Io sono con te tutti i giorni

Ss. Trinita’

Domenica 27 maggio 2018

Prima lettura: Dt 4, 32-34. 39-40    Salmo: 32       Seconda lettura: Rm 8, 14-17          Vangelo: Mt 28, 16-20

 

 

Oggi la chiesa celebra la festa della Trinità. Se noi prendiamo i vangeli non troviamo questa parola. Solamente molti anni dopo (fine II secolo) si iniziò ad usare questo termine.

Gesù muore. Tutto finito? No, perché risorge. Gli apostoli nei primi anni annunciavano solo questo: “Quello che è stato crocifisso, non è morto, ma è vivo. Noi lo abbiamo veduto, incontrato; noi lo sentiamo”. Passano gli anni e la riflessione si approfondisce. Allora ci si inizia a chiedere: “Ma cosa vuol dire che Gesù è Figlio di Dio?”. E poi: “In che modo Gesù è il Figlio di Dio?”. E ancora: “E chi è Dio?”.

Per noi è verità definita e raggiunta ma all’inizio non fu così. I primi secoli furono tormentati dal tentativo di capire chi era Dio. E’ sempre così: prima si vive e poi si cerca di capire cosa si è vissuto.

C’era chi diceva: 1.“Il Padre è Dio, il Figlio (Gesù) viene dopo”. Per cui Gesù è un Dio minore. 2. Altri dicevano: “No, il Padre, il Figlio e lo Spirito sono tre modi in cui Dio si è manifestato” (per cui, ad esempio, sulla croce c’era il Padre). E’ lo stesso Dio che si manifesta in maniera diversa. 3. Altri ancora dicevano: “Gesù era solo un uomo, come tutti gli altri: poi Dio si è posato, incarnato su di lui, lo ha preso per farlo suo Figlio”. Per cui Gesù non era da sempre Figlio di Dio.

Nel 325 a Nicea ci fu un concilio dove si disse: “Il Padre e il Figlio sono della stessa sostanza”, e si usò il temine omousios che vuol dire “della stessa essenza”. Nel 381 a Costantinopoli: anche lo Spirito Santo è omousios, cioè della stessa sostanza del Padre e del Figlio.

Fu Sant’Agostino a chiarire nel “De Trinitate” la teoria della Trinità. Il Padre è l’Amore (Amans), il Figlio è l’Amato (Amatus) e lo Spirito Santo è l’Amore (Amor) del Padre e del Figlio.

In realtà per molti secoli ci furono discussioni; tutt’oggi la chiesa orientale e quella occidentale sono divise sulla teologia dello Spirito santo: tutto questo per dire la difficoltà di sondare, capire, penetrare il mistero di Dio. D’altronde come può l’uomo che è limitato, capire, comprendere (=abbracciare) il mistero infinito di Dio? D’altronde come si può parlare dell’Innominabile? Come può una goccia parlare del mare? Ne parlerà utilizzando quello che sa, quello che conosce, le immagini che ha nella sua mente.

Per questo quando parliamo di Dio tutto è mediato, parziale, vero e falso allo stesso tempo. Quando un uomo parla di Dio, se lo ascoltiamo, capiamo molto più dell’uomo che di Dio. Per questo molti mistici, molti santi, non facevano altro che lodare, cantare, far silenzio, meditare, contemplare: di Dio è molto più ciò che non si può dire che ciò che si può dire.

 

Rimane molto conosciuto il sogno di quel santo che camminando in riva al mare cercava di comprendere e di scervellarsi per capire chi fosse Dio. Ad un tratto il suo andare lungo la riva viene interrotto dall’incontro con un bambino. Il bambino che ha fatto una piccola buca, prende l’acqua del mare e la mette dentro la buca. “Che fai, bambino?”. “Metto tutta l’acqua del mare dentro questa buca”. “Ma è impossibile: non vedi che grande e immenso è il mare!?”. “E tu come pensi con la tua piccola mente di comprendere chi è Dio?”, rispose quel bambino al santo.

 

Ma allora cosa si può dire di questa festa? Si può dire qualcosa?

La festa della Trinità dice: “In Dio ci sono tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo” e tutte e tre sono Dio. Tipico di queste tre persone non è la solitudine (non sono tre dei) ma l’essere in relazione con gli altri due. Gli Occidentali dicono: “C’è chi Ama (il Padre), chi si sente Amato (il Figlio) e l’Amore (lo Spirito) che li unisce”. Gli Orientali, invece, dicono: “C’è il Padre (Padre), la Madre (lo Spirito/Ruah) e il Figlio (generato dal Padre e dalla Madre/Spirito).

 

Tutti noi facciamo questa esperienza: cos’è la cosa che più cerchiamo nella vita? L’amore!

Ma perché ci sia l’amore non bastano due persone; non basta un uomo e una donna, non bastano due amici, non basta una madre e suo figlio. Perché ci sia l’amore servono tre elementi: due persone e una relazione.

