I Avvento ordinario

I domenica del tempo di Avvento

Domenica 2 dicembre 2018

Prima lettura: Ger 33, 14-16   Salmo: 24   Seconda lettura: 1 Ts 3,12-4,2   Vangelo: Lc 21, 25-28. 34-36

 

 

Il tempo di avvento è il tempo dell’attesa.

C’è un barzelletta che mi fa ridere e pensare. Un frate di un convento vede che tutti i giorni una giovane arriva alle 18.45 nella chiesa del monastero e si mette a pregare fervidamente. Ma alle 19 la chiesa del monastero chiude e la donna si ferma a pregare anche fino alle 19.30 e oltre. Il frate, quindi, per aspettarla non partecipa ai vespri, ritarda la cena. Questo un giorno, due giorni, due settimane… La situazione non può continuare e così ne parla al frate superiore. Così il lunedì della settimana successiva, la donna arriva e questa volta il frate superiore le si avvicina e inizia a dirle: “E’ bellissimo signora che lei preghi ogni giorno con un così grande fervore, un esempio per tutti noi. Ma sa noi alle 19 dovremo chiudere…”; “Sì sì, scusatemi, è che torno dal lavoro; e poi mi hanno detto che questo è un posto così speciale…”; “Posso chiederle, signora, perché speciale?”. “Una mia amica non riusciva a rimanere incinta, è venuta qui ha detto tante Ave Maria… ed è rimasta incinta!”. “No, no, signora non è mica stata l’Ave Maria, è stato un padre nostro. Lo abbiamo già allontanato!!!”.

 

L’attesa è uno stato che possono reggere solamente le persone molto forti e radicate.

C’è un evento importante, piccolo o grande: devo incontrare una persona importante; devo fare un esame scolastico; devo fare un esame medico; devo fare un piccolo intervento, ecc. Cosa accade? Accade che l’ansia sale nei giorni precedenti, il panico cresce e la mente che fa?

Cerca di anticipare la situazione pensando a cosa potrebbe accadere, immaginandosi la situazione, facendosi mille discorsi o semplicemente (come accade più spesso) andando in tensione e basta. Quando ciò accade per tutte le cose, allora si rischia la paralisi o gli attacchi di panico o una paura generalizzata.

Un mio amico anni fa aveva un appuntamento con una donna. Si era separato da sua moglie (che era stata la sua prima e unica donna) da più di cinque anni e non aveva avuto più nessuno. La sera dell’appuntamento era tesissimo: lo desiderava tanto ma aveva un’ansia a mille. Uscito di casa, ha sbattuto con l’auto contro un palo della segnaletica stradale e quando è arrivato da lei si è bloccato senza riuscire a dire una parola (rossore e sudore a mille!) per quasi un quarto d’ora.

L’attesa era diventata un’ansia eccessiva e lui non la reggeva.

Jules Renard dice: “Se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa”.

Dobbiamo cioè imparare ad attendere senza andare in ansia.

 

L’attesa ci insegna a non volere la gratificazione immediata.

Sì, io posso nel week-end andare al cinema il sabato sera, andare a sciare la domenica e mangiare insieme al ritorno. Buono!, ma se cerco sempre gratificazioni immediate, come posso costruire me stesso?

Certo, andare ad un corso di coppia o su se stessi, forse, è più faticoso, meno gratificante. Ma nel tempo, che accadrà nel tempo?

L’attesa mi dice: “Rinuncia a qualcosa di piacevole oggi per avere molto di più domani”.

Fra me e la mia compagna non va, così decidiamo che forse è meglio che ognuno vada per la sua strada. Questo allenta la mia tensione, ma forse è meglio che impari l’attesa, lo stare, e così affrontiamo il problema (e magari scopriamo che si può affrontare!).

Litigo con un mio collega e gli urlo in faccia! Non reggo l’emozione e gli “vomito” addosso tutta la mia rabbia. Ma posso imparare a posticipare, a rinunciare alla gratificazione immediata di ferirlo, e valutare più tardi che cosa fare, perché poi una bomba lanciata è lanciata e poi si raccolgono i pezzi (e le conseguenze)!

Vorrei mangiarmi tutto il dolce solo che poi la dieta va a “farsi benedire”. Meglio bere e sbronzarsi per stare un po’ bene adesso o “tenere la gratificazione” per non star male dopo?

Rimaniamo sotto le coperte e oziamo (che a volte fa bene!) o ci alziamo e facciamo le nostre cose? Meglio una piccola gratificazione adesso (sto a letto) o una soddisfazione più grande dopo (fierezza per aver fatto “le nostre cose”)?

 

Nel 1972 Walter Mischel ha condotto un esperimento nell’università di Stanford.

A dei bambini di 4-6 anni veniva consegnato un mashmallow sul piatto (si tratta di uno zuccherino, un dolcetto, molto apprezzato dai bambini dei paesi anglosassoni). Se il bambino riusciva a resistere per 15 minuti a mangiare il dolcetto che aveva nel piatto, ne poteva ricevere un altro in premio.

