Battesimo del Signore

Battesimo del Signore

Domenica 13 gennaio 2019

Prima lettura: Is 60, 1-6          Salmo: Sal 71             Seconda lettura: Ef 3, 2-6         Vangelo: Mt 2, 1-12

 

 

Il vangelo di oggi ci presenta il Battesimo di Gesù. Gesù certamente è stato battezzato dal Battista. Per i primi cristiani questo era un episodio imbarazzante e scomodo ma innegabile. Se avessero potuto toglierlo lo avrebbero fatto volentieri; è che era così (la realtà)! Tanto è vero che i vangeli, ognuno a modo suo, cercano di addolcire l’episodio (Gv neppure lo riporta).

Le domande problematiche erano molte: “1. Ma Gesù è inferiore al Battista (visto che si è fatto battezzare)? 2. Gesù ha peccato (visto che è andato come tutti i peccatori a farsi battezzare)?”.

Gesù si è fatto battezzare ma non ha mai battezzato. E lo stesso Gv 4,1-2 lo sottolinea. Quando Gesù sente che i farisei dicono che lui battezza e fa più discepoli del Battista, l’evangelista dice testualmente: “Sebbene non fosse Gesù in persona che battezzasse ma i suoi discepoli”. Questo vuol dire che il battesimo, come battesimo, perderà poi di rilevanza in Gesù.

Per Gesù non sarà importante battezzare ma il perdono, la guarigione e la Buona Novella. Non è tanto importante, quindi, il gesto ma il senso del gesto.

Se guardiamo i vangeli, infatti, troviamo che prima di questo gesto non sappiamo niente di Gesù e che dopo il battesimo Gesù inizia la sua attività pubblica e nessuno lo ferma più. Il Battesimo è il punto di svolta della vita di Gesù: dopo non sarà più come prima.

Gesù aveva aderito al progetto del Battista: “Dio viene, fatevi battezzare come segno del vostro cambio di vita”. E anche lui va a farsi battezzare. Gesù appoggia e sostiene il suo maestro, il Battista. Ma poi Gesù sperimenta (la voce) qualcosa di unico: Dio non è come dice il Battista. Dio è amore. Dio non vuole “qualcosa” per darti amore (sia esso sacrifici, battesimo, penitenza, ricambio, purità, ecc). Dio ti ama… e basta. Anzi, Dio ti rincorre per amarti.

E’ questa esperienza che lo distacca dal Battista: di Dio non c’è motivo di aver paura. E Gesù andrà per la sua strada. Sarà un Dio totalmente diverso da quello del maestro.

A questo punto Gesù lascia il progetto del Battista perché adesso ha chiaramente il suo: portare a tutti quest’amore che Lui stesso ha “toccato, vissuto, sentito” e sperimentato. E non farà nient’altro che questo.

Dio è un’esperienza, un incontro: questo si chiama il battesimo di fuoco. E’ qualcosa che ti entra dentro, che ti penetra nelle pelle, nelle viscere, nell’anima e da cui non puoi più liberarti. Perché quando lo hai incontrato non puoi davvero più vivere senza di Lui.

Come Gesù, dobbiamo tornare a far fare alle persone “esperienza” di Dio: ti deve entrare dentro, sconvolgerti, farti innamorare, inebriare, far “perdere la testa”. Allora saprai chi è.

Un uomo parla ad un matto della sua fede e di Dio. Ad un certo punto gli chiede: “Che cos’è, per te, Dio?”. E il matto: “Quella cosa che mi ha fatto diventare così!”.

 

15 Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo,

 

Il contesto del Battesimo di Gesù in Lc è quello dell’imprigionamento di Gv Bt. Infatti in Lc 3,19-20 (e non si capisce perché i liturgisti abbiano tagliato i versetti Lc 3,17-20 rendendo un po’ incomprensibile questo vangelo) si dice: “Il tetrarca Erode, biasimato da lui a causa di Erodiade, moglie di suo fratello, e per tutte le scelleratezze che aveva commesso, aggiunse alle altre anche questa: fece rinchiudere Giovanni in prigione”.

