Non è costui il carpentiere

XIV domenica del tempo Ordinario

Domenica 8 luglio 2018

Prima lettura: Ez 2, 2-5        Salmo: 122     Seconda lettura: 2 Cor 12, 7-10       Vangelo: Mc 6, 1-6

 

 

In questo brano drammatico Mc ci presenta la triste situazione del popolo sottomesso all’autorità: il popolo non può permettersi di avere un’opinione propria ma deve pensare a quello che l’autorità pensa. Se le autorità dicono e impongono che quello che è bianco è nero, il popolo deve accettare che è così. Questo è il peccato contro lo Spirito Santo.

 

Per comprendere questo vangelo noi dobbiamo capire cosa succede prima. E’ un conflitto tremendo dove da una parte c’è l’istituzione religiosa e dall’altra Gesù.

Atto primo: Gesù predica. Gesù predica nella sinagoga e la gente è stupita del suo insegnamento: “Ma che belle parole! Questo sì che viene da Dio! Questo sì che ha potere! Finalmente uno che guarisce!”. “Ed erano stupiti del suo insegnamento perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi” (Mc 1,22). Cioè dicevano: “Finalmente uno che parla al cuore! Finalmente uno che non dice cose di altri, cose che si devono dire, ma che parla partendo dalla sua esperienza: si sente che ciò che dice è vero, te lo passa, te lo trasmette!”.

La gente è positivamente stupita e catturata dall’insegnamento di Gesù tant’è vero che dovunque Gesù va, fa sempre il “pieno” (Mc 2,2).

Atto secondo: i farisei e gli scribi lo bollano come “bestemmiatore” (Mc 2,6) perché ha guarito di sabato (Mc 1,21-28) e perché ha rimesso i peccati (Mc 2,5).

Che Gesù abbia guarito una persona da un demonio, non importa: ciò che conta che l’ha fatto di sabato e che ha trasgredito la legge. Che Gesù guarisca una persona paralizzata, non conta: ciò che importa è che si è permesso di perdonare dei peccati che dovevano essere perdonati solamente dal tempio.

Così decidono di metterlo a morte. Lo vogliono tutti (Mc 3,6): le autorità religiose (scribi), le autorità spirituali (farisei), le autorità civili (erodiani).

Atto terzo: contromossa di Gesù. “Visto che voi mi rifiutate, io mi creo il mio (nuovo) popolo”. Così Gesù istituisce i Dodici (Mc 3,13-19) in chiara contrapposizione al vecchio popolo, le dodici tribù di Israele.

Gesù, quindi, rompe con l’autorità religiosa. Gesù rompe, taglia, con quello che tutti credevano, pensavano e ritenevano valido e giusto.

Atto quarto: la famiglia considera ciò una follia e cercano di catturare (krateo, il verbo utilizzato, ha il senso di arrestare) Gesù, di rinchiuderlo, perché lo considerano demente, pazzo, fuori di sé (Mc 3.21). E quando vanno da lui (Mc 4,31-35), si vergognano così tanto e lo considerano così impuro che neppure entrano, ma se ne stanno fuori per non essere contaminati: “Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano” (Mc 3,31-32)”. Gesù risponderà seccamente: “Chi sono mia madre e i miei fratelli?” (Mc 3,33).

Gesù qui rompe anche con la famiglia. Per Gesù la vera famiglia sono coloro con i quali condividi la strada, i valori, il cuore e l’interiorità.

Atto quinto: Gesù è uno stregone. Poiché Gesù ha un sacco di seguito, poiché Gesù ha rotto con l’autorità e non le obbedisce più, allora che fanno? Non possono dire che non fa certe cose: tutti vedono che fa miracoli; tutti sentono le sue parole d’amore; tutti vedono la libertà che apre alle persone.

Ecco lo stratagemma: “Sì, ma in nome di cosa fa tutto questo? Non lo fa in nome di Dio ma in nome di Beelzebul”. Gesù, quindi, è uno stregone (Mc 3,22-30). Ecco la diffamazione. La Bibbia (Dt 18,10-14) diceva che gli stregoni sono passibili di morte.

Chi era questo Beelzebul? Non era uno dei tanti demoni in cui la gente, a quel tempo, credeva, ma era il più temuto.