Alcuni di questi bambini per resistere (e questo ci dice quanto poco sia presente questa capacità e quanto sia da educare!) 1. “si coprivano gli occhi con le mani o si giravano per non guardarlo, 2. mentre altri cominciavano a prendere a calci la scrivania, 3. oppure a tirarsi i capelli, o cose del genere, 4. mentre altri decidevano di mangiarlo subito”.

Degli oltre 600 bambini che parteciparono all’esperimento, un terzo riuscì a rimandare la gratificazione abbastanza a lungo per ottenere il secondo marshmallow.

La cosa più interessante è stata però il risultato del follow-up dello studio: i bambini che nel 1972 avevano saputo rimandare la gratificazione, nel 1988 venivano descritti dai genitori come adolescenti più maturi e responsabili degli altri. E i bambini che riuscirono a rimandare la gratificazione immediata nel 1972, nel 1990, quindi a circa 30 anni, aveva punteggi universitari migliori.

Allora: il saper imparare ad attendere, cioè a posporre la gratificazione immediata crea delle personalità più radicate e più forti in futuro.

Mischel e gli studiosi spiegano l’incapacità di posporre una gratificazione immediata, di attendere, di utilizzare la forza di volontà, con quello che chiamano il “sistema caldo” e “il sistema freddo”.

Il sistema freddo è riflessivo, rappresenta il pensiero, la razionalità, e incorpora la sua conoscenza riguardo sensazioni, sentimenti, azioni e obiettivi, portando la persona – ad esempio – a ricordarsi il perché non dovrebbe mangiare il marshmallow.

Il sistema caldo, invece, è fatto di impulsi ed emozioni ed è responsabile delle reazioni immediate a certi stimoli – ad esempio – nell’infilare immediatamente il marshmallow in bocca senza considerarne le implicazioni. Questo sistema è quindi in grado di sovrascriversi su quello freddo, portandoci a comportamenti impulsivi.

Cos’hanno visto Mischel e compagni? Che i bambini che avrebbero mangiato subito i marshmallow, se potevano pensare al piacere di mangiare dei brezel (ciambelline salate) o se potevano pensare ad un altro piacere non disponibile, riuscivano a resistere alla tentazione di mangiarsi i marshmallow.

Cosa vuol dire? Che per imparare a controllarsi abbiamo bisogno di saper rimandare la gratificazione e per fare questo ci aiuta spostare l’attenzione su qualcos’altro di piacevole. Questo mette una distanza tra noi e la cosa immediata che vorremmo “ingoiare, far nostra”.

 

Un tempo, nel regno di Song viveva un contadino che era sempre molto attivo e che non riusciva a essere paziente in nessuna delle cose che faceva.

Una volta, dopo aver piantato dei germogli di riso, il contadino si mise a controllare le piantine e ogni giorno correva più volte al campo per vedere se erano cresciute.

Passarono alcuni giorni ma ancora non si vedevano cambiamenti e le piantine sembravano non crescere affatto. Il contadino iniziò a spazientirsi e decise che doveva inventare qualcosa per far sì che le piantine crescessero più in fretta.

Così ci pensò su e, dopo una giornata passata a spremersi le meningi, alla fine gli venne un’idea.

Il contadino entrò nell’acqua del campo e da solo si mise a tirare un germoglio alla volta finché non ebbe tirato su tutte le piantine. Alla fine della giornata l’uomo era distrutto dalla fatica ma finalmente le piante sembravano più alte.

Il contadino tornò a casa soddisfatto, si buttò sul letto e, fra uno sbuffo di stanchezza e l’altro, disse ai suoi familiari: “Oggi sono davvero a pezzi! Ho lavorato senza sosta nel campo per tutto il giorno e non ho più nemmeno la forza per alzarmi. Però il mio lavoro non è stato vano, tutte le piantine sono cresciute parecchio!”.

Il figlio del contadino fu molto sorpreso da queste parole e il giorno dopo di prima mattina andò a vedere cosa fosse successo. Appena arrivato al campo, il ragazzo rimase senza parole: dovunque guardasse, si vedevano solo piantine morte.

 

Questo è l’ultimo discorso di Gesù ai suoi discepoli prima della Cena, ed è un incoraggiamento verso i pericoli esterni e un monito verso i pericoli interni alla comunità, forse più pericolosi di quelli esterni.

A leggere questo vangelo, se uno non sa, c’è da aver paura. Sembra una minaccia, sembra qualcosa di cui aver paura; sembra che ci saranno sconvolgimenti, catastrofi e cose terrificanti. Si parla infatti di “angoscia, ansia, fragore del mare e dei flutti, gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere, le potenze dei cieli saranno sconvolte…”: è la fine del mondo? Così, a volte, si è pensato nei secoli. In realtà è l’esatto contrario.

 

25Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti,

Gesù inizia ad incoraggiare la comunità nei confronti dei pericoli esterni.

