancora bisogno, il mio pane, invece, sazia per sempre”.

Gli ebrei elogiavano la luce della Legge (per gli ebrei la luce veniva dalla Legge), ma Gesù dice: “Non la Legge (=l’A.T.) ma io sono la luce del mondo”.

Gli ebrei si sentivano il popolo del Signore (vite) e di questo ne erano fieri, ma Gesù dice: “Non voi ma io sono il vero popolo (=vite) piantato dal Signore”.

IL PADRE E’ L’AGRICOLTORE=ci sono dei ruoli ben distinti. Gesù è la vite, cioè dove scorre la linfa vitale, mentre il Padre, che è l’agricoltore, è interessato perché la vigna (Gesù) porti sempre più frutto.

 

2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.

1. OGNI TRALCIO CHE NON PORTA FRUTTO LO TOGLIE=Gv sta parlando della comunità cristiana.

Ci sono due possibilità: i tralci che non portano frutto e quelli che portano frutto.

Dio è il vignaiolo che cura; Gesù è la vite che è piena di vita; il tralcio è ogni persona che si lascia alimentare da Gesù. Il frutto è ciò che ogni persona produce, se si lascia alimentare da Gesù. Quindi l’amore viene comunicato al tralcio e poi chiede di trasformarsi in “frutto”, cioè in amore per gli altri.

Dove avviene questa comunicazione da Gesù alle persone (tralcio)? Nell’eucarestia (visto che Gesù non c’è più fisicamente e storicamente). Nell’eucarestia: si accoglie Gesù, il Pane della Vita, lo si mangia, lo si riceve, si percepisce tutto il suo amore, per diventare poi pane, amore, per gli altri.

Cosa succede? Succede che vi possono essere delle persone che vanno all’eucarestia (“Ogni tralcio che in me non porta frutto”) ma non si lasciano alimentare da Gesù, cioè mangiano il pane ma non diventano, a loro volta, pane. Sono le persone che vanno all’eucarestia ma poi non cambiano mai, rimangono sempre le stesse, rimangono fisse nelle loro rigidità, nei loro giudizi, nelle loro paure, nelle loro chiusure. Si alimentano di pane (bios) ma non di vita (psichè-zoe’).

Ricevere e dare sono i due movimenti essenziali della vita. Così avviene per il respiro, così avviene per il sangue, così avviene per il dono della vita (nascita), così deve avvenire come stile di vita. Ricevo (passione, informazioni, amore, perdono, aiuto, sostegno, compassione) e do (passione, informazioni, amore, perdono, aiuto, sostegno, compassione).

Allora il cerchio della vita continua sempre: tutti ne hanno sempre e nessuno rimane senza. Gli atteggiamenti conseguenti sono: la gratitudine (per il ricevere), il dono gratuito (per il dare).

 

LO TOGLIE=non c’è nessuna cattiveria ma poiché non porta frutto non serve! E’ un tralcio inutile.

Attenzione perché chi è che ha il compito di toglierlo? Non è Gesù ma il Padre stesso lo toglie perché un tralcio che è inutile, un parassita. Ed è importante che sia il Padre – e non Gesù e tantomeno i discepoli – “a toglierlo”: nessuno, quindi ha il compito nella comunità di eliminare il tralcio secco. Ci penserà Dio! Quindi non è compito della Chiesa stabilire chi può essere alimentato e chi no (chi può o no ricevere la Comunione): è questione di Dio!

 

2. OGNI TRALCIO CHE PORTA FRUTTO LO POTA=la frase risulta molto efficace in greco ma non in italiano perché è un gioco di parole. Dice: “Ogni tralcio che in me non porta frutto “aireo” e ogni tralcio che porta frutto “kataireo” perché porti più frutto”.

In italiano, forzando però il testo, potremo dire che “il tralcio che non porta frutto il Padre lo epura, quello che porta frutto lo depura”.

 

POTARE=kathaireo non è potare (se fosse così ci sarebbe scritto klaudeuo) ma purificare (aireo=tagliare).

La traduzione è chiaramente fuorviante perché purificare non è potare e sul quel potare noi abbiamo costruito un sacco di costruzioni teologiche.

Una volta si diceva: “La vita, anzi Dio stesso ti pota, cioè ti manda delle sofferenze, ti manda delle croci, ma non perché ti vuole male, ma perché tu possa portare più frutto!”; “Dio ti toglie tuo figlio perché tu possa crescere (ti pota!)”: ma come si poteva dire questo? “Dio ti ha tolto il coniuge perché tu possa imparare”: ma come si poteva dire questo?

