Moltiplicazione dei pani

XVII domenica del tempo Ordinario

Domenica 29 luglio 2018

Prima lettura: 2 Re 4, 42-44 Salmo: 144     Seconda lettura: Ef 4, 1-6    Vangelo: Gv 6, 1-15

 

 

Gv è l’unico degli evangelisti che non riporta il racconto della Cena eucaristica con le parole sul pane e sul vino (dove ci dovrebbe essere quel racconto, Gv inserisce la lavanda dei piedi) ma certamente è l’evangelista che più ne approfondisce il significato e il senso. In particolare lo fa in questo capitolo (Gv 6).

6,1Dopo questi fatti, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade,

DOPO QUESTI FATTI=quali fatti? Gesù ha guarito l’infermo della piscina di Betzaetà (Gv 5,1-18). Quella guarigione è l’emblema della religione ebraica: “Dio ti ama, Dio può tutto, Dio ti guarisce, Dio può… ma tu non puoi arrivare a Lui”.

Infatti, l’uomo che non riesce a camminare, pur avendo la guarigione vicina, non riesce mai ad arrivarci. E Gv dice che era malato da 38 anni! Infatti quando un angelo faceva agitare l’acqua della piscina, il primo che vi entrava guariva. Solo che lui, non riuscendo a camminare, mai ci riusciva.

Il Dio dell’A.T. era così: “Dio ti ama, ma tu devi fare questo… non devi fare questo… devi assolutamente essere così… non devi mai essere colà, toccare, pensare così… ecc”.

Ma se un vostro amico vi dicesse: “Io ti amo ma tu devi cambiare… devi fare quello che io ti dico… non devi fare questo… non devi fare quello… non devi incontrare quell’altro… ecc.”, voi cosa gli direste? Gli direste: “Ma tieniti il tuo amore, che di un amore così non me ne faccio niente!”.

E, infatti, proprio perché libera da questa religione del merito (“Ma credi ancora in queste cose? Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina! E sull’istante quell’uomo guarì…” (Gv 5,8-9)) decidono di ucciderlo (Gv 5,18).

ALL’ALTRA RIVA=poiché in terra di Palestina non lo accolgono, Gesù se ne va altrove. Se un tempo l’Egitto era la schiavitù e Israele la libertà, adesso Israele è la schiavitù e la terra pagana la libertà.

2e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. 3Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.

ERA VICINA LA PASQUA, LA FESTA DEI GIUDEI=la festa dei Giudei è la festa delle autorità religiose, la festa di chi ha potere. Cosa accadeva? In quella occasione la gente, costretta dall’autorità religiosa (infatti è la “festa dei Giudei”, non del popolo!) pena il peccato e la scomunica, doveva andare a Gerusalemme e sacrificare un agnello pasquale. La religione imponeva ad ogni ebreo adulto di salire tre volte l’anno per portare le sue offerte al Signore (Es 23,19).

La gente ci andava non perché ne sentiva l’importanza o il senso, ma perché si sentiva costretta. Ci andava per paura (“altrimenti Dio… non si sa mai… e se poi Lui s’arrabbia?”) ma non per Dio.

Non ha senso costringere le persone ad andare in chiesa o a fare qualcosa che non vogliono fare. Dio non impone, Dio si propone. Se la gente non sente la bellezza, l’importanza dell’incontro con Dio, la “vita” che ti dà incontrarlo, perché dovrebbe farlo? E perché dovremmo imporglielo?

LO SEGUIVA UNA GRANDE FOLLA PERCHE’ VEDEVA I SEGNI CHE COMPIVA SUGLI INFERMI=cosa succede? Succede che la gente, invece di essere attratta dalla Pasqua, la festa religiosa delle autorità, è attratta da Gesù.

La folla ha compreso che Gesù è il vero tempio, il vero santuario, dal quale si irradia il suo amore. La gente sente che Gesù li fa guarire, che Gesù li fa essere degli uomini e delle donne migliori, che Gesù chiede dei cambiamenti di mentalità per vivere con più apertura, compassione, vitalità, sente che Gesù vuole farti passare dal vegetare al vivere, che vuole farti sentire la tua importanza, che vuole che tu ti senta figlio delle stelle e creatura divina di luce. Allora la gente non va nel tempio ma dove c’è Dio (in Gesù).

IL MONTE=non è un monte qualsiasi ma “il” monte. E’ chiaro a tutti quel’è “il” monte: il Sinai. Sul Sinai Mosè aveva dato una legge (Dieci Comandamenti), adesso Gesù dà una nuova legge. Sul Sinai Mosé aveva proposto un’immagine di Dio, adesso Gesù ne dà una di totalmente nuova.

5Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. 7Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».

VIDE CHE UNA GRANDE FOLLA VENIVA DA LUI= nell’A.T. il popolo aveva chiesto a Dio, attraverso Mosè, il pane (la famosa manna del deserto). Il popolo allo stremo delle forze aveva “mormorato” (Es 16,3) e Dio aveva mandato la manna.

Ma qui non c’è più da chiedere, da strappare con l’insistenza, da estorcere: è Gesù stesso che vede la folla e che previene il bisogno dell’uomo e le necessità della gente. Dio non risponde ai bisogni della gente ma previene e precede le loro necessità.

Quand’ero piccolo, spesso i miei genitori erano fuori per lavoro ed io ero a casa da solo. Era un bel sacrificio e un bell’impegno per me. Di soldi non ce n’erano tanti, ma ogni tanto mio padre mi comprava la Gazzetta dello Sport (io la leggevo tutta perché ero appassionatissimo di sport!). Quando lo faceva, senza che io glielo chiedessi, mi sentivo veramente capito e accolto, perché lui cercava di darmi ciò di cui io avevo bisogno e che desideravo. Dio è così… e molto di più di così!

FILIPPO: “DOVE POTREMO COMPRARE IL PANE…”: la risposta di Filippo è chiara: “Non è possibile! Ma come si fa?”. 200 denari di pane (=più di sei mesi di lavoro) non basterebbero.

Un uomo mi ha detto: “Parla bene lei padre, ma Dio non mi ha mai dato lo stipendio a fine mese!”.

Una donna: “Sono andata a messa tutti i giorni e ho fatto voto a Sant’Antonio, ma mia madre non è mica guarita dal tumore che aveva!”.

Un’altra: “Sì, sì, so che Dio mi ama, ma io vorrei che mio marito mi amasse… e invece se n’è andato con un’altra! Non mi serve il suo amore: mi basterebbe quello di mio marito”.

Sono le domande delle persone: “Dov’è la felicità?… come si fa a cambiare, a guarire?… perché Dio non fa qualcosa?… a che mi serve la sua presenza?… in che cosa mi aiuta Lui?”.

8Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9«C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?».

ANDREA… CINQUE PANI D’ORZO=Filippo è un realista, Andrea un sognatore.

Andrea, infatti, ricorda un episodio dell’A.T. (2 Re 4,42-44) ed ecco perché la precisa espressione “cinque pani d’orzo”. Infatti il profeta Eliseo con 20 pani d’orzo sfamò 100 persone. Come a dire: “Beh, è già successo! In teoria non è impossibile… ma in pratica…”.

MA COS’E’ QUESTO PER TANTA GENTE?=“Sì, sarebbe bello ma… sì, sarebbe possibile ma mi chiede troppo… sì, insieme si può ma poi…”. Andrea sa che forse si potrebbe… ma non ci crede.

Che differenza c’è tra credere e aver fede? Proprio questa: il credere sa, la fede lo vive. Il credere sa che se incontri Dio cambi vita; nella fede l’hai incontrato e hai cambiato vita. Il credere sa che tutto è possibile; nella fede l’hai sperimentato e per questo non dubiti più. Il credere sa che esistono i miracoli; nella fede il miracolo è accaduto con te e non hai più dubbi.

10Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.

FATELI SEDERE=uno dice: “Beh, si sono seduti perché seduti si mangia meglio che in piedi!”. Ma potevano stare anche sdraiati, com’era consuetudine! Perché allora proprio seduti?

Nei pranzi festivi, soprattutto nel grande pranzo di Pasqua, i signori, cioè quelli che avevano dei servi che li potevano servire, mangiavano sdraiati su dei lettucci. Quindi: chi erano coloro che mangiavano seduti? I signori!

Ecco il primo senso dell’eucarestia: Gesù vuole far sentire tutti dei signori. Gesù si fa servo perché i servi possano sentirsi signori.

MOLTA ERBA IN QUEL LUOGO=nel Salmo 72 si annunciava l’arrivo del Messia in campi pieni di erba (nella Palestina di erba non ce n’è mai stata tanta per cui era qualcosa a cui ambivano!) e di frumento. Quindi, che vi sia molta erba vuol dire che è arrivato il Messia: Gesù.

IN QUEL LUOGO=topos (luogo) è un termine tecnico che indica il tempio di Gerusalemme, il luogo cioè dove si manifesta Dio. Ebbene: Dio non si manifesta più in un luogo (il tempio di Gerusalemme), dice Gv, ma in una persona (Gesù).