VI SARANNO SEGNI=i segni (in greco semeia) sono i primi segnali che si vedono di un sistema, quello stabilito, vigente a quel tempo, che inizia a scricchiolare grazie all’annuncio del vangelo.

NEL SOLE, NELLA LUNA E NELLE STELLE=se non si capisce che Gesù qui utilizza il linguaggio tipico dei profeti e della cultura del tempo si cercano segni atmosferici nel cielo.

Essendo un linguaggio lontano da noi l’abbiamo interpretato, sbagliando, secondo le nostre categorie odierne. Ma a quel tempo lo capivano tutti. E’ un linguaggio tipico del tempo: 1. non si tratta del giudizio finale; 2. non vengono segnalate, come invece piace mostrare ai film, nessuna calamità naturale. Non è uno sconvolgimento terreno ma celeste, così come veniva concepito allora.

Il sole e la luna erano degli dei, adorati come divinità dai popoli pagani. Tutti i popoli pagani avevano questo culto alle stelle e il culto degli astri distingueva Israele dai pagani, anche se fu sempre una tentazione anche per Israele. D’altronde è una falsa credenza che Israele avesse il monoteismo, cioè che credesse in un unico Dio. Ad esempio, gli archeologi hanno scoperto in alcuni santuari che anche il Padreterno aveva una moglie, di nome Ashera o Asera. Israele aveva creduto in tante divinità.

Che dice allora Gesù? Che il sole e la luna, cioè le divinità pagane, grazie all’annuncio del vangelo, le false divinità, perderanno il loro splendore.

Quindi, quello che si credeva vero si dimostra falso; quello che veniva contrabbandato come sacro si dimostra impuro. Tutto questo grazie alla Buona Notizia di Gesù.

Sono le immagini della caduta di un ordine sociale ingiusto e l’inaugurazione di un ordine nuovo. Queste immagini sono tratte dal profeta Gioele che indicavano l’arrivo del giorno del Signore.

STELLE=si indicavano i capi, i governatori del popolo.

Chi erano le stelle, le star del tempo? Gli imperatori, i principi, i re. Il Faraone d’Egitto era un dio, figlio di dio; l’imperatore era una divinità. Augusto era il titolo degli imperatori romani e voleva dire venerabile, in quanto divinità. Tutti coloro che comandavano, che stavano in alto, pretendevano di avere una condizione divina.

 

26mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.

MENTRE GLI UOMINI MORIRANNO=lett. “verranno meno”. Chi sono questi che “muoiono di paura”? Sono i potenti e tutti quelli che hanno posto la loro fiducia in questo regno di potere e di dominio. Poiché sta per vacillare, per cadere, temono e sono terrorizzati dalla possibilità che accada. Quegli uomini di potere sono preoccupati perché temono che il loro regno finisca.

PER LA PAURA E PER L’ATTESA DI CIÒ CHE DOVRÀ ACCADERE=perché c’è questa paura? Perché ciò che sembrava eterno e immutabile, invece, non lo è più. Ciò che sembrava vero, adesso invece non lo è più e mostra la sua falsità, e ciò che sembrava sacro mostra la sua impurità.

Sulla terra abitata=oikumene indica il mondo abitato; era un’espressione che indicava l’impero Romano. L’impero Romano che si estendeva su tutta la terra abitata (così si pensava) sembrava che dovesse rimanere per sempre: e, invece, no! Anche Agostino stesso vedendo gli scricchiolii dell’impero Romano diceva: “E’ la fine del mondo”.

Ma, invece, non è la fine del mondo, ma di un mondo. Anzi non solo non è la fine del mondo ma il miglioramento di un mondo, perché l’umanità cresce (ecco il Figlio dell’uomo che compare). Era impensabile immaginare l’umanità senza quell’organizzazione perfetta dell’impero Romano.

Gesù dichiara, invece, che tutte queste strutture di potere che opprimono e schiacciano l’uomo, una dopo l’altra verranno sconvolte ed eliminate.

Le potenze dei cieli saranno sconvolte=le potenze dei cieli sono questi poteri che si arrogano il diritto di dominare, di decidere, di sfruttare gli uomini. Sono potenze perché vivevano da secoli (pensiamo all’impero Romano) e si dava per scontato che continuassero così. Sembrava impossibile il contrario o qualcosa di diverso.

Tutto questo grazie all’annuncio di Gesù e al vangelo. Quindi anche i regni più potenti, in realtà, hanno i piedi di argilla, e uno dopo l’altro – è solo questione di tempo – cadranno.

 

27Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.

ALLORA VEDRANNO=chi è che vede? Non i discepoli altrimenti Gesù avrebbe detto: “Vedrete”, ma queste potenze che vengono sconvolte, agitate da questa novità, vedono il Figlio dell’Uomo.

IL FIGLIO DELL’UOMO=chi è questo Figlio dell’uomo?

Gesù si rifà a Dn 7 dove il profeta ha una visione e dal mare vengono quattro bestie, una più mostruosa e feroce dell’altra che sono gli imperi succedutisi nel tempo: Babilonesi, Medi, Persiani e Alessandro Magno.