Da Giuseppe Flavio sappiamo che Giovanni Battista esortava alla pratica della giustizia e aveva un grande seguito. Ecco perché Erode, uomo che viveva nell’ingiustizia, ha fatto incarcerare il Battista. Il potere crede così di risolvere la questione ma invece l’amplifica: estinta una voce (il Battista), infatti, ne appare una ancor più potente (Gesù).

 

POICHE’ IL POPOLO ERA IN ATTESA…=la gente pensa che in questo profeta che viene dal deserto si manifesti il liberatore del popolo, cioè il Messia.

IL CRISTO=cioè il Messia Liberatore (in ebraico Messia; in greco Cristo vuol dire “l’unto del Signore”). Il Messia era questo liberatore che avrebbe dovuto liberare il popolo dalla dominazione dei pagani.

 

16 Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.

IO VI BATTEZZO CON ACQUA=il battesimo di Giovanni è un battesimo per la purificazione dei peccati. Il battesimo con acqua significa un’immersione in qualcosa (l’acqua) di esterno all’uomo.

Quindi la conversione di Giovanni è qualcosa di esterno, cioè qualcosa che si basa sull’impegno dell’uomo.

MA VIENE COLUI CHE E’ PIU’ FORTE DI ME=Gv riconosce la superiorità di Gesù.

 

In Gv 1,29-34 il Battista afferma la superiorità di Gesù: “Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».

Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

 

A CUI NON SONO DEGNO DI SLEGARE I LACCI DEI SANDALI=per comprendere quest’espressione e non credere che si tratta di questione di umiltà bisogna rifarsi alla cultura dell’epoca.

 

Nel Deuteronomio o nel libro di Rut si tratta di qualcosa che è molto lontano dal nostro modo di pensare, cioè della legge del Levirato (Levirato da levi, che in latino significa cognato).

Cosa diceva questa legge? Quando una donna rimaneva vedova senza figli, il cognato, cioè il fratello del defunto, aveva l’obbligo di metterla incinta e il figlio che sarebbe nato avrebbe portato il nome del defunto. Questo perché facendo così il nome del defunto si perpetuasse di generazione in generazione (ogni figlio in quella cultura portava il nome del padre o del nonno).

Qualora capitasse che il cognato si rifiutasse di mettere incinta la vedova (questo avveniva non per motivi di fedeltà sessuale alla propria moglie ma d’interesse: infatti, se la vedova non rimaneva incinta poteva essere rimandata alla sua famiglia e quindi il patrimonio del clan rimaneva intatto) colui che nella scala gerarchica veniva dopo di lui procedeva alla cerimonia chiamata dello scalzamento. Cioè, scioglieva il legaccio dei sandali, ci sputava sopra (era un gesto simbolico per dire: “Il tuo diritto di fecondare questa donna adesso passa a me”) e metteva incinta la donna.

 

Sapendo questo allora sì che si comprende la reazione di Giovanni Battista: “Colui che deve fecondare questo popolo (israele si considerava una vedova; il rapporto tra Dio e Israele era un rapporto nuziale: Dio lo sposo e Israele la sposa, ma a causa dell’infedeltà del popolo il marito non c’era più e così Israele si considerava una vedova) non sono io ma colui che è più forte di me perché egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.

EGLI VI BATTEZZERÀ IN SPIRITO SANTO E FUOCO=il battesimo nell’acqua significa una immersione esterna all’uomo mentre il battesimo in spirito (Spirito è la forza di Dio) è qualcosa che impregna, inzuppa l’uomo internamente e intimamente.

BATTEZZERA’=baptizein=immergere, essere totalmente bagnati.

SPIRITO=è la potenza di Dio.