Ora di un Dio che ci fa soffrire, anche se per buoni motivi, non c’è molto da fidarsi! Dio era come quei padri che ti tirano i ceffoni e ti puniscono “menandoti” e ti dicono: “Ma guarda che è per il tuo bene!”. Sarà!, ma non mi fido molto!

 

Purificare e potare sono due cose completamente diverse. Infatti potare è tagliare mentre purificare è togliere le imperfezioni.

Ma se il tralcio è buono (infatti comunica linfa, vita) perché tagliarlo?

Purificare, invece, vuol dire: “E’ un ottimo tralcio; se ci sono delle impurità che diventano un ostacolo, le togliamo”. Quindi è un messaggio di liberazione, di vita più grande e progressiva. Il Padre sa individuare quegli elementi nocivi, quelle impurità, quei difetti che ci sono nel tralcio e Lui provvede ad eliminarli. L’azione è del Padre: non è l’uomo che deve pensare a sé stesso, cioè alla propria perfezione spirituale, che può essere tanta illusoria quanto è grande la propria ambizione. L’uomo deve concentrarsi sul dono totale di sé.

Allora: in ognuno di noi ci sono dei limiti, ci sono dei difetti, ci sono delle brutte tendenze, ma noi non ci dobbiamo preoccupare. Sarà il Padre che se vede che questi limiti, queste tendenze, sono dei limiti a portare più frutto, Lui stesso penserà ad eliminarli e non noi.

Quindi l’unica preoccupazione del tralcio è portare frutto, cioè comunicare vita. Tutti gli impedimenti ad un frutto abbondante sono questioni del Padre.

 

C’erano due cisterne a distanza di qualche decina di metri. Erano molto diverse. Ogni tanto si parlavano.

La prima cisterna era perfetta, a tenuta stagna. Non una goccia d’acqua era mai stata persa per causa sua. La prima fiera e superba della sua perfezione, si stagliava nettamente. Solo qualche raro insetto le si avvicinava.

La seconda invece presentava fenditure, come delle ferite, dalla quali sfuggivano rivoletti d’acqua. Era coperta di arbusti fioriti, convolvoli, e more che si dissetavano all’acqua che usciva dalle sue screpolature. Piccoli animaletti venivano a bere e gli uccelli facevano il nido sui bordi. Non era per niente perfetta, anzi piena di ferite, ma si sentiva tanto felice e viva!

 

La teologia dice che la Chiesa è nata dal costato di Cristo (acqua e sangue, Battesimo ed Eucarestia). Cioè: da una ferita è nata un grande dono.

Ogni ferita (rimarginata) porta in sé un grande dono.

 

Quindi: 1. Tu vai bene così! Il tralcio non si taglia, si purifica, cioè si migliora. Basta col guardare ai difetti, agli errori, agli sbagli: sì, li hai, ma non è un problema!

  1. Se c’è qualcosa da cambiare, la Vita, Dio, ti “manda”, ti dà l’occasione per farlo attraverso le normali vicissitudini di vita. E perché lo fa? Perché tu, il tralcio, possa essere sempre più vitale, sempre più in grado di portare frutto. E come fa Dio per toglierti le impurità? “E’ la vita che guarisce la vita!”.

 

Due genitori meravigliosi, animatori dei ragazzi nella loro parrocchia, pieni di vita, generosità e calore, diventati genitori, sono entrati nel tunnel della perfezione. Loro che erano un modello per tutti, si erano identificati nel dover essere perfetti e, nell’aspettativa degli altri, di dover essere sempre così. Solo che, non accorgendosi, erano diventati troppo formali, troppo attenti alle regole, troppo giudicanti (“così non va bene!; questo non è cristiano”) e avevano perso la loro carica energetica e vitale. E quando diventi sterile ci pensa Dio a fartelo vedere.

Infatti, il loro primo figlio ad un certo punto manifesta grossi problemi di disgrafia e di dislessia: “Com’era possibile che proprio loro avessero un figlio così? Che vergogna: non erano più dei genitori modello! Proprio loro figlio aveva dei problemi!”. Così iniziarono a “sparire” dalla parrocchia, a non farsi più vedere: si vergognavano della cosa.

Fu difficile per loro accettare che loro figlio fosse così, ma questo gli insegnò a mettere da parte il loro “falso” perfezionismo, ad uscire dal dover essere “modello” per gli altri e tornarono a ridere, scherzare e ad essere pieni di vita e calore come un tempo.