Ci sono io, ci sei tu, ma se non c’è il legame fra me e te, se non c’è una relazione, un rapporto forte e profondo, se non c’è qualcosa che ci unisce, cioè l’amore, siamo separati, lontani e non c’è neppure rapporto.

Ciò che conta in una relazione è che non ci fondiamo (io=te uguali, la stessa cosa), che non siamo separati (io=te: non c’è rapporto) e che ci amiamo (che ci sia una relazione fra di noi).

Allora la festa di oggi tenta di esprimere una verità inesprimibile: “Dio è Amore; Dio è Relazione”.

 

16Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.

GLI UNDICI=in discepoli non sono più 12 ma 11. Chi è che manca? Giuda! E… dov’è finito?

Giuda si è tolto la vita (Mt 27,3-10). Giuda, troppo attaccato alle cose, al denaro, non è riuscito a vivere la prima delle beatitudini, beati i poveri in spirito (Mt 5,3). Giuda pensava che le cose, l’esterno, lo potessero far felice. Ma le cose non ti fanno felice, se tu già non lo sei dentro.

 

Se in una coppia si uniscono i corpi ma non si uniscono i cuori dopo un po’ quella coppia muore. Se una coppia crede che un buon lavoro, una bella casa o delle cose, la renderanno felice, dopo un po’ di tempo riceverà una delusione tremenda. Se una coppia crede che l’amore sia questione di trovare la persona giusta… che amara sorpresa.

La forza di un albero sono le radici. La vita di un uomo sta nel cuore. E’ ciò che hai dentro che ti fa forte.

La forza di una coppia è far sì che i propri cuori si aprano (si raccontino i proprio bisogni, le proprie paure, i propri sogni, le proprie difficoltà) e che le proprie anime si tocchino (sentire la gioia, l’emozione, il dolore, la commozione, la felicità dell’altro).

Quando una persona pensa che l’altro lo farà felice, gli sta delegando ciò che è un suo compito. Nessuno ti può far felice se tu non lo sei. E’ ciò che hai dentro che è la tua forza.

Siamo alla sera delle nozze di una coppia di pescatori molto povera. Lui: “Giorgia, lavorerò tanto e ti prometto che mi comprerò una barca; e poi lavorerò tanto e prenderò dei dipendenti; e poi lavorerò tanto e mi farò un’azienda ittica; e poi lavorerò tanto e aprirò dei mercati anche all’estero, e lavorerò e lavorerò e, te lo prometto, un giorno saremo ricchi”. “Ma Francesco, siamo già ricchi: io ho te e tu hai in me”.

Quando le cose o il lavoro o le faccende vengono PRIMA della relazione, l’amore ha i giorni contati.

 

La domanda è: “perché Mt sottolinea che sono Undici?”. Non si poteva tacere? No. Perché quelli che sono lì hanno accettato una cosa che Giuda non ha accettato: la povertà di non poter possedere niente e nessuno. Mentre gli Undici accettano la prima beatitudine: “Beati i poveri per lo spirito”, Giuda non lo farà perché lui era nell’attaccamento (dei soldi: Mt 28,13: “Questo mi volete dare perché io ve lo consegni’”).

L’attaccamento impedisce di vedere il Signore.

Se tu sei attaccato al tuo compagno non puoi vedere quanto ti vuole bene, quante attenzioni ha per te, quanto porta pazienza e quanto ti viene incontro. No, tu vedi solamente che lui non c’è sempre, solamente la volta che esce con gli amici o che non la pensa come te e glielo rinfacci.

Se tu sei attaccato alle quattro certezze che hai ricevuto, non puoi godere delle nuove scoperte scientifiche, delle nuove evoluzioni della scienza e della vita, perché perderesti le poche certezze che hai.

Se tu sei attaccato a te (e non pensi che solo a te e non vedi solo che te), non puoi gustare il sole del tramonto o il piacere del silenzio o lo stupore di un bambino. Tu non lo vedi, perché tu vedi solo te.

L’attaccamento distrugge le persone, le relazioni e ti impedisce di vedere il Signore. L’attaccamento uccide, esattamente come Giuda (Mt 27,3-10). E pensare che ci sono alcune persone che chiamano l’attaccamento “amore” (“Se mi amassi saresti con me; se mi amassi non faresti così; se mi amassi ti sacrificheresti per me, ecc)!

 

ANDARONO IN GALILEA=per tre volte in Mt 28 c’è l’invito di andare in Galilea dopo la sua resurrezione. Ma cosa ci sarà mai di così interessante, visto che solo lì lo possono vedere? Innanzitutto ci servono quattro giorni per arrivarci: perché devono fare quattro giorni di viaggio per “vedere” il Signore? Perché appare solo lì? Perché tutta questa strada? E’ chiaro che là ci deve essere qualcosa di importante!

E poi, in Galilea dove? Come dire: “Vai in Veneto e lì mi vedrai!”. Sì, ma in Veneto dove? Il Veneto è grande! A Padova? A Venezia? Ad Asiago? A Sottomarina? Dove?

In Galilea Gesù era stato accolto, in Giudea Gesù era stato ucciso. Dire la Galilea non è quindi dire un luogo, ma un modo d’essere. Galilea è dire: “Io ti accolgo Gesù per quello che tu sei”.