Le persone hanno posto la fiducia in un potere ingiusto, che sfruttava le persone, ma ogni volta la loro situazione è peggiorata. Allora viene tolto il potere a queste bestie e viene dato al Figlio dell’uomo. Il Figlio dell’uomo, quindi, è l’uomo nella sua pienezza, è il trionfo dell’umano sul dis-umano e sul sub-umano. Gesù rivendica per sé questa condizione di Figlio dell’uomo.

 

28Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».

QUANDO COMINCERANNO AD ACCADERE QUESTE COSE=da qui si vede che il messaggio non solo non ci deve incutere alcuna paura ma ci deve dare una grande speranza. Infatti non dice: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, preoccupatevi, fuggite, pregate Dio…”, ma anzi: “Ringraziate, perché la vostra liberazione è vicina!”.

RISOLLEVATEVI=è alzarsi in piedi. Queste potenze sottomettono, piegano, inginocchiano gli uomini e l’umanità, e se cadono, l’uomo ha finalmente il potere di risollevarsi. Quindi per fortuna cadono!

ALZATE IL CAPO=Lc lo ha adoperato soltanto una volta nel suo vangelo (Lc 11,13), nel racconto della donna curva che non poteva drizzare, levare, il capo.

Allora: il Dio di Gesù è la liberazione, come per quella donna, da una religione che sottomette, che piega, perché il Dio di Gesù non assorbe le energie degli uomini ma gli comunica le sue, non sottomette le persone ma le innalza.

Perche’ la vostra liberazione e’ vicina=ogni regime che cade è un nuovo spazio di liberazione. Quindi non bisogna disperarsi di fronte ai grandi cambiamenti politici o sociali o religiosi. Anzi, quando ciò accade è la volontà di Dio che si realizza. Quindi non siate preoccupati della distruzione di Gerusalemme, anzi! Voi dite: “Oddio finisce tutto! (=finisce il regno del Dio della Legge)”, ma invece dovreste dire: “Finalmente! (=perché inizia il regno di Dio)”.

Qui non si capisce perché i liturgisti abbiano tolto i versetti dal 29 al 33 dove c’è l’immagine del fico che spiega esattamente e conferma di ciò che si sta dicendo.

 

Quando accadde il grande cambiamento della distruzione di Gerusalemme, i primi cristiani pensarono davvero che fosse la fine del mondo, che tutto fosse finito e vissero il terrore di ciò.

Gli orientali dicono: “Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”. Quella che il feto chiama morte, gli altri chiamano nascita. Quella che tu chiami fine, forse, invece, è la tua vera rinascita.

Questo vangelo ci invita ad essere in continuo cambiamento: nulla può essere fermato.

Se non cambi, muori.

Oggi non ho la camicia di ieri (speriamo!); oggi non ho i capelli di 5 anni fa; oggi non ho gli amici di 10 anni fa; oggi le persone dove abito non sono quelle di 20 anni fa, ecc.

Tutto è cambiamento. In 21 giorni le cellule della nostra pelle cambiano tutte e in 3 mesi cambiano tutte le cellule del nostro corpo. Ogni tre mesi noi siamo degli altri, cambiamo.

Eppure quanti di noi sono terrorizzati dal cambiamento: “Eh no!”.

 

Pensiamo al rapporto di coppia: quanti cambiamenti deve avere! Ma saremo in grado di farli? Avremo il desiderio di farli? Accettiamo la sfida di cambiare? O diremo ogni volta. “Eh, no!”.

Da innamorati bisogna diventare compagni: si può accettare che “le farfalle nella pancia” diventino amore passionale ma anche adulto e maturo? O voglio essere il centro dell’altro?

Da compagni si diventa genitori: si può accettare di non essere più gli unici destinatari dell’amore del partner ma che quest’amore sia condiviso con i figli? O andremo in competizione? O saremo solo sui figli dimenticandoci di noi e del partner? O ci sentiremo soli?

Da adulti vedremo i figli crescere, lasciarci e l’età avanzare: saremo in grado di cambiare e di passare dal fare all’essere, dalla progettazione esteriore alla progettazione interiore? O ci perderemo nel fare, mancando di trovare un senso e un significato nella nostra vita?

E’ normale, di fronte ai cambiamenti, soprattutto quelli grandi, essere terrorizzati. Chi ce lo fa fare? Ma la vita è cambiamento, evoluzione, divenire. Neppure i morti restano sempre gli stessi!!! Figuriamoci i vivi!

 

Fiorella Mannoia, in una bellissima canzone, dice: “Come si cambia per non morire; come si cambia per amore; come si cambia per non soffrire; come si cambia per ricominciare”. E’ proprio così.

  1. Come si cambia per non morire: cambiare è una necessità.

Il medico specialista ha detto ad un uomo iperteso: o lei cambia stile di vita (dieta, meno lavoro, meno ansia) o lei ha pochi mesi di vita.