 

Era stato un uomo perfetto: non aveva mai – e dico mai – saltato la messa domenicale nella sua vita. Era stato fedele al digiuno ogni venerdì e aveva sempre osservato tutte le regole cristiane. Per tutti era un modello di santità e di perfezione.

Quando morì andò davanti a Dio: “Vediamo le tue mani, vediamo cos’hai fatto?”, gli disse Dio. E lui, pieno di orgoglio gli mostrò delle mani linde, pure, perfette, mai contaminate con nulla. “Mi dispiace”, gli disse Dio, “il Paradiso non è un posto per te”.

“Ma come, disse l’uomo, guarda le mie mani incontaminate!”. “Infatti, disse Dio, non sono contaminate perché non hanno fatto nulla!”. E non entrò in Paradiso.

 

Allora: invece di essere preoccupati di essere santi (bisogno inconscio di mostrare al proprio genitore quanto si è bravi: quindi orgoglio) pensa ad amare le persone e a donare la tua vitalità.

Amare è contaminarsi, è sporcarsi le mani, è entrare nella vita che non è affatto perfetta, è sbagliare, è impastarsi, è coinvolgersi. Il perfetto tutto questo non lo fa e per questo non conosce l’amore. Tu pensa ad amare e a donarti: se c’è qualcosa che non va, ci pensa Dio a fartelo capire.

Questo dà grande serenità e uno non deve sempre stare lì a dirsi: “Vado bene… non vado bene… è giusto… non è giusto…”. Se c’è qualcosa che non va ci pensa Dio a fartelo vedere: tu ama.

 

PORTARE FRUTTO=per Gesù non è essenziali essere santi; perfetti, immacolati ma portare frutto, cioè alimentare qualcosa, qualcuno.

Che cosa nutri? A che cosa dai vita? Questa è la grande domanda.

Questo cambia tutto. Non ci avevano insegnato che bisogna fare l’esame di coscienza per individuare i nostri difetti, le nostre colpe, gli elementi negativi e centrare tutta la nostra attenzione per sforzarci di sradicare quel difetto, di soffocare quella tendenza, di eliminare quello che credevamo fosse nocivo?

Ma Gesù dice: “Basta con l’esame dei peccati!, degli errori, dei difetti, con la perfezione spirituale!”.

Facciamo l’esame dei frutti?”: che frutti hai nella tua vita?

 

Vi erano due giovani suore nel convento, entrambe molto stimate da tutte.

Una per la sua cultura, per la sua devozione, la sua intelligenza e perché era integerrima: non sgarrava mai una regola (si dicesse che mai, neppure un giorno, avesse saltato una preghiera!) ed era disponibile a compiere grandi sacrifici per la sua devozione.

L’altra sorella era molto amabile, sorridente, pronta ad aiutare tutti: a volte non pregava e a volte si perdeva nei lavori domestici o a ridere con le consorelle. Un giorno questa suora si innamorò di un uomo.

L’altra suora, quella irreprensibile, si indignò e portò la cosa alla madre superiora, che le chiamò davanti a sé tutte e due. La prima era molto orgogliosa e si aspettava che la suora fosse espulsa. E così fu, ma non fu espulsa la suora che si era innamorata ma proprio lei. Le disse la madre superiora: “Chi pecca nell’amore vuol dire che prima ha amato e poi ha fatto un errore. Tu non hai peccato perché non hai mai amato. Qui c’è posto per chi sbaglia ma non per chi non ama”.

 

Le persone pie e religiose, per il vangelo, sono inutili: sono così occupate da Dio che si dimenticano degli altri.

 

3 Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.

VOI SIETE GIA’ PURI=

  1. È un gioco di parole per noi incomprensibile: “Il tralcio che porta frutto kathairei (=lo purifica) e voi siete già katharoi (=puri)” (Gv 15,2-3). “Puri” è il sostantivo del verbo “purificare”.
  2. Non si capisce perché qui, giustamente, è stato tradotto con “puri” e prima con “potare”, che come abbiamo visto è un errore. Dio non pota nessuno!

 

Ma perché sono già puri? Cos’è che li ha resi puri?

  1. In Gv 13 Gesù lava i piedi agli apostoli (che si rifiutano! Pietro soprattutto): questa è la prima parte della purità. In Gv 13,10 Gesù dice, dopo aver lavato i piedi: “Voi siete già puri (katharoi; tradotto con “mondi”)”. È lo stesso aggettivo. Ecco che cosa li ha resi puri: ricevere l’amore di Dio.