 

SUL MONTE INDICATO=”il monte” (lett.), c’è l’articolo determinativo, non un monte.

La Galilea è una zona montagnosa e di monti ce ne sono molti: ma questo è “il monte”.

Ma Gesù non ha indicato nessun monte! Dove ritroviamo “il monte”? In Mt 5,1 quando Gesù proclama le beatitudini “sul monte”. Perché allora bisogna “andare in Galilea sul monte”? Perché quel monte è il monte delle beatitudini e le beatitudini sono il centro del messaggio di Gesù. Per vedere, fare l’esperienza del Risorto, bisogna porsi nell’atteggiamento delle beatitudini.

Allora gli Undici non fanno un pellegrinaggio in Galilea o in Terra Santa. Che Gesù si mostri sul monte delle Beatitudini e solo lì, vuol dire che per vederlo bisogna vivere secondo le beatitudini, altrimenti non lo vedrai mai (per questo Giuda non può vederlo)!

Cosa dicono le beatitudini? Dicono: “Che tu abbia un cuore grande e sensibile in modo da poter sentire cosa gli altri vivono: un cuore povero da pretese verso gli altri; un cuore che sa sentire la sofferenza, l’afflizione degli altri anche se dicono: “tutto bene!”; un cuore che ha fame e sete di giustizia, cioè di cose vere e profonde; un cuore misericordioso, pieno d’amore invece che di rabbia, collera, invidia e possesso; un cuore puro che sa vedere oltre e dietro l’apparenza e ciò che sembra; un cuore che opera per la pace, per unire, costruire, non per la guerra, dividere e distruggere; un cuore che segue la sua missione, passione anche se perseguitato, ostacolato o deriso.

Se vivi così, se sali sul monte del cuore, allora tu vedrai il Signore. Se vivi così, la Sua visione non è qualcosa accaduto solo duemila anni fa, ma qualcosa che anche tu puoi fare. Se tu vivi così senti un’energia, una bellezza, una gioia, una vitalità, che sentirai il Signore.

 

17Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.

VEDERE=orao. Vedere in greco si dice in vari modi. Questo “vedere” non indica la vista fisica ma la vista interiore, riguarda la fede, i puri di cuore.

Orao indica una profonda esperienza interiore: non è un vedere fisico ma interiore. Non si tratta di un vedere da riprendere con la telecamera, ma di quel “vedere” del cuore tipico delle beatitudini. Gesù non dice: “Voi mi vedrete (fisicamente)…” ma: “Le vostre anime mi possono vedere”.

 

PROSTRARONO=perché si prostrano? Perché riconoscono in Gesù qualcosa di diverso. Gesù non è più o solo il Gesù terreno; Gesù, adesso, è Dio. Vedono il lui la pienezza divina. Per questo si prostrano (ci si prostra solo di fronte a Dio; cfr Trasfigurazione).

 

DUBITARONO=(distazo) proprio adesso che lo vedono dubitano: ma che strano!

Nelle vecchie traduzioni c’era scritto: “Alcuni dubitavano”, perché era proprio brutto pensare che in una situazione così tutti dubitassero. Cosi si aggiustò il testo dicendo: “Alcuni”. Ma non è che alcuni dubitano: dubitano tutti.

Ma di che cosa dubitano? Non che sia resuscitato: lo vedono! Non che in Gesù ci sia la condizione divina: si prostrano! E allora di che cosa?

 

L’unica volta che ritroviamo il verbo distazo (=dubitare) da un’altra parte è in Mt 14,22-33 (Mt 14,31: quando Pietro chiese di camminare sulle acque Gesù gli disse: “Uomo di poca fede perché hai dubitato (distazo)”.).

Lì c’è l’episodio dove Gesù cammina sulle acque e anche Pietro ci prova. Banalmente noi pensiamo che Pietro, antesignano dei nostri sport, facesse un po’ di sci d’acqua. Ad un certo punto gli è presa, anche a lui, la voglia di camminare sopra il mare (camminare sopra le acque, per l’A.T. è un potere solo di Dio)! Ma non è così!

Secondo l’A.T. camminare sulle acque era una prerogativa esclusiva di Dio. Se Gesù cammina sulle acque vuol dire quindi nient’altro che Gesù è Dio (perché solo Dio poteva fare questo). Anche Pietro vuole camminare sulle acque, ma, vedendo il vento contrario, cominciò ad affondare. Pietro pensava che la condizione divina si ottenesse facilmente. Solo che scoprì che non era proprio così. Per ottenere la condizione divina, Pietro dovette rinunciare a tutte le sue idee, alla sua reputazione, all’accettazione sociale.

Ebbene lì, in quell’episodio, quando Pietro sta per affogare e chiede aiuto, Gesù cosa gli dice? “Perché hai dubitato (distazo), uomo di poca fede?” (Mt 14,31). E’ è lo stesso verbo. Lì Pietro dubita ma non di Gesù (visto che ci aveva provato non dubitava) ma di sé stesso: aveva dubitato di sé, di poter ottenere ciò che Gesù già aveva e che aveva promesso anche a lui.