SANTO=aghios=santo (santo=separato, lontano, altro) non è solo la qualità (santo) ma indica anche ciò che opera, che fa questo spirito: una volta che lo si accoglie questo Spirito dà la forza di separarsi da tutto ciò che è male. Quindi questo Spirito ha la forza di separarci da tutto ciò che è negativo.

FUOCO=il fuoco nell’A.T. si riferiva al giudizio di condanna e alla purificazione (Am 1,4-7; Sof 1,18; Is 1,25; 66,15; Ger 6,29). Il fuoco brucia, purifica, permette di scegliere, di lasciare andare, di distruggere tutto ciò che “è male”.

Quindi per coloro che lo rifiutano (questo battesimo) diventerà distruzione, eliminazione.

 

21 Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì

ED ECCO=indica la sorpresa, qualcosa che non ti saresti aspettato.

MENTRE TUTTO IL POPOLO VENIVA BATTEZZATO=il Battista aveva annunciato un battesimo di conversione per il perdono dei peccati (Lc 3,3).

La gente (“tutto il popolo”) ha compreso che il perdono dei peccati non avviene attraverso un rito nel tempio ma attraverso un cambio radicale del comportamento e non offrendo offerte al tempio.

 

Cos’è questo battesimo di conversione per il perdono dei peccati (Lc 3,3)?

UN BATTESIMO=battesimo, baptizein=immergersi, indica un’immersione e non un rito.

DI CONVERSIONE=il termine conversione in greco si può dire in due modi.

  1. Epistrefo indica il ritorno verso Dio, il ritorno al culto (è l’ebraico shub=cambiare rotta di 180°, tornare indietro). Ero lontano da Dio perché non andavo in chiesa poi mi sono convertito e sono tornato ad andarci. Ecco: il vangelo qui userebbe epistrefo. Gli evangelisti evitano accuratamente di usare questo termine.
  2. Metanoia, invece, indica la conversione, cioè cambiare modo di vedere, cambiare idea, cambiare pensieri, cambiare giudizio e quindi pensieri, ricredersi. Quindi metanoia indica un cambiamento del modo di pensare e di conseguenza del modo di vivere.

Quindi che cosa sta dicendo Gesù: “Bisogna immergersi del tutto (battesimo) nel cambiare il modo di vedere le cose; bisogna cambiare completamente”.

Giovanni predica quindi un cambiamento di vita. E questo cambiamento radicale, totale (battesimo=completo), cosa produce? Adesso lo dice: il perdono dei peccati!

PER IL PERDONO DEI PECCATI=perdono è afiemi=lasciare andare, non trattenere, rimettere; peccati=a-martia da martis=testimone, colui che ha visto e che quindi ricorda.

Ciò che fa Giovanni, noi non ce ne rendiamo conto, ma è scandaloso, clamoroso, rivoluzionario. E’ come se oggi una qualche persona dicesse: “Per andare a confessarsi non serve più andare in chiesa!”. Infatti, il perdono dei peccati si otteneva solamente a Gerusalemme andando al Tempio, pagando, portando offerte a Dio e venendo quindi assolti dal proprio peccato.

Ma cosa succede adesso? Che il perdono dei peccati non avviene più in un rito ma nella vita. E come? Cambiando la direzione della propria esistenza. Se fino adesso hai vissuto in un modo adesso cambia completamente. Se c’è questo cambiamento, il tuo passato di peccatore viene completamente cancellato. Infatti dà il perdono dei peccati nel deserto: non serve più andare al Tempio. E come avviene adesso il perdono dei peccati? modificando la propria esistenza!

Il perdono, quindi, non è più un atto cultuale (vado al Tempio, mi pento, faccio la penitenza e sono assolto) ma con un atto vitale: cambio il mio modo di vivere, di pensare e di comportarmi.

Se tu realmente cambi il tuo modo di vivere, la tua mente, il tuo cuore, la tua anima, le tue azioni, questo toglie i tuoi peccati.