Beelzebul non viene mai attribuito a satana. Beelzebul è una forma dispregiativa di Baal (=Signore) Zebub (=mosche). Baalzebub era una divinità filistea protettrice delle malattie (si credeva che le mosche, che si avventavano sulle carogne, fossero dei demoni). Ora a questa divinità si rivolgevano anche gli israeliti.

Per allontanare la gente da questo culto i farisei deformarono il nome Baalzebub in Baalzebul (zebul=letame), “Signore del letame”, elemento impuro per definizione. Ecco la maldicenza, la diffamazione: “Sì, è vero che Gesù fa tutto questo (mica potevano negarlo!) ma lo fa in nome del demonio (Beelzebul). Sembra che vi liberi ma in realtà vi rende ancora più schiavi”.

Ed ecco la famosa frase di Gesù: “In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna”. Poiché dicevano: “È posseduto da uno spirito impuro” (Mc 3,28-30). Allora qual è l’unico peccato che non può essere perdonato? Quando tu chiami bene il male (il dominio degli scribi, che dicono essere da Dio) e male il bene (l’attività di Gesù che viene da Dio). La fragilità può essere perdonata; l’errore può essere perdonato; ma la perversione del bene in male e viceversa, non può essere perdonata.

Atto sesto: Gesù ci prova un ultima volta. Nonostante la considerazione nulla della sua famiglia e dei suoi fratelli (Gv 7,5: “Neanche i fratelli credevano in lui”) Gesù fa un ultimo tentativo e ritorna a Nazaret. Ecco l’episodio di oggi.

 

6,1Partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.

SUA PATRIA=Mc poteva dire Nazaret, visto che Nazaret è la sua patria. Ma perché non lo fa? Perché mettendo “patria” fa capire che il caso non si verifica solo a Nazaret, la sua città natale, ma a tutta la nazione di Israele.

Dovunque andava Gesù faceva “il pieno”. Ma qui Mc non ci segnala nessuna reazione: Gesù torna ma non interessa a nessuno. Gesù è considerato un matto, un demente, uno da evitare e da tenere alla larga.

Visto che nessuno è interessato a lui, prende lui l’iniziativa e va ad insegnare nella sinagoga.

 

2Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?

SI MISE AD INSEGNARE NELLA SINAGOGA=è la seconda volta che Gesù insegna nella sinagoga. La prima volta era andato nella sinagoga (Mc 1,27) era stato ben accolto. Ma non era a Nazaret!

RIMANEVANO STUPITI=ekplesso (da cui per-plesso) è uno stupore negativo. Il piccolo paese è legato alla tradizione, al “si è sempre fatto così”, al “ma cosa dice questo qua?”, “cosa sono tutte queste novità?”. Ogni novità è vista con sospetto e pericolosa, è un attentato alla propria sicurezza.

DA DOVE GLI VENGONO=le persone hanno creduto alla falsità degli scribi che Gesù è un principe del demonio. Per questo si chiedono: “Ma da dove gli viene questa autorità (visto che viene dal male)? Come fa a fare quello che fa (visto che viene da Beelzebul)?”.

Ecco il dramma: la gente ha sentito in Gesù la verità. La gente è stata guarita da Gesù. La gente ha percepito l’amore di Gesù; la gente ha sentito in Gesù la provenienza divina ma siccome gli scribi hanno detto: “Gesù viene dal male”, loro devono credere a questo e per questo si chiedono: “Ma come fa a fare questo, visto che ci hanno detto che viene dal male?”. Neppure mettono in questione l’autorità: “E se l’autorità sbagliasse? E se ci fosse un interesse per cui ci hanno detto questo?”.

Hanno ascoltato, sentito, visto, toccato con mano chi è Gesù. Adesso mettono in dubbio il proprio sentire, la propria esperienza, per ubbidienza, per sottomissione all’autorità religiosa. Loro sanno che viene da Dio, ma se lo riconoscono perdono tutti i loro privilegi e il prestigio del popolo.

In questo fatto Mc vede il dramma del popolo che deve credere a ciò che “chi sta in alto” dice. Se non puoi vincere uno, parlane male!