 

Allora, qui di che cos’è che dubitano gli Undici? Di se stessi. Si chiedono cioè: “Ma noi saremmo mai capaci di ottenere la condizione divina? Se Gesù l’ha ottenuta solo attraverso la Croce, noi ce la faremo a fare altrettanto? E bisogna per forza passare per la Croce?”.

Dubitano di se stessi, dubitano di potercela fare, dubitano di riuscire a fare come Gesù, dubitano di poter aver la forza che Lui ha avuto. Non sanno se saranno capaci di affrontare le difficoltà, le prove, l’opposizione, come Gesù.

I discepoli non dubitano del Signore; dubitano di sé: “Ce la farò?; e se avrò una malattia perderò la fede?; e se poi prenderò paura?; e cosa mi accadrà?; e ne vale la pena?; avrò la forza poi per andare avanti?; ne ho le capacità; ma io posso fare questo?; ne sono capace?; ma io non valgo tanto!”.

 

Quando un uomo dubita di sé: “Non ci riuscirò… non ce la farò… è troppo per me… mi piacerebbe…”, certamente non ci riuscirà. Non si può ottenere una cosa in cui non si crede.

Si pensava che nessuno potesse scendere sotto i 4 minuti nel miglio. Era stato addirittura confermato da ricerche cardiologiche. Ma Roger Bannister lavorò sull’allenamento e soprattutto sulla sua mente (“si può scendere”) e nel 1954 ci riuscì. Ma la cosa incredibile è che l’anno successivo ci riuscirono altri trecento atleti!

Il giorno dell’uscita viene un ragazzo con il proprio genitore. I bagagli sono pronti e il ragazzo, di nove anni, è deciso a venire all’uscita di due giorni. Saluta il genitore e sta per salire in pullman. Il genitore gli dice: “Sei sicuro di voler andare via?”. “Sì!”. “Ma non è che poi ti senti solo?” (insinuazione del dubbio). “No, non credo papà!”. “Va bene, allora vai. Sei proprio sicuro allora che non vuoi rimanere a casa?” (il ragazzo inizia a tentennare). “Credo di sì, non sono sicuro, sicuro”. “No, perché se non sei sicuro lo sai che puoi rimanere a casa con me”. “Forse mi sa che è meglio papà”. “Fai come vuoi, sai che io ti lascio libero; se vuoi andare vai; se vuoi per sicurezza rimanere a casa con me, rimani a casa”. Il ragazzo è rimasto a casa. Cos’è successo? Il ragazzo non aveva dubbi. Ma il genitore glielo ha insinuato: “Non è che non ce la fai?”. E il ragazzo, accettando l’insinuazione, ha materializzato il dubbio: “E’ vero, non ce la faccio!”.

Il dubbio incrina il senso del nostro valore. Il dubbio è quella voce sottile ma terribile che ti dice: “Non ce la farai; è troppo per te; non hai le forze; ma chi ti credi di essere?; mollerai, ecc”. Il dubbio è l’arma che spezza il nostro valore, i nostri sogni e i nostri slanci.

Un ragazzo è stato chiamato ad un provino calcistico da una squadra di serie A: “Sai come ci starai male se poi non passi?”. E non ci è andato. Lascialo provare! Come tagliare le ali ad un aquila!

Albert Einstein fu bocciato in terza media in matematica (dico: Einstein!). E i professori gli dissero: “Non ce la farai mai!”. E lui, infatti, non imparò mai quella matematica, ne inventò un’altra.

Fate questo esperimento: vi mettere d’accordo fra il gruppo di amici e il giorno in cui vi ritrovate, scegliete uno e tutti gli date lo stesso messaggio contrario a quello che lui vive. Facciamo ad esempio l’ipotesi che il vostro amico sia proprio felice e stia bene. Arriva uno e gli dice: “Ma che faccia brutta che hai oggi!”. Poi dopo un po’ un altro gli dice: “Ma stai male, cosa ti è successo?”. Poi un altro: “Ma sei ammalato, sei pallido!”. E via dicendo. Dopo un po’ il vostro amico si sentirà davvero male.

 

La fede non dubita. La fede dice: “Abbiamo un problema: troviamo il modo di affrontarlo”. Non mettete mai in discussione il vostro amore.

Quando Ferdinando Magellano disse che avrebbe voluto circumnavigare la terra: “Impossibile!”. “Impossibile perché nessuno non lo ha mai fatto prima. Quando l’avrò fatto sarà possibile”.

Invece di dire “impossibile” trovate il modo per affrontare la difficoltà. Questa è fede!

 

18Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo,

MI E’ STATO DATO OGNI POTERE IN CIELO E SULLA TERRA= Gesù, cioè, rimane il loro maestro. Lo era in vita (in terra) e lo è anche adesso (in cielo). l’autorità di Gesù riguarda la terra e la sfera divina.