 

E GESÙ, RICEVUTO ANCHE LUI IL BATTESIMO=perché Gesù si battezza? Se il battesimo per il popolo è un segno di morte al proprio passato e di cambio di vita, per Gesù, invece, è un segno di accettazione della morte futura.

Lui stesso, infatti, in questo vangelo parlerà del battesimo come segno della sua morte: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso. C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto” (Lc 12,49-50).

 

Qui Lc usa tre immagini: 1. Il cielo che si apre; 2. La colomba che scende; 3. La voce.

 

1. IL CIELO SI APRI’= Ma il verbo (anoignimi) non è esattamente aprirsi (meglio in Mc 1,11: schizo) ma svelare (quindi qualcosa di nascosto), aprire ciò che è chiuso a chiave. Uno potrebbe dire: “Ma va beh, è la stessa cosa!”. E, invece, no!

  1. Lc vuole fare riferimento a Is 63,19: “Se tu squarciassi i cieli e discendessi” (e adesso accade!).
  2. Ma poi perché una cosa che si può aprire si può anche richiudere. Mentre una cosa che è svelata-lacerata o non si chiude e non si nasconde più, non si può più ricomporre.

Cosa credevano a quel tempo, al tempo di Gesù? Credevano così: “Il Signore si è indignato per i peccati del nostro popolo e ha sigillato la sua dimora (i cieli sono la dimora di Dio)”. Cosa vuol dire quindi tutto questo? Che Dio non comunica più con il suo popolo.

Ma adesso con Gesù, i cieli si aprono e non si chiuderanno mai più. Sono aperti per sempre. Dio ha smesso di offendersi o di ritirarsi per i nostri peccati; non fa l’offeso o l’arrabbiato perché noi siamo sempre gli stessi e non cambiamo mai. Lui rimane in attesa e in comunicazione e in dono d’amore con noi. Sempre.

 

Gesù rivela Dio: Lui è Amore

 

In Lc 23,45 si dice che “il velo del tempo si squarciò nel mezzo”. Nel tempio c’era una porta con un velo enorme, lungo 25 metri che copriva una stanza vuota dove non c’era niente. 

In questa stanza vuota, una volta all’anno, entrava il sommo sacerdote per pronunziare il nome impronunciabile, il nome di Dio. In quella stanza, si credeva, c’era la gloria di Dio, la Sua presenza. Ma era un Dio nascosto, velato.

Gesù adesso rivela, fa vedere chi è Dio: Dio è amore. Dio è esclusivamente buono e vuole comunicare con gli uomini.

Il Dio della religione dice: “Hai ucciso: meriti di morire! Hai peccato: non meriti Dio! Hai fatto un errore grosso: ritieniti indegno e peccatore! Hai tradito la sua fedeltà: sei fuori!”.

Il Dio di Gesù dice: “Io sono l’amore. Sono qui per amarti. Io non sono qui per giudicarti ma per amarti. Il mio compito è solo questo. Puoi permetterlo? Puoi accettarlo?

Gv 3,17: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché si salvi per mezzo di lui”.

 

22 e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

2. E DISCESE SOPRA DI LUI LO SPIRITO SANTO=lett. “lo Spirito Santo”. L’articolo determinativo “lo” ne indica la totalità. Su Gesù scende tutta la stessa capacità d’amare di Dio.

Qui su Gesù lo Spirito (pneuma) scende. Alla fine del vangelo Gesù: ““Padre nelle tue mani consegno il mio spirito (pneuma)”. Detto questo emise lo Spirito (ek-pneuma)” (Lc 23,46).

Allora: lo Spirito qui scende su Gesù e sta per tutta la sua vita.

In croce Gesù riconsegna lo Spirito al Padre.

Gesù nei vangeli non muore: certo che è morto!, ma i vangeli mostrano che “emette” lo Spirito e mai dicono che Gesù morì. Tanto è vero che il verbo spirare, che per noi vuol dire anche morire, prima di Gesù non indicava mai la morte di una persona.