DALLE SUE MANI=lo stregone operava con le mani. Non lo chiamano mai per nome (Gesù), ma parlano di lui come di uno stregone.

 

3Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.

NON E’ COSTUI=non ne nominano neppure il nome! Sentite il disprezzo: “Chi è questo qua!?”.

IL FALEGNAME=il termine greco tekton e quello ebraico charas possono indicare sia il falegname che il carpentiere. Da Mt 13,55 sappiamo che era “figlio del carpentiere” e anche Gesù sembra fare lo stesso lavoro del padre.

Cosa vuol dire questa frase? Gli dicono: “Ma Gesù non ha mica studiato! Non è un falegname (=persone che non hanno studiato)? Mica è uno scriba o un rabbino: Gesù non ha nessun titolo di studio! Dunque, se Gesù non ha nessun titolo di studio, il suo insegnamento non è credibile, non è fondato, non ha garanzia di verità”.

FIGLIO DI MARIA=questa è un’offesa! Nel mondo palestinese un figlio veniva sempre chiamato “figlio del padre” (Gesù è “figlio di Giuseppe” in Lc 4,22), anche quando il padre era defunto. Avrebbero, dunque, dovuto dire “il figlio di Giuseppe!”, ma appositamente non lo dicono.

Dire, invece, che un figlio è figlio di una donna, vuol dire affermare che la paternità è dubbia, incerta o che non si sa. Come se dicessero: “Non è il figlio di una “buona donna” (donnaccia)! Non è il figlio di una prostituta (cfr Gdc 11,1 quando di Iefte, per insultarlo, viene definito “figlio di una di quelle”)?”.

LE SUE SORELLE NON STANNO CON NOI?=e la madre e i fratelli? Forse, proprio i fratelli che erano andati da Gesù a catturarlo, visto la vergogna pubblica, se ne erano andati via, cosicché a Nazaret erano rimaste solo le sorelle.

IL FRATELLO DI GIACOMO, IOSES, GIUDA, SIMONE=da Mc sappiamo i nomi dei fratelli di Gesù. Questi fratelli si rifaranno vivi quando essere parenti di Gesù non sarà più un disonore e pretenderanno di essere capi della primitiva comunità di Gerusalemme: “Noi siamo i suoi fratelli!!!”.

ED ERA MOTIVO DI SCANDALO=”Che vergogna! Ma si rende conto? Ma non vede come fa soffrire sua madre? Che schifo!”.

 

4Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».

GESU’ DISSE=a Gesù non rimane che constatare il disprezzo e l’opposizione.

UN PROFETA=è l’unica volta che Gesù si definisce un profeta. Il profeta deriva la sua autorità direttamente da Dio e non dall’autorità religiosa.

E’ il destino dei profeti: in nome di un Dio del passato le autorità religiose non riconoscono mai il Dio che si manifesta nel presente. Le autorità religiose, in nome della tradizione, non accolgono e non riconoscono questa novità di Dio. E il popolo è sottomesso all’autorità religiosa.

 

5E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì.

E LI’ NON POTEVA COMPIERE NESSUN PRODIGIO=Dio non può tutto. Perché se tu non lo vuoi, neanche Lui può!

PRODIGIO=dinamis=sono le guarigioni. E cosa ostacolano le guarigioni? Ecco qua: i pensieri, i pregiudizi della gente, le false credenze: “Non è il carpentiere? Non è il figlio di Maria? Non conosciamo i suoi fratelli?”.

GUARI’=therapeuo.

 

6E si meravigliava della loro incredulità.

MERAVIGLIA=il verbo thaumazo indica un’incredulità immensa: “Ma com’è possibile? Ma proprio non volete vedere? Non ci credo!”.

E’ la tristezza di Gesù che vede la debolezza della gente che non ragiona con la propria testa, che nega l’evidenza (i miracoli, le guarigioni) e che per devozione e per tradizione accetta ciò che dice l’autorità.

INCREDULITA’=apistis lett. è “non fede”. Dopo ciò Gesù abbandonerà Nazaret e non vi farà più ritorno. Non vi farà più ritorno perché il pregiudizio, la maldicenza e il pettegolezzo su di lui erano dei filtri così forti per le persone che impedivano a loro di vedere chi era Gesù e di accogliere il suo messaggio.