Una donna, dopo l’ennesima lite col marito alcolista, è stata ricoverata per fratture multiple al viso, alle braccia e alle gambe. Se non se ne va, muore.

Un ragazzo che si pasticca si è salvato due volte per miracolo. Se continua, la prossima gli sarà fatale.

  1. Come si cambia per amore: cambiare è un adattamento.

In una famiglia si è sempre andati in vacanza insieme con i due figli: quest’anno però i figli sono andati in vacanza da soli. E’ doloroso ma l’amore ci chiama ad adattarci.

Una donna è stata operata al seno: tutto è andato bene, ma quando si guarda allo specchio ora si detesta vedendo il suo seno deformato e deturpato (la ricostruzione avverrà più avanti). Ma è così, bisogna adattarsi, e amarsi è accettare la nuova realtà.

In una parrocchia di città cambiano il cappellano amatissimo dai ragazzi: nessuno vuole lasciarlo andare via. Non solo se ne va, ma non ne verrà neppure un altro! La vita chiama a nuovi adattamenti: sarebbe bello che fosse come prima, ma non lo è più! Bisogna cambiare e seguire il flusso della vita.

  1. Come si cambia per non soffrire: cambiare è guarigione.

Un uomo da dieci lavorava col suo collega: più che un collega era un fratello, un amico. Adesso però il collega cambia mansione e viene spostato in un’altra filiale: l’idillio lavorativo si interrompe. L’uomo sta soffrendo da matti e interiormente si oppone: “Mi ha tradito! Non doveva farmela. E adesso?”. L’uomo si sta esaurendo. Ma se non accetta il cambiamento, si ammalerà.

Una donna è insoddisfatta della sua vita: così ha cambiato tutto. Si è licenziata, si è messa a fare la baby-sitter (lei ha due lauree!) e ha iniziato a fare quello che la sua anima desiderava. E’ rinata!

  1. Come si cambia per ricominciare: cambiare è un’opportunità.

Una donna (il marito totalmente assente) ha dovuto seguire in tutto le sue due figlie gemelle. Adesso le figlie sono andate all’università in un’altra città e così lei ha preso l’occasione per fare finalmente il corso di ballo che mai prima aveva potuto fare. Sfrutta l’occasione e cambia con lei.

E la canzone dice alla fine: “E non aver paura di capire che domani è un altro giorno”. Sì, domani non è oggi.

 

Non lottare contro il cambiamento ma lotta insieme al cambiamento… e lasciati trasformare. Non andare contro la corrente ma vai insieme alla corrente… e lasciati portare da lei. Non andare contro la vita ma cammina insieme alla vita… e lasciati animare da lei.

Se non vuoi spegnerti (dentro)… cambia!

E quando arriva il cambiamento, ricordati di questo vangelo: “Oddio, è la fine!”. “1. Sì, è una fine, non la fine; 2. Forse più che una fine, è proprio un inizio; 3. Forse più che un dramma è un’opera d’arte che si realizza”. Quindi, proprio per questo, non opporti mai al cambiamento.

Perché Dio è il nome incognito di ciò che di nuovo ti arriva. Per niente l’ad-vento è un’ad-ventura!

 

Troppo spesso le persone dicono: “E’ difficile cambiare! Non ce la faccio! Non ne ho la forza”. Skipp Ross dice: “Cambiare è possibile, basta che decidiate che tipo di persona essere”.

Se vuoi essere un’ameba, uno zombi, un depresso cronico, uno ipercritico su tutto (ma prenditi le tue responsabilità se questa è la tua scelta!), allora dirai: “Non è per me… Io non ne ho bisogno… Non ho bisogno che qualcuno mi dica cosa fare: “Io so… A che serve fare corsi?… Tanta teoria non serve per la pratica… E’ difficile… E’ colpa sua…””. Se non vuoi cambiare hai deciso di morire (di essere passivo, di subire, delegando il tuo potere agli altri).

Ma se vuoi esser vivo, allora inizia a dire: “Posso essere diverso… Io sono di più di ciò che sono oggi… e perché no?… e chi l’ha detto?… Ci provo… C’è sempre qualcosa da imparare!… Intanto vedo di cosa si tratta e poi scelgo cosa fare… E perché non provare?… Inizio… Sono pronto… Mi metto in gioco… Mi do un’altra possibilità…”. Se vuoi cambiare, hai deciso di essere vivo (accettando di aver potere sulla tua vita).

In ogni caso qualunque cosa tu abbia deciso, la tua vita sarà secondo la tua decisione.

Gandhi: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

 

Vi ricordate il 2000: alcuni sostenevano indubitabilmente che era arrivata la fine del mondo. Altri la spostarono al 2012: siamo ancora qua!

Cartesio diceva: “Dubitate di tutto!”. Dubitare di tutto non vuol dire che nulla è vero, ma che se cadono certi dogmi non finisce il tempo, non finisce la vita, non finisce la religione e che, anzi, forse, è proprio una grande fortuna!