Il suo riconsegnarlo è un e-metterlo: da lui passa, poi, a noi. Cioè: la sua capacità d’amare passa, è comunicata, da lui a noi (Pentecoste). Lui vive in noi.

 

IN FORMA CORPOREA, COME UNA COLOMBA=e perché come colomba?

  1. Lc ha visto in Gesù una nuova creazione. Il riferimento della colomba allora è un riferimento allo Spirito come nel libro della Genesi (Gen 1,2) dove vi era il riferimento allo Spirito di Dio che aleggiava sulle acque e come dopo il diluvio, liberata da Noè, appare la colomba. Quindi, in Gesù, dice l’immagine della colomba, incomincia una nuova creazione dove Dio non imputerà più le colpe all’uomo ma perdonerà sempre.

Nella creazione l’uomo scende sulla terra (è creato) e nascono così la vita e la morte terrena. Adesso l’uomo, in Gesù, nel suo spirito, ritorna a Dio: la vita e la morte finiscono.  Cioè: in Gesù tu (tuo Spirito) sei divino, tu sei eterno, tu sei senza fine. Con il primo principio della termodinamica potremo dire: “Tu ti trasformi ma rimani per sempre”. Passi dalla vita terrena alla vita divina. Nulla si perde; nulla è perso; tutto il bene e l’amore rimangono.

L’amore, se è amore, rimane per sempre. La gioia, il bene, la compassione, la tenerezza, l’aiuto, la gratuità, la condivisione vera, l’amicizia, il sostegno, ecc.: nulla di tutto questo andrà perso. Mai.

  1. C’era poi un proverbio al tempo di Gesù: “Come amor di colomba al suo nido”, per dire l’attaccamento proverbiale della colomba al suo nido.

In Gesù allora lo Spirito scende e, come la colomba, rimane attaccato per sempre. Gesù è la dimora perpetua, perenne, dello spirito, della forza di Dio.

 

3. E VENNE UNA VOCE DAL CIELO=dal cielo vuol dire da Dio.

La “voce” (phonè) dove la ritroviamo in Lc? Nella scena della crocefissione quando Gesù gridando (phoneo) a gran voce (phonè) disse: “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46).

Con la voce lo Spirito scende su Gesù e con la voce lo Spirito ritorna al Padre. Ma se uno ci pensa bene, non può che dire: “Ma come fa un moribondo, uno che sta per morire crocefisso, e quindi senza respiro, a urlare?”. Non è logico ma teo-logico.

Prima di questa voce durante la passione c’è un altro grido (Lc 22,60: phoneo=”cantò”): il gallo. Pietro rinnega Gesù e il gallo canta. Il gallo era considerato un animale demoniaco: ogni volta che il satana effettuava una vittoria. Per questo a Gerusalemme non si poteva tenere galli.

Allora: il gallo, cioè il regno del male, ha cantato (phoneo) e sembra aver cantato vittoria: Gesù muore. Ma l’ultimo grido non è del regno del male, del gallo, ma di Gesù. Gesù vince. Gesù risorge.

“Canta bene chi canta per ultimo”: Gesù vince e in lui abbiamo una vita indistruttibile.

 

TU SEI IL FIGLIO MIO, L’AMATO: IN TE HO POSTO IL MIO COMPIACIMENTO. Questa frase è un insieme di vari testi: Salmi, profeta Isaia e Genesi.

  1. Sal 2,7: “Tu sei il figlio mio”, era una frase di consacrazione del Messia. E’ Dio stesso che si rivolge al re che lui stesso ha stabilito.

La discesa dello Spirito significa che Gesù e stato consacrato e costituito da Dio come il Re: Gesù è il Messia, l’atteso e Dio stesso lo sostiene contro i suoi nemici. Nel salmo si diceva che Dio dava a questo re tutta la sua protezione contro i nemici.

Il Padre, ora, con questa voce dal cielo, dichiara un amore senza limiti per Gesù.