ANDATE=i discepoli non hanno capito niente di Gesù, lo hanno abbandonato e lasciato solo al momento della croce, Pietro lo ha rinnegato, Giuda lo ha tradito e nonostante tutto Gesù li manda. Gesù li manda anche se sono così. Dio non aspetta che siano perfetti. Non aspetta che abbiano una fede forte, che siano solidi e sicuri, che siano convinti del tutto. Anche se sono così, li manda. Gesù, invece di mandarli ad un corso di ripetizione, li prende così come sono. Gesù crede in loro.

Gesù quando guardava quei poveracci di discepoli avrebbe ben potuto dire: “A posto! Siamo proprio messi bene qui! Guarda che allievi che ho! Ma dove vuoi che andiamo con questi qui!”. E invece no! Lui credette in loro… e ci volle in effetti una grande fiducia! Ma ebbe ragione.

Quando uno viene e mi dice: “Io non ce la faccio”, io gli dico: “Tu ce la farai… e io lo so che ce la farà. Adesso dobbiamo solo trovare insieme il modo per arrivarci”.

Se ci credete gli fate il regalo più grande della vita, perché gli state dicendo: “Io vedo il tuo valore, io vedo la tua forza; tu sei buono, tu sei positivo, tu puoi riuscire nella tua vita”.

Questo è vincente: credere nell’altro. Se io credo davvero in te, tu lo sentirai e un giorno lo sarai.

 

Robert Rosenthal molti anni fa fece questo esperimento. Prese dei nominativi a caso di ragazzi e disse ai nuovi insegnanti che questi sarebbero “sbocciati” intellettualmente nei mesi successivi. Ovviamente i ragazzi non sapevano niente di tutto questo e neppure gli insegnanti sapevano niente dell’esperimento.

In test successivi i ragazzi davvero “sbocciarono” e avevano risultati effettivamente migliori degli altri.

Ma cos’era successo allora, visto che i ragazzi erano ignari di tutto? Che gli insegnanti, guardandoli sotto la nuova lente (“ragazzo che sta per sbocciare”) si rapportavano a loro credendo in loro e mandando messaggi positivi e di fiducia a questi ragazzi, i quali rispondevano ai messaggi di fiducia degli insegnanti con prestazioni migliori.

E’ incredibile? No, è ciò che succede sempre: se tu credi in me, io crederò in me.

 

David Rosenhan nel 1973 fa questo esperimento: fa ricoverare degli individui perfettamente sani in 12 diversi ospedali psichiatrici con la motivazione (falsa) di sentire delle voci inesistenti.

Quindi vengono ricoverati come matti. 1. Non lo erano; 2. tutte le persone agirono perfettamente da persone normali (com’erano). Ebbene: nessuno degli operatori né tanto meno i medici si accorse della loro normalità. Gli unici che sospettarono che fossero sani furono gli altri pazienti matti!

Com’è possibile? Per gli operatori e per i medici erano matti: il resto non lo videro. Credevano in quello e per loro erano così. Quello che tu vuoi che sia, è. Se tu non credi in tuo figlio, lui non crederà in sé.

Amare mio figlio è credere dentro di me e dirmi: “Diverrà grande… si realizzerà… lascerà questa casa e me… non avrà più bisogno di me perché sarà autonomo… sarà felice più di me”.

 

Quando stasera andate a casa dite a vostra moglie/marito: “Io credo in te. E poiché io ti amo, sarò a tuo servizio perché tu sia felice e pienamente te stessa”.

E poi dite ai vostri figli: “Io credo in te. Poiché, caro figlio, ti amo, voglio che tu possa fare la tua strada, la tua casa e la tua vita, perché io credo in te”.

L’amore è questo: “Credo in te, aldilà dei tuoi sbagli, aldilà di ciò che fai, aldilà di ciò che si vede. Credo nella luce… nella vita… nella bellezza… che c’è in te, anche se adesso non si vede.

E poi dite a voi stessi: “Io credo in me. E smetterò di buttarmi giù… di dirmi che non ce la faccio… che non so come gli altri… che io non posso di accusare gli altri… E poiché credo in me diventerò la cosa più bella che posso! E lo sarò!”

Sul muro di una cantina della città di Colonia, dove alcuni ebrei si erano nascosti durante la guerra nella speranza di scampare alla catastrofe, è stata trovata questa scritta: “Credo nel sole, anche quando non splende; credo nell’amore, anche quando non lo sento; credo in Dio, anche quando tace”.

La madre di Michelle Noel, famosa insegnante di Pnl, era sfiduciata. Studiava osteopatia, aveva 65 e diceva: “Come farò a ricordarmi tutti gli ossicini, i legamenti, i nervi, l’anatomia”. Sua figlia, Michelle: “Ce la farai e io ti insegnerò anche come”. Si è diplomata a 72 anni. Ora studia astrologia.

Amare è credere nell’altro, in ciò che è e in ciò che può essere. E se tu credi in lui questo passa.