Gesù li ama non perché sono puri, ma lava i piedi (=la parte più sporca, a quel tempo) proprio perché si sentano degni di essere amati, anche se sono così sporchi. E non sono loro ad andare da Lui, ma è Lui stesso che va da loro. Quando sei “sporco”, Lui viene da te per pulirti, perché tu possa riprendere la tua dignità.

Questo cambia tutto: non è vero che bisogna essere puri per accogliere il Signore, ma è l’accoglienza del Signore che ci purifica.

Noi siamo stati educati che se uno “è in grazia, santo e perfetto” va a fare la Comunione, altrimenti no! Ma, per il vangelo, è vero il contrario: non vai a fare al Comunione perché sei puro (e quindi la Comunione è un merito) ma perché ne hai bisogno (la comunione è un dono).

 

  1. Ma poi, la seconda parte, è che anche loro facciano lo stesso con gli altri: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato l’esempio perché anche voi facciate come ho fatto io” (Gv 13,14-15).

Quindi la purezza non è più dovuta all’essere “a posto, puri, lindi” (quando si è “sporchi” Lui viene da te!!!) ma è dovuta se sei capace di amare e di “purificare”, di accogliere gli altri nei loro limiti, difetti, sbagli e impurità.

La purità con Gesù non è più data dalla devozione religiosa ma dall’amore e dal donarsi agli altri.

 

Quando andremo di là, il Gran Capo non ci chiederà: “Vediamo un po’, a quante messe hai partecipato? Quanti rosari hai detto? Quanti giorni di digiuno hai fatto? A quanti pellegrinaggi hai partecipato?”, ma ci dirà: “Quanto perdono hai dato? Quando amore hai riversato? Quando gioia hai trasmesso? Quanto hai festeggiato i successi degli altri? Quanta libertà hai donato? Quanti sorrisi hai acceso? Quante parole di pace hai detto?”. Questo ci chiederà!

Le preghiere, i rosari e tutti i pellegrinaggi ci servono ad amare di più e a non essere più perfetti o migliori degli altri. Sono strumenti per sviluppare l’amore non per essere migliori o superiori agli altri.

 

San Giovanni della Croce: “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”.

 

4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.

Qui Gv sottolinea due cose.

1. RIMANETE IN ME=meino=dimorare, rimanere, stare (attaccati). Se la linfa (=l’amore di Gesù) trova dei tralci che lo accolgono, naturalmente si produrranno dei frutti.

Quando tu ogni volta che sbagli (Dio non è preoccupato dei nostri sbagli!) sei perdonato (anche se non te lo meriti), ti verrà naturale, ovvio, fare altrettanto.

Quando tu hai vissuto nel rancore e Lui ti ha liberato dall’odio, ti verrà naturale fare altrettanto.

Quanto tu sei stato aiutato da Lui, attraverso qualcuno, in un momento di bisogno, ti verrà naturale fare questo!

Se rimani collegato all’amore, amerai.

Se rimani collegato al perdono, perdonerai.

Se rimani collegato alla Vita, trasmetterai vita. E’ ovvio!

L’importanza di “rimanere” in Lui, cioè di non staccarsi dalla fonte della linfa. Se ti distacchi dalla linfa muori, secchi, diventi sterile. E’ ovvio!

 

Scegli da chi vuoi dipendere. Gli altri “ci influenzano”, ci piaccia o no (come anche noi influenziamo loro; d’altronde l’amore è un condizionamento!): questo non lo possiamo gestire o decidere noi. Ma possiamo sempre decidere da chi farci influenzare!

 

C’è bisogno di frequentare persone dal cuore grande perché se stai sempre con quelle che giudicano, parlano male e criticano tutti e tutto, diventi come loro.

C’è bisogno di concedersi momenti di ricarica fisica e psicologica, di gioia e di divertimento perché se solo dai, se solo fai, se ti agiti sempre, poi ti esaurisci, diventi triste e nervoso.

C’è bisogno di momenti di nutrimento spirituale, di alimentare la tua anima perché se non te ne prendi cura, come tutte le cose viventi, lei muore.

C’è bisogno di frequentare luoghi e gruppi che “ti danno” energia, vita, ricarica, luce, gioia perché se stai sempre con i lupi imparerai ad ululare.