Quando le cose, i luoghi, sono sopra le persone, allora si è perso il Dio di Gesù.

CINQUEMILA UOMINI=li hanno contati tutti? Il numero 5000 ha due significati:

  1. 5000 era il numero della prima comunità cristiana (At 4,4. 34). Quindi la comunità cristiana è questa, cioè una comunità dove Dio si dà a tutti. Una comunità dove si dice: “A te “Dio“ sì, a te no… tu sei degno, tu no”, non è una comunità evangelica.
  2. 5000 è un multiplo di 50 e i multipli di 50 indicano l’azione dello spirito. Pentecoste vuol dire 50 giorni dopo la Pasqua: Gv vuol farci capire che non c’è solamente un alimento fisico ma che c’è anche un alimento spirituale, di Dio.

UOMINI=prima era una folla anonima ma adesso sono degli uomini adulti (andres). Essere adulti, signori su di sé, vuol dire prendere in mano la propria vita, accettarla ed esserne gli unici responsabili.

Essere adulti vuol dire essere signori della propria vita. Chi comanda nella tua vita?

Chi è il capitano della tua mente? Gli altri… la paura di deludere… di rimanere da solo… di ferire qualcuno… il giudizio altrui… la paura di sbagliare… di essere fuori “dal coro”… di rischiare… oppure sei tu?

Un ragazzo di 30 anni è stato “mandato via dalla fidanzata”. Lì da lei non può più stare: o torna a casa o si trova un appartamentino in affitto.

La paura di deludere la madre dice: “Qui non paghi niente e io ti faccio tutto. Non mi farai mica star male”.

La paura di sbagliare: “E se poi non ce la fai? E poi non puoi più permetterti tante cose…”.

La paura del giudizio degli amici: “Ma non tornerai mica a casa con tua madre?! Alla tua età!”.

La paura della solitudine: “E ce la fai a stare da solo? E chi ti lava? E con chi parli?”.

Essere capitani vuol dire: “Ma io, al di là di tutto ciò che gli altri mi dicono… io cosa voglio? Io cosa desidero?”.

Chi dirige le tue azioni? Il tuo passato… i tuoi modelli interiorizzati… i tuoi schemi automatici per cui fai in automatico (spesso le persone chiamano l’automatismo, istinto!) senza neppur controllare o avere potere (azione/reazione)… il tuo inconscio… la tua rabbia… la tua insoddisfazione? O sei tu a dirigere e a scegliere in libertà le tue azioni? Chi è il capitano della tua nave?

Un ragazzo scende dal pullman di ritorno dal camposcuola. Entusiasta della settimana, come scende non saluta i genitori che sono lì ad attenderlo ma va subito e prolungatamente ad abbracciare gli amici e gli animatori.

I genitori: “Non cambia mai… vede sempre prima gli altri” (agire in base a riferimenti del passato).

Sua madre: “A me nessuno mai mi vede!” (modello interiorizzato di non essere riconosciuta).

Suo padre: “Ah benon! Se la mettiamo così…” e gli fa subito il “muso” (automatismo: “Non mi riconosci? Neanch’io!”).

I genitori: “Tu fai tanto per i tuoi figli… e poi ti ripagano così. Neppure vedono tutto il sacrificio che fai per loro”, reazione inconscia al bisogno di essere riconosciuti come i più importanti.

Sua madre: “Non ti danno mai una gioia, i figli! Cosa gli costava!” e vive una tristezza immensa.

Suo padre: “Eh, eh… un ombrello non serve mica solo per una pioggia sola!: vieni a chiedermi ancora i soldi per le “cose tue”!” e vive una rabbia vendicativa enorme.

Non colgono il momento, non si sanno mettere nei panni del figlio, vedono solo ciò che viene “tolto a loro”. Non sono i capitani della loro nave ma sono schiavi dei loro demoni interni.

11Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.

PRESE I PANI… LI DIEDE: sono gli stessi gesti e gli stessi verbi che gli altri evangelisti raccontano nell’Ultima Cena (Mt 26,26; Mc 14,22; Lc 22,19).

Prendere il poco vuol dire: “Non aver paura di quel poco che pensi di essere te stesso… smettila di pensare che per fare qualcosa dovresti essere diverso o avere un altro carattere… finiscila col pensare che non sei fatto per queste cose… non aver paura di vederti anche con le tue piccolezze…”.

Gesù prende il poco che sei: anche se in certe zone della tua vita sei un misero, anche se hai delle parti infantili, anche se… Lui prende il poco che sei.