 

Dio è come Gesù

 

“Figlio”, nel contesto ebraico, non significa soltanto chi è nato da qualcuno, ma colui che gli assomiglia nel comportamento. Se Gesù viene chiamato Figlio è perché assomiglia al Padre e questo ci fa capire chi è il padre.

Quando noi pensiamo al vangelo spesso diciamo: “Gesù è come Dio”. E abbiamo bisogno di sottolineare la figliolanza divina di Gesù. Ma nel vangelo non “Gesù è come Dio” ma “Dio è come Gesù”.

Gv 1,18: “Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”. In Gv dappertutto Gesù dice: “Chi vede me vede il Padre”. Lo stesso Gesù dice a Filippo (Gv 14,9). “Chi vede me, vede il Padre”.

Allora, la voce che dice: “Tu sei il mio figlio” non indica tanto chi è Gesù ma chi e Dio. Dio, di cui nessuno sa niente, che nessuno ha visto, che nessuno conosce, è come Gesù. Tu guardando Gesù puoi capire un po’ di chi è Dio.

 

  1. Genesi 22,2: “Dio disse ad Abramo: “Abramo, Abramo”. Rispose: “Eccomi!”. Riprese: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio amato e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”. Isacco è l’amato di Abramo, il suo unico figlio.
  2. Isaia 42,1: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi sono compiaciuto”. In questo brano si parla del futuro Messia che riceve il compiacimento da parte di Dio.

Quindi su Gesù non scende soltanto lo Spirito Santo ma Dio stesso è in Gesù. Non c’è più da cercare Dio ma accoglierlo in Gesù. In Gesù c’è Dio: se accogli Gesù, tu ami Dio.

 

Io sono la Vita… ma tu vivi!

 

Poiché Gesù, nei vangeli, era un bioforo (=“portatore di vita”), Dio non può che esser così.

Gesù dei vangeli è uno che instancabilmente comunica vita a tutti quanti, indipendentemente dalle risposte che riceve. Dio è così: vuole che tu viva e viva al massimo di ciò che puoi.

Dio che è Vita vuole che noi viviamo “alla grande”. Dio vuole che viviamo al 100%, al 200%, al massimo di ciò che possiamo. Vuole che amiamo con tutta l’ampiezza del nostro cuore. Vuole che conosciamo tutta la verità che possiamo. Vuole che ci realizziamo e che diventiamo il meglio di ciò che possiamo essere.

Gesù stesso si definirà così: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

 

Nel libro “Vivere, amare, capirsi”, Leo Buscaglia scriveva:

“A ridere c’è il rischio di apparire sciocchi; a piangere c’è il rischio di essere chiamati sentimentali; a stabilire un contatto con un altro c’è il rischio di farsi coinvolgere; a mostrare i propri sentimenti c’è il rischio di mostrare il vostro vero io; a esporre le vostre idee e i vostri sogni c’è il rischio d’essere chiamati ingenui; ad amare c’è il rischio di non essere corrisposti; a vivere c’è il rischio di morire; a sperare c’è il rischio della disperazione e a tentare c’è il rischio del fallimento.

Ma bisogna correre i rischi, perché il rischio più grande nella vita è quello di non rischiare nulla. La persona che non rischia nulla, non è nulla e non diviene nulla. Può evitare la sofferenza e l’angoscia, ma non può imparare a sentire e cambiare e progredire e amare e vivere. Incatenata alle sue certezze, è schiava. Ha rinunciato alla libertà”. Solo la persona che rischia è veramente libera.

La vita è il dono che Dio ci fa: una vita vissuta è il mio dono a Lui. E una vita sprecata è il peccato.

 

Ma cosa aspetti a vivere? Quando non avrai più la vita non potrai più farlo, sappilo!

 

Cinque uomini in un locale videro una donna bellissima che mangiava da sola. A tutti batteva il cuore.