Riflettiamoci: la maldicenza, la critica, il pregiudizio, ci impediscono di vedere e di accogliere Gesù!

 

La maldicenza, il pettegolezzo, il chiacchiericcio, il gossip, è una grossa menomazione interiore.

Il dramma della maldicenza, del pregiudizio, è che per i nostri bisogni inascoltati interni, che urlano dentro, noi dobbiamo deformare la realtà fuori attraverso le nostre false parole. Per cui noi non vediamo più la realtà e le persone ma vediamo quello che noi abbiamo bisogno di vedere.

Facciamo un esempio: se nel nostro gruppo c’è un amico che “sa tenere banco”, che è simpatico, che sa parlare, che si sa fa ben volere, il nostro bisogno interno inascoltato di essere anche noi importanti urla, e invece di trovare e imparare gradualmente modi e modalità per esserlo, lo critichiamo: “Se la tira, eh! Fa il galletto con tutte le fanciulle!” e appena possiamo mettiamo in luce ciò che di lui non va.

Ma in questo modo succede: 1) che la nostra situazione rimane assolutamente uguale e 2) che non vediamo più la realtà: “Il nostro amico è un buon comunicatore ed è simpatico” ma quello di cui noi abbiamo bisogno di vedere: “E’ proprio antipatico! Io non voglio essere così (al centro delle attenzioni)!”.

 

Il pettegolezzo esprime il bisogno di comunicare (parlare) ma denota l’incapacità di parlare di sé (e infatti si parla sempre degli altri) o di cose profonde (si parla tanto per parlare) e di compiere un esame di realtà (ma è vero o no?; che dati reali, verificabili, concreti, ho per dire questo?). Quindi la maldicenza esprime una menomazione interiore in chi la vive.

Soluzione: “Perché non mi parli di te? Tu cosa vivi? Tu cosa provi? Tu che bisogni hai? Che paure hai? Che conflitti hai?”.

Soluzione: “Hai visto? Tu lo conosci di persona? Da cosa sai questo? Hai dati certi? Ma che ne sai tu?”.

Consapevolezza: la maldicenza, la critica, “non è niente!”: ciò che fa, fa! E’ un sasso tirato e chi prende, prende. Siamo responsabili di ciò che diciamo.

Nel film “Il dubbio” c’è questo dialogo tra il prete e una donna. Siccome una donna aveva il vizio del pettegolezzo, il prete le aveva detto di squarciare il cuscino con un coltello. “Hai squarciato il cuscino con il coltello?”. “Sì padre”. “E il risultato qual è stato?”. “Piume dappertutto padre”. “Ora voglio che tu torni a casa, a raccogliere tutte le piume volate via con il vento”. “Ma… – rispose la donna – non è possibile, non so dove siano finite, il vento le ha portate chissà dove”. “Questo è il pettegolezzo” disse il padre.

 

Il pettegolezzo e la maldicenza esprimono poi l’inferiorità di chi lo fa: screditando gli altri, il mio io si gonfia: “Ti racconto questo perché io non farei così… io non sono così… io rifiuto queste cose…”. Poiché io mi sento piccolo cerco di abbassarti al mio livello.

Il maldicente esprime con le sue parole l’inutilità della propria vita: “Poiché la mia vita non ha senso, non ha una direzione, poiché non so che fare della mia vita (=non so come impiegarla) parlo (male) di quella degli altri. Poiché la mia vita è inutile cerco di far sì che lo sia anche la tua.

Il maldicente esprime il malessere della propria vita: “Non c’è niente di bello nella mia vita; non ho ragioni per cui appassionarmi; non ho motivi per cui lottare e coinvolgermi, così parlo degli altri per succhiare linfa agli altri poiché io non ho energia dentro”. E’ un parassita. Il maldicente, infatti, non può essere felice della felicità degli altri (perché lui non lo è!).

Chi parla male degli altri non parla mai degli altri ma di sé: sta tentando di anestetizzare la rabbia e il dolore per la propria vita.

Un dito verso gli altri (come nel giudizio) sono tre dita verso di sé! Un uomo felice e realizzato non parla male degli altri ma si adopera perché anche gli altri lo siano. Un uomo triste e fallito non parla bene degli altri ma si adopera perché anche gli altri lo siano, così si sente un po’ meno solo: “Mal comune, mezzo gaudio!”.