 

Ma dov’è ora questo potere? Negli apostoli! Per questo li manda! Gesù è Gesù, Marco è Marco, Chiara è Chiara: hanno nomi diversi ma lo stesso potere. Ce lo dice lui! E poiché io ho lo stesso potere di Gesù, che si chiama Spirito, posso fare quello che ha fatto Lui (“e anche cose più grandi” dice Gv). E’ difficile da credere ma è così!

 

DISCEPOLI TUTTI I POPOLI=etnè sono le nazioni pagane, quindi le popolazioni emarginate, disprezzate. Allora gli esclusi dall’amore di Dio, anch’essi devono ricevere l’amore.

Cosa pensavano gli ebrei? La verità (Dio) ce l’abbiamo solo noi. Gesù è solo nostro. Ma Gesù, invece dice: “No, andate da tutti e inzuppate tutti d’amore”: Dio non è solo del popolo eletto, ma ogni popolo è eletto da Dio. Allora: l’amore di Dio è proprio per tutti.

Una volta si diceva: “Bisogna battezzare, convertire i pagani, parola di Gesù”. Ma non bisogna convertire nessuno, perché questo convertire è imporre, è calpestamento delle tradizioni e delle culture. Ma se, invece, è un bagno d’amore, allora sì che tutti ne hanno bisogno (perdono, misericordia…). Gesù non li manda a portare una dottrina ma un’esperienza: un bagno d’amore. Le persone non si convertono con le minacce, con i castighi e con la paura, ma con l’amore. Perché l’amore è libertà.

 

BATTEZZANDOLI=non è un rito liturgico quello che Gesù chiede! Battezzare (baptizein) significa immergere, inzuppare nell’acqua.

Solo che nel vangelo Gesù mai battezza nell’acqua. Gesù, se battezza, è nello spirito.

Battezzare vuol dire immergere, impregnare: qui non si tratta di un rito (“tutti devono essere battezzati altrimenti non sono salvi”, con il grande problema poi dei bimbi non battezzati!), ma di un’immersione in Dio (Padre, Figlio e Spirito Santo). Il Padre è l’Amore; il Figlio è l’Amato; lo Spirito è l’Amore.

L’esperienza della Trinità è l’esperienza dell’amore massimo e incondizionato. Nessun rito di battesimo, ma un bagno d’amore che ti avvolge dappertutto e in ogni parte. Essere immersi in Dio vuol dire fare una così profonda esperienza di Dio, d’Amore.

Giobbe (42,5): “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono”.

Una bambola di sale cercò per tutta la vita il mare. Un giorno vi arrivò: “Chi sei?”, chiese la bambola. “Entra e vedrai”, rispose il mare. Entrò e non fu mai più la stessa perché si sciolse nel mare: adesso sapeva chi era.

Quello che era il bagno in un’esperienza profonda (e quando si fa il bagno si è tutti immersi nell’acqua, totalmente, in ogni parte) è diventata il suo contrario. Noi preti a volte abbiamo tradotto: “Sacramenti, battezzare, dottrine, riti, messe”. Ma in realtà qui Gesù voleva dire: “Immergeteli nell’Amore”.

 

Cosa succede al Battesimo di Gesù (Mt 3,13-17)? Succede che Gesù fa l’esperienza di essere amato.

Lì si aprono i cieli (=la comunicazione con Dio ripristinata), lo Spirito discende come una colomba (=era un modo per dire “per sempre”, come l’amore della colomba per il suo nido) e una voce: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto”.

Essere battezzati, allora, non ha nulla a che vedere con il sacramento del Battesimo. Essere battezzati non è essere iscritti nel registro cristiano come appartenenti alla chiesa cattolica ma fare, vivere, l’esperienza di essere amati e di essere i prediletti di Dio.

Se tu senti quest’amore, se quest’amore ti entra dentro, se ti lasci inondare da quest’amore, cos’accade nella tua vita? Accade che tu diventi potente, forte, coraggioso, hai la Sua Forza in te.

Vi siete mai chiesti perché gli apostoli (gente vigliacca prima della morte di Gesù) poi andarono in tutto il mondo senza più paura? Perché sentivano l’Amore dentro di loro. Questa era la loro forza. Vi siete mai chiesti come certi personaggi, Madre Teresa, Francesco, Antonio da Padova, facessero tutto quello che facevano? Si lasciavano amare e la potenza di Dio viveva in loro.

Era il loro segreto: non erano personalità forti o speciali ma la loro forza e il loro potere erano il lasciar vivere, il lasciar sprigionare la Forza di Dio in loro. Per questo erano irresistibili.

Quando vivi così, allora, la tua vita cambia (ecco il battesimo). Il battesimo è il segno di questo cambio: ho incontrato l’amore di Dio, la sua Potenza, io non sono più lo stesso; io non sarò mai più come prima, io sono un uomo diverso.

 

 

NEL NOME DEL PADRE, FIGLIO, SPIRITO SANTO=il nome significa la persona. Battezzare nel nome del Padre, Figlio e Spirito Santo, non significa fargli il segno della croce, ma battezzare come Gesù ha fatto.