Un grande maestro diceva: “Ciò che è assoluto ora, è relativo in altri tempi”.

Come nel vangelo: cadono il sole, la luna e le stelle. Sembrava un disastro… e, invece, è stata una fortuna!

Per questo bisogna sviluppare l’elasticità e la flessibilità di lasciar cadere “il sole, la luna e le stelle”, qualunque cosa essi siano.

Questo è l’Avvento: sono aperto alle cadute delle stelle e accetto, con umiltà, il nuovo che avanza.

 

Quando Copernico, Newton, Galileo dissero che non è la terra il centro dell’universo e che non è il sole che gli gira attorno, ricevettero un tale dissenso che alcuni finirono in carcere. Sembrava impossibile, antireligioso, blasfemo…: nessuna paura, era solo la verità.

Come diceva Schopenhauer: “Tutte le verità passano attraverso tre stadi. Primo: vengono ridicolizzate; secondo: vengono violentemente contestate; terzo: vengono accettate dandole come evidenti”.

 

Fino al 1800 si credeva che il mondo fisico fosse stato creato da Dio stesso in sei faticosi giorni. James Ussher, un vescovo anglicano, aveva trovato perfino la data di nascita della Terra: il 23 ottobre del 4004 a.C. Tutti accettavano quest’idea come vera, come pure l’idea che Adamo ed Eva fossero i due primi genitori di tutti noi.

Quando Darwin, Lyell e amici, iniziarono a prefigurare il contrario ci fu una sollevata contro. Sembrava un disastro… ma nessuna paura: era solo una grande verità (Figlio dell’Uomo) che stava emergendo.

 

Fino a pochi anni si pensava che le malattie fossero come la pioggia che scende dal cielo: chi bagna, bagna, e non c’è più niente da fare. Ma oggi, invece, sappiamo l’importanza della mente.

Albert Mason, un anestesista britannico, nel 1952 curò un ragazzo quindicenne la cui pelle aveva così tante verruche che sembrava la pelle di un elefante. Maison disse al dott. Moore che stava tentando di trapiantare pelle sana di altre parti del corpo sulle verruche: “Perché non prova con l’ipnoterapia (immagini mentali)?”. Moore scocciato sarcasticamente gli rispose: “Perché non ci prova lei?”. E Maison ci provò.

Curò le verruche son l’ipnosi: e, tra l’incredulità generale di Moore e di tutti i medici, il ragazzo in poche sedute guarì. Ma la cosa sorprendente fu quando Moore disse a Maison: “Non sono verruche quelle; la malattia del ragazzo è una malattia genetica incurabile e letale chiamata eritroderma da ittiosi”. Il ragazzo guarì del tutto.

 

Pochi decenni fa ci fu detto che tutto dipende dai geni. Se hai quel gene, sei fottuto. Ma oggi è certo che non è così. Oggi noi sappiamo che i geni sono dei progetti e che è l’ambiente ad attivare o a spegnere i geni. Certi progetti (geni) non verranno mai attivati, rimangono solo dei progetti. E’ il segnale che viene dall’ambiente, e non una proprietà del gene stesso, che attiva l’espressione di quel gene.

 

Le persone dicono: “Non si può cambiare il mondo” e poi: “A che serve il mio contributo? Tanto, uno più o uno meno, non cambia nulla!”. Ma oggi sappiamo bene che non è così.

Iain Couzin con la sua equipe ha studiato le formiche (e molti altri animali che vivono in società). Ha scoperto che quando il 51% dei membri di un branco guardavano in una certa direzione, l’intero branco procedeva in quella direzione.

Ma osservando meglio ha scoperto che dentro ad ogni branco c’erano dei leader, dei creatori di tendenze, degli “esperti” che avevano maggior fiuto rispetto agli altri per individuare cibo o il pericolo. E sia un piccolo gruppo di 30 formiche che uno molto più grande di 300, il gruppo era guidato da questi esperti. Gli stessi esperimenti si verificano con altri animali.

 

Noi pensiamo che la competizione sia l’unico modo di rapportarci: uno vince e l’altro perde. Ma oggi noi sappiamo che ci sono modi dove tutti possono vincere. Trovando una soluzione al di sopra del problema (facendo cioè emergere il bisogno profondo di ciascuno) tutti possono vincere.

Atlee racconta il caso di un contadino dell’Indiana i cui cani del vicino venivano ad uccidere le sue pecore. Poteva utilizzare i metodi tradizionali: minacce, cause legali, filo spinato, fucilate. Ma lui ebbe un’idea migliore. Il contadino regalò ai figli del suo vicino degli agnellini, come loro compagnia. I vicini, per amore dei figli e di quelle adorabili bestiole, legarono i cani (cosa che prima non facevano) di loro spontanea volontà e le due famiglie diventarono perfino amiche.

 

Il vangelo dice: “Sii disponibile e accetta che le tue certezze cadano (sole, luna, stelle).