 

2. COME IL TRALCIO NON PUÒ PORTARE FRUTTO DA SE STESSO SE NON RIMANE NELLA VITE, COSÌ NEANCHE VOI SE NON RIMANETE IN ME=qui Gesù afferma che se un tralcio non porta frutto è perché si stacca dalla sorgente che è Lui, e comunica se stesso e non più la linfa di Gesù.

Ma come la mettiamo con il momento di crisi della nostra Chiesa? Visto che i frutti – è sotto gli occhi di tutti – sono sempre minori, non è, per caso, che stiamo comunicando noi stessi e che ci siamo distaccati da Lui? Se il flusso finisce il frutto scompare.

 

5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.

CHI RIMANE IN ME PORTA MOLTO FRUTTO=il portare frutto non è un miracolo ma una conseguenza ovvia. Se sei collegato con la radio senti la musica; e se sei collegato con Sky vedi le partite di calcio o i film; se sei collegato con Dio ricevi vita perché Lui è Vita (“Io sono la resurrezione e la vita” Gv 11,25).

 

PERCHÉ SENZA DI ME NON POTETE FAR NULLA=qui Gesù si rifà al profeta Ezechiele che dice: “Che pregi ha il legno della vite di fronte a tutti gli altri legni della foresta? Si adopera forse quel legno per farne un oggetto? Ci si fa forse un piolo per attaccarci qualcosa? Può essere utile a qualche lavoro anche quando era intatto?”. Cioè il legno della vite non serviva a niente se non che a portare frutto.

Il legno della vite non serviva neppure per la cenere. Una volta le lenzuola si lavavano con tutti i tipi di cenere eccetto quella della vite perché li macchiava. Quindi, il legno della vite serve solo per portare frutto o non serve a niente.

E’ il male del nostro tempo: quante persone si sentono inutili, sole? Perché? Perché non servono (nel senso sia di essere utili, sia di aiutare) a nessuno. Per cui si distraggono durante il giorno, inseguono hobby, fanno delle “cosucce”, ma dentro sono tristi. Distaccati dalla linfa, dalla vitalità, dall’energia, siamo zombie, spiriti incarnati morti.

 

6 Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

SECCA=inaridisce (letteralmente). Gv, che prende quest’espressione dal profeta Ezechiele quando vede la situazione del popolo come una vallata di ossa secche e inaridite (Ez 37), indica il popolo senza spirito.

Chi non rimane in Gesù si inaridisce perché si esaurisce e non ricevendo non dà nulla. Quindi per Gv il non rimanere in Gesù, è l’aridità, è l’essere senza spirito, senza vita: quando tu sei senza vitalità, senza calore, senza energia, che cosa doni? Doni cose, doni parole vuote, doni frasi fatte, doni convenevoli, doni formalità, doni esteriorità perché non sai donare lo spirito, la vita, ciò che tu non hai.

 

Un ragazzo di 30 anni, suicida, scrive: “Questa vita fa schifo. Avere tutto, e non avere nulla”.

 

Un altro ragazzo quindicenne ha scritto: “Volevo latte e ho ricevuto un biberon.    

Volevo dei genitori e ho ricevuto un giocattolo. Volevo parlare e ho ricevuto un cellulare.

Volevo imparare e ho ricevuto pagelle. Volevo pensare e ho ricevuto sapere.

Volevo una visione generale e ho ricevuto un’ideuzza.

Volevo essere libero e ho ricevuto la disciplina.

Volevo amore e ho ricevuto la morale, cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Volevo una professione e ho ricevuto un posto di lavoro.

Volevo felicità e ho ricevuto denaro. Volevo libertà e ho ricevuto un motorino.

Volevo un senso alla mia vita e ho ricevuto una carriera.

Volevo prendere il volo ma mi è stato detto di accontentarmi.

Volevo una fede e ho ricevuto delle preghiere”.

A che ti serve tutto quello che hai, tutto quello che dai ai tuoi figli, tutto quello per cui lotti, se poi perdi il tuo cuore, la felicità, il senso della vita?

 

7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto.

CHIEDETE QUEL CHE VOLETE E VI SARA’ DATO=questa frase è conosciutissima e tutti la sanno (Gesù certo ci dà tutto ciò che desideriamo), per cui le persone si affannano a pregare, a chiedere, e si arrabbiano poi quando, dopo aver così tanto chiesto, non ricevono. Solo che le persone tralasciano le condizioni perché questo accada. Quali?