Perché si poteva battezzare anche in altri mondi, ad esempio come faceva il Battista (Mt 3,6), che era un battesimo completamente diverso da quello di Gesù. Il Battista diceva: “Convertiti dai tuoi peccati e come segno del tuo cambiamento battezzati”.

Gesù però non dice così: “Io ti amo: vuoi il mio amore?”. Non c’è nulla da fare, ma solo da accogliere e ricevere l’amore di Dio. Questo è il suo battesimo. Con Giovanni tu devi fare, cambiare, convertirti e allora puoi ricevere il battesimo. Il battesimo è segno di quello che tu fai per Dio (conversione). Ma con Gesù no: il battesimo è il segno di quello che Dio fa con noi (ti ama senza condizioni).

 

Questa frase è molto importante. Battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, non è fare seguaci, convertirli tutti, portare la verità, riempire i registri dei battesimi, contare quanti siamo, essere felici perché si è più delle altre religioni o tristi perché qualcuno ci ha superato, fare proselitismo, conquistare potere o regioni di altri.

Gesù non lascia libri sacri, non pubblicizza un marchio confessionale, non redige una costituzione né un trattato di cose da fare, non crea preghiere e cose da dire (l’unica preghiera, il Padre Nostro ha due versioni!), non istituisce incarichi gerarchici, non ordina sacerdoti, non promulga dogmi.

Se non l’ha fatto (e tutto questo c’era già al suo tempo e quindi lo conosceva bene!) è perché non l’ha voluto, perché sapeva il rischio e il pericolo.

Ora tutti sappiamo che è necessaria un po’ di organizzazione, di struttura, per fare qualsiasi cosa. E’ uno strumento per annunciare il messaggio. Ma quando lo strumento nasconde il messaggio allora è uno strumento che non serve: lo strumento deve esaltare il messaggio!

Se stiamo facendo un concerto con xilofono, cetra e arpa e arriva la batteria, questa rovina tutto. Non si sente più nulla. La struttura, l’impianto, la forma (necessaria perché ci sia un contenuto, come un bicchiere è necessario per contenere l’acqua), se distrugge il contenuto allora è inutile e anzi dannosa: Gesù, allora, non ha fondato una religione ma una spiritualità.

Gesù ha mandato i suoi apostoli e tutti noi ad amare il mondo (inzupparli d’amore). La preoccupazione non è più se le chiese sono piene o vuote ma se la gente si senta amata da Dio. Perché se le chiese fossero piene ma non si sentissero amati da Dio… non servirebbe!

Allora qui non si tratta, come a volte c’è stato detto, di fare discepoli, cioè seguaci, cristiani. Ma si tratta di far fare ai pagani, cioè a quelli emarginati, lontani, esclusi, un’esperienza: che anche loro sono amati da Dio. Che anche sappiano che Dio non è qualcuno che chiede ma qualcuno che dà, non è qualcuno da servire con riti o preghiere ma qualcuno che ci serve e che ci ama.

 

20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

INSEGNANDO=è la prima volta che nel vangelo di Mt Gesù autorizza i discepoli ad insegnare. Finora chi è che aveva insegnato? Gesù! E dove ritroviamo questo stesso verbo (didasko)? Lo ritroviamo proprio prima delle beatitudini (Mt 5,2: “Prendendo allora la parola insegnava loro dicendo…”).

Quindi i discepoli adesso vanno ad insegnare ciò che hanno imparato: le beatitudini, ad avere cioè un cuore grande, sensibile, vivo, capace d’amare e di emozionarsi, non una dottrina o un credo.

TUTTO CIO’ CHE VI HO COMANDATO=comandare=entello; entolè (=comandamento) è il sostantivo che si ritrova solamente da un’altra parte in Mt: nelle beatitudini. In Mt 5,19-20 si dice: “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti (entolè) e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli”.

Allora, che cosa ci ha comandato Gesù? Le beatitudini! Ma le beatitudini si possono comandare? No! Le Beatitudini sono una possibilità di vita, dove vivendo così, cioè nell’amore (misericordia, perdono, accettando la diversità, ecc) tu sei felice.

Allora qui Gesù dice: “Vivete secondo lo spirito delle beatitudini: 1. Non attaccatevi alle cose né alle persone; 2. Abbiate sempre un cuore vivo; 3. Vivete di amore (misericordia)”. Chi vive così è pieno, inzuppato, d’amore: ne ha così tanto che non può che non trasmetterlo. Chi vive così è felice! Quindi non c’è nessuna dottrina da insegnare, nessun decalogo, nessuna serie di leggi o di decreti o di dogmi: si tratta di portare quell’amore per cui le persone si sentano piene, inzuppate d’amore.

 

ECCO IO SONO CON VOI TUTTI I GIORNI=come aveva iniziato Mt il suo vangelo? Proprio con questa espressione: “l’Emmanuele, che significa il Dio con noi” (Mt 1,23).

 

Perché Lui è con noi? Lui è con noi per amarci, perché non ci possiamo sentirci mai soli, perché con Lui possiamo sentire la Forza che abbiamo dentro, il Coraggio, la Fiducia. Come in vita ci ha serviti con la lavanda dei piedi, così adesso continua a farlo con lo Spirito.