Adesso fallo anche tu: prenditi e accettati per quello che sei adesso… così come sei… ora…

Dio non teme se tu sei poco, perché Lui non guarda a te ma a sé, e sa cosa può fare con il “poco”.

L’unica cosa che Dio teme è il tuo ritirarti.

Non è meraviglioso il gesto di quel ragazzo: “Io ho (sono) questo. Può servire?”. “Io so fare questo, come posso essere utile?”. Metti a disposizione ciò che sei.

I discepoli non credevano nelle loro possibilità: di fronte a quella situazione e alla proposta di Gesù si saranno messi a ridere oppure avranno detto: “Ma dai, Gesù, non scherziamo!”.

Quante volte ti capita di non accettarti, di vederti con 5 pani e 2 pesci di fronte a 5000 uomini. Allora inizi a dire: “Io non ho il suo talento; io non ho la sua forza; io non ho la sua volontà; io non ho la sua simpatia; io non ho la sua cultura; io non ho la sua esperienza; io non ho la sua fantasia; io non ho il suo dinamismo; io non ho le sue qualità…”.

E così invece di guardare a ciò che abbiamo, passiamo tutto il tempo a vedere cos’hanno gli altri e a confrontarci. Ma il vero vincente non è colui che supera gli altri ma colui che supera se stesso.

Prendo ciò che sono e non dico: “E’ tanto… è poco… è niente… non sono capace”. Dico: “Io ho (sono) questo: accetto e amo questo”. E ciò che sono lo metto a disposizione. E accadrà il miracolo.

Og Mandino, un grande scrittore americano, aveva un grande sogno: diventare scrittore. Ma, con pochi soldi e soprattutto con poca fiducia, abbandonò il suo sogno. D’altronde: “Io non sono nessuno”, si diceva spesso. Un giorno andò a comprarsi una pistola per uccidersi. Per fortuna che una voce dentro di sé, prima di farlo, gli sussurrò: “Perché non ti dai un’altra possibilità?”.

Lisa Bourbeau aveva il medesimo sogno. Quando ne parlò con gli insegnanti questi gli dissero: “Tu? Ma figuriamoci! Una scrittrice, tu? Con tutti gli errori di ortografia che fai? Ma dove vivi?”. E così, infatti, rinunciò al suo sogno. E quando arrivò il momento si scegliere una carriera, non osò nemmeno pensarci. Era convinta di non avere le doti necessarie.

 Io ho bisogno di prendere quello che sono e di non pesarlo se è tanto o poco (“Quanto sono bravo? Sono più degli altri? Sono meno? Io rispetto gli altri…”), ma di fidarmi di ciò che sono. Non giudico ciò che sono ma lo accetto, lo amo. Se inizio a chiedermi “quanto”, allora come gli apostoli non potrò che dire: “Non è sufficiente”.

Un ragazzo amava la danza. In una cultura maschile “pallonara” come la nostra veniva sempre preso in giro e chiamato “femminuccia”. Era sempre diviso tra seguire ciò che lui amava e il giudizio dei suoi amici. Adesso è un ballerino e la sua gioia fu enorme il giorno in cui alcuni compagni lo andarono a vedere in un’esibizione.

C’era un ragazzo un po’ bruttino e che tutte le ragazze evitavano. Non poteva accettare la cosa. Ma così facendo diventava scontroso e inavvicinabile. Trovò una compagna solo quando accettò che forse non era Tom Cruise ma che aveva tante altre qualità: sapeva amare, profondo, sensibile e creativo.

Allora come nel vangelo io vorrei prendere in mano i miei cinque pani, vorrei sentire il mio valore.

Voglio avere il coraggio di dirmi: “Quello che sei va bene. Non importa cosa sei: quello che sei oggi va bene. Puoi dare e iniziare a distribuire… offrire… ciò che sei”.

Se posso percepire quello che sono, se posso benedire ciò che sono, anche se all’inizio mi sembra poco e vorrei non vedermi così, scoprirò la grandezza di ciò che sono: è il miracolo della moltiplicazione.

DOPO AVER RESO GRAZIE=eucaresteo; ringraziare vuol dire che ciò che hai ricevuto non è tuo ma è un dono e per questo va condiviso con gli altri.

La vita non è tua: è un dono, condividila! La felicità non è una tua proprietà: condividila. Le persone non sono tue: non pretendere e non chiedere a loro, non avere rivendicazioni. Condividi con loro la gioia, la vita, il tuo cuore e le tue emozioni; gustale e gioiscine, ma non sono tue! Finché tu vuoi qualcosa dagli altri (“tu devi fare così… tu non fai mai questo… tu non mi…”) tu le tratti come una proprietà tua.