Il primo: “Cosa non farei per averla, per conoscerla. Ma se mi faccio avanti, chissà cosa potrebbe pensare! Manco la conosco. Penserà che sono un poco di buono e che ci provo con tutte”. E lasciò stare anche se gli rimase sempre il rammarico di cosa sarebbe potuto succedere.

Il secondo: “Se solo fossi bello! Se avessi qualche carta da giocarmi!… Se vado lì cosa le dico? E se magari ha già un altro? E poi, io posso ambire ad una donna così? E se poi mi dice di no?”. Così per non rischiare se “la mise via” perché, si giustificò, “non erano donne per lui quelle”.

Il terzo non vide l’ora di tornare a casa. Prese la sua chitarra e compose canzoni stupende piene di emozione, di amore e di desiderio che lei però non sentì mai. 

Il quarto andò a casa, telefonò agli amici e raccontò a tutti di aver visto la donna più bella del mondo e che nessuno di loro mai avrebbe potuto capire quanto bella fosse.

E il quinto? Il quinto si alzò dal tavolo, le si avvicinò e chiese di sedersi vicino. La donna gli disse di sì e quella sera rimasero insieme, ma anche quella successiva e anche quella successiva ancora e per tutte le sere della vita.

 

Cosa mi dice questo vangelo? Mi dice: “Vivi!”. Dio non vuole la morte ma la vita.

Cosa ha fatto Gesù in tutto le pagine del vangelo? Aiutava la gente a vivere per davvero.

Se uno era cieco: “Apri gli occhi non nasconderti la verità”, cioè, “Puoi vivere di più”.

Se uno era paralitico: “Smettila di piangerti addosso… alzati in piedi… affronta le difficoltà e fai la tua strada, cioè, vivi in prima persona, perché ne sei capace”.

Se uno era morto (tipo l’amico Lazzaro): “Vieni fuori. Smettila di morire: vivi… senti… emozionati… slegati da ciò che ti fa morire… esprimiti… realizzati”.

Se uno era imprigionato dalla religione, Gesù gli5 diceva: “Vivi. Dio non vuole da te che ti sveni; Lui non è sanguinario, Lui vuole la vita”.

Se uno era imprigionato dai sensi di colpa per la sua vita, come la peccatrice, Lui le diceva: “Vivi. Avrai sbagliato, ma tu sai amare. Adesso torna ad amare perché tu lo puoi”.

Se uno era ingabbiato da tristi e ottuse leggi religiose, Lui gli diceva: “Vivi! La religione, il sabato, le regole religiose sono fatte per l’uomo e non l’uomo per il sabato”.

Se uno era insoddisfatto, Lui: “Vivi! Seguimi! Se vuoi la vera felicità devi trovare un senso alla tua vita e un modo per spendere ciò che sei e metterlo a servizio degli altri”. Se il tuo rapporto con Dio ti spegne questo non è il Dio del vangelo.

 

Tu non sei amato ma l’amato

 

Qui la voce che dice a Gesù: “Tu sei l’amato”. La voce non dice che Gesù è “amato” ma “l’amato”. L’espressione “l’amato” (ò agapetos) indica l’erede, il prediletto: tutto lo Spirito è su Gesù.

Si può essere sicuri, quindi, vuol dire Lc, che guardando Gesù si vede Dio perché tutto lo Spirito risiede su di lui. Lui è “l’amato”, “l’immagine” di Dio, colui su cui lo Spirito di Dio è sceso.

E Lc 23,47-48 nei versetti immediatamente successivi alla morte (“spirare”) di Gesù: “Visto ciò che era accaduto, il centurione – che di certo non era un santo! – glorificava Dio: “Veramente quest’uomo era giusto”. Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto”. Guardando Gesù tu vedi veramente chi è Dio. In Gesù tu vedi Dio; Dio è come Gesù.

 

Ciascuno di noi non solo è amato da Dio ma è “l’amato” di Dio. “L’amato” vuol dire l’unico, il prediletto, vuol dire: “Come te, nessun altro”.