 

1. RIMANERE IN LUI=cioè che abbiamo sempre bisogno di rifornirci del suo amore, della sua compassione, del suo perdono, della sua vita. Non possiamo mai dire: “Beh, adesso non ne ho più bisogno! Beh, adesso sono a posto!”. Fai così del cibo? Fai così dell’aria? Fai così col cuore?

Abbiamo quindi sempre bisogno di ricevere.

 

2. E LE MIE PAROLE RIMANGONO IN VOI=quali parole? Quelle che ha appena detto: che l’amore ricevuto deve diventare amore riversato. Lo ricevi e lo doni. Abbiamo quindi sempre bisogno di donare, di darci agli altri, di servirli con la nostra vitalità. Solo con queste due condizioni possiamo chiedere quel che vogliamo e Lui ce la darà. E ce la darà perché siamo in sintonia con Lui.

Inoltre, quando Gesù parla di parole intende tutte le sue parole e non soltanto alcune!

 

8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

IN QUESTO È GLORIFICATO IL PADRE MIO: CHE PORTIATE MOLTO FRUTTO=c’era l’idea, fino a quel tempo, che Dio dovesse essere magnificato con opere straordinarie, meravigliose (costruzione del tempio; solenni liturgie; cospicue offerte; sacrifici e digiuni grandi) o con vite irreprensibili: ma adesso basta.

La Gloria di Dio, ciò che Lui si attende da noi, è che noi portiamo frutto, cioè che la sua Vita attraverso di noi passi e giunga anche agli altri e come risani noi, così risani anche gli altri.

 

DIVENTIATE MIEI DISCEPOLI=lett. “e così sarete-diventerete miei discepoli”. Si è discepoli di Gesù, allora, non perché si è preti o suore, ma perché in noi vive il suo amore e si riversa su questo mondo. L’essere discepoli di Gesù non è più un ruolo, una posizione sociale, ma un modo di vivere.

 

L’immagine del vangelo ricorda la legge fondamentale della vita: se tu ti distacchi dalla linfa, muori.

Il vangelo dice per sette volte: “Rimanete in me” e per sei volte parla di “portare frutto”. In queste poche righe sono quasi parole ossessive, tanto si ripetono. L’immagine dice: “Il segreto è tutto qui. Voi siete i tralci io la vigna. E’ semplice: se rimanete uniti, attaccati a me portate frutto (e questo è la gioia e la gloria di Dio); se non rimanete attaccati a me non potete portar frutto”.

 

1913: i monaci dell’abbazia tedesca di Munsterschwarzach trovano una sorgente d’acqua a 5 metri di profondità. Ma, essendo di superficie, la sorgente si esaurì subito. Trovarono una sorgente profonda, tutt’oggi esistente e che non si esaurisce mai, ma ad 80 metri di profondità.

 

Perché le persone si esauriscono? Perché finiscono la “benzina, il carburante” e non c’è nessuna pompa di ricarico, nessun distributore che le possa alimentare. Vi è mai capitato di finire la benzina per strada? Cosa succede? Che non si va più avanti. E’ così: quando finisce la benzina, se non c’è una ricarica continua, l’auto, la vita, si ferma.

Quando si va in gita ci si porta via l’acqua. Ma se l’acqua finisce poi la sete ce la dobbiamo tenere.

 

Ma se avessimo una sorgente d’acqua dentro di noi, non rimarremo mai a secco. Ciò che è incredibile, ma vero, è che la sorgente d’acqua dentro di noi c’è! Si chiama Spirito Santo, la Sorgente, la Parte Divina, la Preghiera, l’Anima: ha tanti nomi, non importa, è in ogni caso qualcosa che non si esaurisce mai. Questo conta.

Questa sorgente dice: “Ti amo… va bene così”. Se si rimane collegati qui, non si secca mai.

Un ragazzo nel compito d’italiano ha scritto:

“Il tralcio se è legato alla vite naturalmente dà uva. Il ramo se è legato all’albero naturalmente dà frutto. L’uomo se è legato al suo profondo naturalmente è vitale. L’uomo se è in contatto con la sua anima naturalmente è felice. Ma, perché allora, io sono così infelice?”. Non vi fa pensare?

I ragazzi oggi dicono: “Sei connesso?”.

Rimani connesso con ciò che è vitale, con la linfa! Il resto è mortale e fa morire.

 

Pensiero della settimana

L’aquilone ha bisogno di un filo per volare.

Anche tu hai bisogno di un legame per essere libero.