Un giovane e una ragazza sono appoggiati al parapetto di una nave lussuosa. Si tengono teneramente abbracciati. Si sono appena sposati e questa crociera è la loro luna di miele. Stanno parlando del loro presente pieno di amore e del loro futuro che appare così roseo. Il giovane dice: “Il mio lavoro ha ottime prospettive e potremo presto trasferirci in una casa più grande. Fra otto dieci anni potrò mettermi in proprio. Vedrai che felici che saremo”. La giovane sposa continua: “Sì, e i nostri bambini potranno frequentare le scuole migliori e crescere nella serenità”. Si baciano e se ne vanno. Su di un salvagente, legato al parapetto, si può vedere il nome della nave: Titanic.

LI DIEDE=Gesù non chiede a questa gente, a questa folla, se sono in grazia o no, se sono puri o no, se sono in peccato o no. Per Gesù non è che prima bisogna purificarsi per ricevere il suo pane, ma è l’accoglienza, il mangiare, del suo pane che ti purifica.

12E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.

DODICI CANESTRI=i numeri sono tutti simboli. Il numero 12 rappresenta le 12 tribù di Israele. Questo, cioè chi vive così, donando gratuitamente amore, è il nuovo popolo di Israele. Non più un Dio che ti chiede ma un Dio che si dona, gratis, a te.

NULLA VADA PERDUTO=quando ero piccolo mia mamma mi diceva: “Mangiare tutto e non sprecare niente che i bambini in Africa muoiono di fame” e io mi sentivo quasi in colpa di mangiare! Ma il senso non è questo: “Raccogliete tutto perché non si deve sprecare nulla”.

Il pane avanzato, guarda caso, sono 12 canestri: 12 sono gli Apostoli, 12 la nuova comunità di Gesù. Allora, qui, si vuol dire che questo pane è un pane che ciba sempre, che non si consuma. Vivere una vita eucaristica ti fa vivere sempre.

14Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». 15Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

ALLORA LA GENTE, VISTO IL SEGNO CHE EGLI AVEVA COMPIUTO=la gente ha capito? No!

Infatti la gente dice: “Questo è davvero il profeta!”. Chi è stato per gli ebrei il grande profeta? Mosè. Mosè aveva sì fatto uscire gli ebrei dalla schiavitù dell’Egitto, ma non dalla schiavitù dei loro cuori. Mosè voleva non tanto dare una libertà esterna (dall’Egitto) ma una interna: la vera libertà. Ma gli ebrei non sapevano che farsene della libertà e così si facevano continuamente degli idoli.

I rabbini dicono: “E’ stato più facile far uscire gli ebrei dall’Egitto che l’Egitto dal cuore degli ebrei”. La storia si ripete!

MA GESU’ SAPENDO CHE VENIVANO A PRENDERLO PER FARLO RE=la gente non vuole la libertà ma la sottomissione. La gente vuole un re che li comandi non un re che li serva. Gesù li aveva chiamati alla libertà ma loro non sanno che farsene della libertà: loro vogliono un re che li domini, che li guidi, che dia leggi e prescrizioni chiare.

SI RITIRO’ DI NUOVO SUL MONTE=chi aveva fatto così? Mosè! Dopo il tradimento del popolo con il vitello d’oro e il peccato di idolatria, Mosè si era ritirato da solo nel monte (Es 32).

Cosa si dice allora qui? Che il desiderio del popolo di farlo re, per Gesù, è un peccato d’idolatria, un tradimento di ciò che lui è.

LUI SOLO=perché da solo? Perché anche i discepoli condividono l’idea della folla del Messia e del profeta potente e liberatore. Gesù, infatti sale sul monte mentre loro vanno in direzione opposta verso il mare (Gv 6,16). Quando vedono che Gesù non va nella loro direzione, loro lo abbandonano (Gv 6,17: “Già era scesa la tenebra e non era ancora venuto da loro Gesù”).

 

 

Pensiero della settimana

“Qual è l’amore più grande per gli altri?”, chiese un giorno il discepolo al maestro.

“Amarsi”, rispose il maestro. Ma il discepolo non capiva come questo fosse amore per gli altri.

Rispose il maestro:

“L’uomo che non si ama chiede a te di amarlo, chiede a te di farlo felice, chiede a te di non lasciarlo solo, chiede a te quello che lui non riesce fare con sé; l’uomo che non si ama ha rivendicazioni, pretese, e vuole che tu riempia i suoi buchi o le sue infelicità.

Per questo l’amore più grande per gli altri è amarsi”.

 

 

 

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