 

Quando hai paura: “Io sono con te”; quando ti senti solo: “Io sono con te”; quando nessuno è con te: “Io sono con te”; quando ti vergogni di te: “Io sono con te”; quando senti di non avere le forze, quando ti vien da gettare la spugna: “Io sono in te”; quando ti dici: “io non ce la faccio più”, ricordati: “Io sono con te”; quando non sai dove trovare la forza, ricordati: “Io sono qui dentro di te”; quando non sai più dove aggrapparti, cosa fare o dove sbattere la testa, ricordati: “Io sono in te”.

In ogni situazione ricordati sempre: “Io sono con te tutti i giorni”. Non ci sarà mai un giorno della tua esistenza in cui tu sia solo o abbandonato. Lui è e sarà sempre con/in te.

Quando il Signore disse a Mosè: “Ora va’! Io ti mando dal faraone per far uscire il mio popolo dall’Egitto”, Mosè gli disse: “Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti”. Cioè: “Ma sei matto Signore! Ma io sono nessuno; è una cosa impossibile! E’ una pazzia!”.

Ma il Signore gli disse: “Io sarò con te”. Così fece e così fu.

 

FINO ALLA FINE DEL MONDO=mondo è “eone” (la traduzione è sbagliata). Non è la fine del mondo ma la fine del tempo; non si tratta di una scadenza. Gesù non ci mette paura con la fine del mondo. Gesù assicura che se uno vive così (cioè secondo lo spirito delle Beatitudini) Lui sarà con noi “per sempre”. Non è quindi una scadenza ma una qualità della presenza di Gesù.

 

Ma com’è che Gesù è con noi? Fisicamente Gesù c’è? No! Se gli chiediamo qualcosa (che ci dia soldi, salute, lavoro) lui risponde sempre? No. E, allora, come c’è? Lui c’è sempre con noi… ma non sempre come noi vogliamo.

 

Due giovani si sposano. Lui è molto legato a sua madre e deve dire a sua madre: “Mamma, adesso la mia compagna viene prima di te”. Dov’è qui Dio? Dio è il coraggio di dirlo, anche se questo può creare delusione alla madre. Non si può fare una nuova famiglia se si è ancora dentro a quella precedente.

Lei non riesce a lasciarsi andare nella sessualità. Ma ha paura di parlarne, non ne ha mai parlato e poi si vergogna. Sembra che per gli altri tutto sia a posto e lei l’unica! Dov’è qui Dio? Dio è la Forza che c’è dentro di te per affrontare la questione, anche se è difficile.

Un uomo soffre di attacchi di panico e non riesce a stare a casa da solo. Dov’è qui Dio? Dio è la Luce per vedere cosa c’è nell’animo di quest’uomo, anche se fa paura vedere ciò che c’è da vedere.

Una ragazza ha perso la madre di 40 anni. Dov’è Dio qui? Dio è la Consolazione, il Conforto, che le permette di non disperarsi e di accettare una cosa così dolorosa.

Un ragazzo, dopo 8 anni di fidanzamento, deve dire alla sua ragazza che non la ama più. Dov’è Dio? Dio è il coraggio di dire una cosa così dura ma vera.

Durante la guerra il Duomo di Colonia viene bombardato e il Cristo cade e si rompono le mani e i piedi. Allora viene raccolto dalle macerie e il parroco ci mette un cartello: “Dio non ha mani se non che le nostre mani (per fare, costruire, realizzare, cambiare), Dio non ha piedi se non che i nostri piedi (per andare, incontrare), Dio non ha cuore se non che il nostro cuore (per amare questi uomini e questo mondo).

Un giorno un uomo, inviperito dopo aver ascoltato il telegiornale, nella sua preghiera si rivolge a Dio: “Senti un po’ Signore, ma che fai Tu? Che fai per i bambini che muoiono di fame? E per tutte quelle persone innocenti uccise e che non c’entrano niente, che fai tu? E per tutta questa ingiustizia, tu che cosa hai fatto?”. Allora Dio: “Mi chiedi, che cosa ho fatto io?”. “Sì, proprio questo!: che cosa hai fatto tu?”. “Ho fatto te”.

 

Lui è sempre con noi come forza, coraggio, luce, energia, vitalità, fiducia, perdono, compassione…: poi tocca a noi attingere al Dio che è sempre con noi dentro di noi!

Non è meraviglioso che qualcuno stia con noi, sempre, in ogni momento: non è questo l’amore!?! Anche gli Apostoli, all’inizio, avevano questa sensazione: “Gesù non c’è più con noi… e adesso?”. Solo che gli Apostoli scoprirono che Gesù, anche se non c’è più fisicamente, c’è in un altro modo. La sua morte non è una separazione ma la sua presenza in un altro modo. Non c’è più il corpo ma la sua forza; non puoi più toccarlo ma puoi sentirlo interiormente.

 

 

Pensiero della settimana

 

Se la sofferenza ti ha reso cattivo

allora l’hai sprecata.

 

 

 

 

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