Non è grave! Non è la fine! Non è un disastro! Anzi… forse, è proprio Dio che lo vuole”.

 

34State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso;

Poi Gesù passa al pericolo interno della comunità che è ancora più pericoloso.

STATE BENE ATTENTI=è un’espressione che è già apparsa tre volte in Lc, significa: “Fuggire un pericolo”.

Gesù ha messo già in guardia dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia, dalla vanità degli scribi e dalla mancanza di perdono.

CHE I VOSTRI CUORI=“menti”, perché il cuore era un organo pensante.

VI APPESANTISCANO=gli “affanni” sono le preoccupazioni economiche.

Quindi: da una parte le distrazioni e dall’altra le preoccupazioni economiche fanno sì che la comunità non si interessi più dei bisogni e delle necessità degli altri e pensi soltanto a se stessa e a propri beni.

 

35come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.

LACCIO=se succede questo allora si ha la fine della comunità.

Cioè: se vivete dimenticandovi del Figlio dell’uomo, dell’amore per l’uomo, allora, anche voi, sarete spazzati via dall’aver confidato in qualcosa che non dà e che non può dare.

 

36Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

VEGLIATE =agripneo=“Svegliatevi, state svegli, non dormite”.

Agripneo è formato da agreo che vuol dire “cacciare” e ipnos che vuol dire “sonno”. Ora chi caccia nella notte, è ben sveglio, desto. Non si può cacciare finché si dorme!

Il verbo vuol dire “essere senza sonno, vegliare, sorvegliare”. Indica l’atteggiamento del cacciatore che nella notte, nel buio, “caccia” un animale o il ladro che entra a prendergli il suo bestiame.

In ogni momento=non vuol dire che bisogna pregare in ogni momento, ma che sempre (=in ogni momento) bisogna stare attenti a non cadere nel pericolo dell’”addormentarsi”.

Pregando=Gesù non dice: “Pregate in ogni momento vegliando” ma il contrario: “Vegliate in ogni momento pregando”. Cioè: la preghiera serve per stare svegli, desti, consapevoli, per stare attenti a non farsi trascinare nelle forze e nei meccanismi umani, della superficialità, della banalità, dell’ambizione. La preghiera è un mezzo per essere consapevoli.

La forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere=cos’è che sta per accadere? Semplicemente che le potenze dei cieli, cioè i regni basati sul dominio, sulla forza, sulle armi e sullo sfruttamento, stanno per cadere e per finire.

E di comparire davanti al figlio dell’uomo=non si tratta di comparire davanti a Dio in Paradiso ma di rimanere svegli per salvare l’umanità che c’è in ciascuno di noi, per non lasciarla morire, sonnecchiare, perché non ci accada che un giorno si spenga.

Cosa sta dicendo allora Gesù: “Se vivete come la società, come le potenze dei cieli, farete la loro stessa fine. Se anche voi discepoli avete fatto propri i valori della società (avere, potere, approvazione, salire, comandare) rischierete di fare la stessa fine”.

 

Nella Bibbia c’è una storia terribile: Isacco aveva 2 figli (il primogenito Esaù e Giacobbe; Gn 25).

Un giorno Esaù, affamato, in cambio di un piatto di minestra, di zuppa, vendette la primogenitura a Giacobbe. Il nome Esaù vuol dire “fare”. Ha perso l’essere (primogenitura) per le cose (la zuppa: il fare). Terribile!

Sono “Esaù” ogni volta che mi dimentico della mia verità più profonda: Dio abita in me; Dio è nel mio essere. Il Natale è questo. Prenditi cura della tua dimensione interiore e di ciò che sei e che hai dentro.

Immersi nella vita di tutti i giorni rischiamo di perderci. Ti alzi, fai colazione, porti il bambino alla scuola materna, vai a lavorare, lavori e devi essere efficiente; riprendi il bambino e torni a casa. A casa poi si apre un’altra giornata: lavi, stiri, sistemi, fai la spesa, senti tua madre che ha i suoi anni, controlli i compiti dell’altro figlio, ecc. E poi: paghi le tasse, controlli il conto corrente, ti interessi dei problemi condominiali, stai attento che non ti “freghino” con le bollette, ecc. La vita sembra una corsa, una guerra, un fare fare, ecc. E questo ogni giorno. E se non stai attento ti addormenti, dall’essere passi al fare, ti vendi come Esaù.

Quando un uomo vende “l’essere” per “il fare, il materiale”, allora è sonno profondo.

Quando per l’interesse non guardo in faccia nessuno… allora è sonno profondo.

Quando le persone possono essere spostate, trattate, usate, come pacchi-oggetto (chiamiamole pure ristrutturazioni di società!), senza tener conto che sono esseri umani… allora è sonno profondo.

Quando me ne frego della natura e inquino, distruggo, credendo che tutto il mondo sia tutto mio o che “non è niente” e neppure mi accorgo che anche quella è vita tanto come me… allora è sonno profondo.

Quando io per ridacchiare, per trovare complicità, “sputtano” la gente, magari senza sapere… è sonno profondo.