  1. Kapferer: “Private dalla vita pubblica, le comari rendevano pubblica la vita privata”.

Soluzione: “Trova il bello e il buono nelle persone… e sarai felice; valorizza ciò che le persone hanno; impara ad essere felice quando gli altri sono felici”.

Consapevolezza: “Finché tu parli degli altri non costruisci nulla per la tua vita. Più parli degli altri e più decreti il tuo fallimento perché guardi a quello che gli altri sono e non guardi a quello che tu puoi essere”.

Si racconta che Socrate, ad un amico che stava per riferirgli in gran segreto una notizia sul conto di un altro, abbia chiesto: “Hai passato la tua intenzione ai tre colini?”. Interpellato su cosa voleva dire con questa frase, Socrate spiegò:

1) Sei sicuro che la cosa che stai per dirmi è vera?

2) Sei sicuro che ciò che stai per dirmi sia una cosa buona?

3) Sei sicuro che sia proprio utile che io lo sappia?

L’amico comprese e rinunciò al suo proposito.

 

Il pettegolo esprime nelle sue parole l’invidia e la gelosia per vite di altri poiché la sua non ha valore. “Parlo male di te (questo lo dice!) perché vorrei essere come te! (questo non se lo dice)”. Dietro le sue parole c’è la frustrazione, la rabbia, per una vita non sentita come importante e significativa.

Soluzione: “Cosa fai per realizzare la tua vita? Quanta energia e tempo impieghi per trovare un senso vero alla tua vita? Tu cosa fai per avere/essere quello che gli altri hanno e che tu invidi?”.

Consapevolezza: “Dov’è l’amore qui? Dov’è la gioia qui? Quando invidi o sei geloso, di che cosa ti stai nutrendo? Che cosa stai “mangiando”? Tu cosa puoi fare per dar valore alla tua vita?”.

 

C’era un uomo che non faceva altro che giudicare e criticare gli altri: “Questo è così… quello è colà… quell’altro non capisce niente…” ecc. Un giorno andò a confessarsi dal suo prete che gli diede questa penitenza: “Ogni volta che dici una brutta cosa su qualcuno pianti un chiodo sulla palizzata”.

La settimana successiva torno dal prete. “E allora?”, gli disse il prete. “Tutti i giorni dai 60 agli 80 chiodi”.

“Adesso – disse il prete – impara a non dire nessuna maldicenza. Il giorno in cui non ne dirai più ritorna”.

Gli servì più di un anno, ma un giorno l’uomo tornò. “Adesso – disse il prete – per ogni chiodo dì una cosa buona, un complimento, un sorriso agli altri e togli un chiodo”. Gli ci vollero tre anni per togliere tutti i chiodi.

L’uomo era felicissimo: “Adesso sono a posto!”, disse al prete. Il prete gli disse: “Non ancora! Vieni con me!”.

L’uomo lo seguì e andarono presso la famosa palizzata: “Vede – disse l’uomo – non c’è più nessun chiodo”. “Bravo – disse il prete – guarda però quanti buchi sono rimasti. Impara questo: ogni maldicenza crea un buco nel cuore di qualcuno”.

 

 

Pensiero della settimana

Un giovane si avvicinò e gli domandò: “Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?”.

Il vecchio gli rispose con una domanda: “Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?”. “Egoisti, cattivi e insopportabili. Per questo sono venuto via e sono venuto qui”. Il vecchio gli rispose: “Gli abitanti di questa città sono proprio come quelli!”.

Poco dopo un altro giovane si avvicinò e gli chiese: “Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?”.

Il vecchio gli rispose con la stessa domanda: “Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?”. “Erano buoni, generosi, ospitali e onesti. Avevo molti amici e ho fatto fatica a lasciarli”. Il vecchio gli rispose: “Gli abitanti di questa città sono proprio come quelli!”.

Cosa possiamo dire sugli abitanti di quella città? Non molto.

Ma possiamo dire molto su quei due giovani!

Ognuno trova ciò che vuole trovare

e ognuno vede ciò che vuole vedere.

 

 

 

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