Allora, amare Dio, che ci ama così, è accettarsi e amarsi, essere grati e orgogliosi di sé.

Le persone hanno un concetto di amore, a volte terribile. Dunque: uno non ama se stesso (si odia, si fa schifo, si disistima, ecc.) ma ama gli altri. Ma questa non è e non può essere amore cristiano, agape. Dio ama me ma io no. Io preferisco amare gli altri ma non me.

Lo diceva perfino l’A.T.: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, non “Al posto di te stesso”. Il N.T., invece, dirà molto di più: “Amati come Lui ti ha amato”: cioè sempre come Lui, senza condizioni, al di là di ciò che fai, di ciò che pensi, di ciò che non fai, di ciò che sei o che non sei.

 

L’amore di Dio non si merita

 

Il più grande nostro problema religioso è che tentiamo di meritarci, di conquistare l’amore di Dio. Questo perché abbiamo imparato che per essere amati (ricevere) dobbiamo dare qualcosa.

Quando facevo il bravo, seguivo mio fratello che era più piccolo di me, gli facevo da baby-sitter, e così mia madre poteva andare a lavorare, lei quando tornava mi diceva: “Che bravo che sei stato”. Era orgogliosa di avere un bambino così bravo come me. Allora io ho imparato che se si è bravi si ha l’amore. Ma Dio non è così. Dio non ti ama perché sei bravo, Dio ti ama perché sei tu.

Quando andavo a scuola se studiavo prendevo dei bei voti e la maestra parlava bene di me ai miei genitori. E siccome ero disciplinatissimo, ero additato come esempio dalla maestra. Allora ho imparato che l’amore si merita: si fanno alcune cose e si ha stima, approvazione, riconoscimento dalle figure importanti della tua vita. Ma Dio non è così. L’amore di Dio non si merita, è gratuito, è im-meritato.

Quando ero adolescente ho capito che i belli erano visti dalle ragazze e che i ricchi erano corteggiati da loro. Ho capito che solo se si aveva delle qualità si poteva essere “visti” o tenuti in considerazione. Allora cercavo di “mostrarmi”, di “farmi vedere”, di mettere in luce le mie doti, perché qualcuno mi vedesse. Ma Dio non è così. Non bisogna diventare chissà cosa o chissà chi perché Dio ci ami. Non dobbiamo aver successo per andare bene a Dio né diventare qualcosa di diverso da noi stessi.

Quando andavo dal padre spirituale in seminario minore bastava non raccontargli certe cose e lui era contento. Ma Dio non è così. A Lui puoi raccontare tutto, anche ciò di cui più ti vergogni, anche ciò che più ti fa male, ti ripugna, ti fa schifo. Lui ti ama lo stesso. Così nel tempo impari che l’amore si conquista (io ti do, faccio qualcosa per te e tu mi ami).

Ma l’amore di Dio non è così. Ce l’abbiamo già.

Dio non ci ama perché siamo bravi… perfetti… puri.

Le persone fanno fatica ad accettare questo.

D’altronde una volta non si poteva neppure fare la comunione se non eri perfettamente in grazia: sotto sotto passava l’idea che Dio ti ama solo se sei bravo.

 

Una storia: un giorno un discepolo si macchiò di una grave colpa. Tutti s’aspettavano che il maestro lo punisse in maniera esemplare. Ma passò un anno e il maestro non diede segno di reazione. Allora un altro discepolo protestò: “Non si può ignorare ciò che è accaduto: dopo tutto, Dio ci ha dato gli occhi!”. E il maestro replicò: “E’ vero, ma Dio ci ha dato anche le palpebre!”.

 

Pensiero della settimana

Se c’è un peccato contro la vita,

è,  forse, non tanto disperarsi in questa vita,

quanto sperare in un’altra vita,

e sottrarsi all’implacabile grandezza di questa.

 

 

 

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