Quando il lavoro viene prima di tuo figlio e di tua moglie o quando i lavori di casa vengono prima delle carezze, dei baci, del ridere, dello scherzare e della complicità… è sonno profondo.

Quando una regola viene applicata perché è una regola e non si tiene conto della sofferenza, dei bisogni, del dolore che si inferisce all’altro, della diversità… allora è sonno profondo.

Quando il tuo stipendio supera i cinquemila euro al mese e continui a lamentarti o quando con tutti i soldi che possiedi hai paura che ti manchi il pane… allora è sonno profondo.

Quando voto un politico solo perché permette a me di guadagnare di più e neppure mi sfiora il problema se è bene per tutti o che valori sta propinando… allora è sonno profondo.

Quando mi stordisco davanti alla tv, alla playstation, al computer, con mille attività e mille parole, pur di non entrare con ciò che ho dentro, con le mie paure… allora è sonno profondo.

Quando per sicurezza, per non andare in crisi, per non crearmi problemi, non mi faccio neppure certe domande e certe verità (o incontri) le evito per non toccare ciò che c’è in me… allora è sonno profondo.

Dal sonno profondo o ci si sveglia o si muore. Terribile è vivere una vita dormendo.

“Posso smettere di bere quando voglio. Due anni fa ho deciso che costava troppo e non ne valeva la pena. Non sono dipendente da niente. Se per sei mesi non mi capita di fumare nemmeno uno spinello, fa uguale. Trovo che è bello, ma niente di più, fare un “trip” una volta ogni tanto, prendermi una vacanza. Sono cose possibili. La gente esagera sui pericoli…” (Kenny, 19 anni, una settimana prima di morire per overdose).

 

La madre entra in stanza. Il figlio di 18 anni sta ascoltando con le cuffie musica a tutto volume. La madre gli parla ma lui non sente. Allora lei gli urla: “Devo dirti una cosa, togliti le cuffie”. “No!” “Perché?”. “Perché non voglio sentirti”. Allora la madre torna giù e dice alla fidanzata del figlio: “Mi dispiace cara, non c’è niente da fare, non mi sente”.

Un avvocato riceve la fattura dall’idraulico che gli sembra decisamente troppo cara. Allora lo chiama e dice: “Ehi, ma mi costi 200 euro all’ora. Non li prendo nemmeno io che sono avvocato!”. E l’idraulico: “Nemmeno io li prendevo, quando facevo l’avvocato”.

Apri gli occhi e vedi; apri le orecchie e senti; rimani sveglio e vivrai.

 

Pensiero della settimana

Tu verrai e io lo so 

Non permettere che le cose da fare ti diano ansia: resta sveglio.

Non permettere che la facciata, che ciò che sembra e che appare, ti nasconda il cuore delle cose e l’anima delle persone: resta sveglio.

Non permettere di avere così tante cose da fare

da non percepire più cosa provi e cosa senti: resta sveglio.

Non permettere che ciò che fan tutti diventi ciò che fai anche tu

solo perché lo fan tutti: resta sveglio.

Non permettere che l’odio, la rabbia, il cinismo inondino il tuo cuore così da non provare più meraviglia

e stupore per ciò che vive: resta vivo.

Non permettere che il “duro quotidiano“ cancelli i tuoi sogni,

le tue aspirazioni e il desiderio d’infinito: resta vivo.

Non permettere a nessuno di comandarti, di gestirti, di toglierti la tua vita, così da perderti o da annullarti: resta vivo.

Non permettere al dolore di eliminare dalla memoria la gioia,

né alla sofferenza di non farti credere più nel Padre: resta vivo.

Non permettere a ciò che succede di impedirti di lottare per un mondo nuovo, migliore, un mondo meno alienato e ottuso:

resta attento.

Non permettere alle dicerie di convincere il tuo cuore,

né alle soluzioni facili di ingannarti: resta attento.

Non permettere che qualcosa zittisca ciò che hai dentro,

la forza, i sentimenti, la tenacia: resta vivo.

Non permettere alla disperazione di vincerti, né all’angoscia di smarrirti, né alla paura di azzerarti: resta fiducioso.

Non permettere che nulla ti stacchi da Lui,

ma rimani sempre attaccato alla sorgente della Vita:

resta unito a Lui.

 

Guardo mia moglie e non provo più niente per lei: Dio è morto.

Guardo la mia vita e mi verrebbe da buttarla via: Dio è morto.

Guardo al sole e ai colori della natura e non mi suscitano nulla: Dio è morto.

Non so piangere: Dio è morto.

Non so emozionarmi: Dio è morto.

Non so più ringraziare: Dio è morto.

Non so più far nulla per nulla, gratuitamente: Dio è morto.

Non so più fare silenzio: Dio è morto.

Non conosco più la tenerezza, la compassione: Dio è morto.

I soldi diventano la mia ragione di vita: Dio è morto.

Basterebbe così poco per far nascere Dio…!

 

 

 

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