Da madre a discepola

SANTA FAMIGLIA

Domenica 31 dICEMBRE 2017

Prima lettura: Gen 15, 1-6  Salmo: 104  Seconda lettura: Eb 11, 8. 11-12. 17-19  Vangelo: Lc 2, 22-40


 

 

Il vangelo precedente a questo (2,1-21) narra la nascita di Gesù e la festa celeste con pastori, angeli e Gloria. Nonostante ciò che è successo (e ne erano successe di cose e di segni!) osservate: Maria e Giuseppe sembrano quelli di prima. Sembra che tutto ciò che è capitato non li abbia minimamente toccati. Ma non hanno capito chi è quel Figlio? Ma non ha capito Maria le parole dell’angelo? E Giuseppe non ha capito quel sogno? No!

Infatti cosa fanno? Siccome erano stati educati all’obbedienza della Legge, siccome da che mondo e mondo si è sempre fatto così, loro continuano a fare così. Quindi portano Gesù, colui che è venuto a rompere con la tradizione e con il passato, a sottomettersi alla tradizione e a diventare figlio di Abramo (lui che è Figlio di Dio!). Otto giorni dopo la nascita, infatti, lo portano nel tempio per la circoncisione (2,21).

 

L’abitudine è una sicurezza: sai una cosa, la conosci, la fai e sai di essere capace di farla così e questo ti dà sicurezza. Perché cambiare? L’abitudine, in fin dei conti, ci semplifica la vita. Ma quando l’abitudine diventa senza senso, allora è inutile. Non è più un’abitudine, diventa una prigione.

Siamo in un negozio. Una donna sulla sessantina si sta provando una maglia. Tutte le volte precedenti, si è sempre provata la maglia che le piaceva. La commessa le dà una maglia della sua taglia ma di un altro colore. Allora lei dice: “Ma a me non piace questo colore!”. “Sì, lo so signora, ma è solo per vedere se la taglia è quella giusta. Poi vado in magazzino e gliene porto una del colore che piace a lei”. “Ma non mi piace questo colore!”. “Sì, ho capito… Le sta bene, signora?”. “Non saprei dovrei vedermela con il mio colore!”. Non c’è stato verso! Per lei le cose andavano fatte: prima a, poi b e poi c, e non c’era verso di poter variare la successione (es. b-a-c).

Ad un amico: “Ti insegno una strada più veloce: se fai questa risparmi almeno un quarto d’ora”. “Ma io ho sempre fatto l’altra”. “Ma questa è più veloce”. “Preferisco di no perché non la so!”.

Tutti gli anni si festeggia il Natale insieme. Un anno, una figlia, sposata e con tre figli, poiché stava vivendo una certa distanza dal marito, ha deciso di passare il tempo di Natale con la sua famiglia per ritrovarsi un po’. Lo spiega alla madre, ma questa dice: “Ma abbiamo sempre mangiato insieme: io, tuo padre e voi quattro figli!”. “Sì, lo so mamma, ma quest’anno, come ti ho spiegato, ho bisogno di stare con la mia famiglia”. “E non pensi a noi?”. Fatto sta che, offesa, la madre non ha più parlato alla figlia.

Giorno della Prima Comunione: con gli altri figli si era fatto il pranzo con parenti, ma con l’ultimo, papà e mamma, decidono di fare solo una pizza fra di loro. La madre del papà: “Come mai niente pranzo?”. “Quest’anno festeggiamo fra di noi!”. “Ma si è sempre fatto così!”. “E quest’anno si cambia!”. “Ma ti ho fatto del male, che non mi inviti?”. Impensabile cambiare!

Molte persone alla domanda: “Perché lo fai?”, vi risponderanno: “Perché si è sempre fatto; perché l’ho fatto anche l’anno scorso; perché lo fan tutti; perché di sì (ma che risposta è!?)”. Abitudine, abitudine, abitudine!

C’è un uomo che si crede un topo e per questo rimane sempre chiuso in casa perché fuori ci sono i gatti. Così fa tutta una serie di sedute dallo psichiatra. Al termine l’uomo sembra veramente guarito: “Chi sei tu?”. “Sono un uomo!”. “Sei un topo, tu?”. “No, io sono un uomo!”. Così l’uomo ritorna a casa, ma non esce. Allora lo psichiatra lo richiama: “Ma cosa sei tu?”. “Non sono più un topo, dottore, io sono un uomo!”. “E perché, allora, non esci di casa?”. “Perché non so se il gatto lo sa!”.

 

Cosa succede, allora? Quaranta giorni dopo la circoncisione Maria e Giuseppe salgono al tempio per due distinte prescrizioni della legge (tutto quello che hanno vissuto prima sembra totalmente sparito!): la purificazione della madre (Lv 12) e il riscatto del figlio primogenito (Es 13,1-2).

  1. Il Lv (12,4) prescriveva che, dopo la circoncisione del bambino, la madre restasse ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue. Questo era obbligatorio: per quaranta giorni la donna, essendo impura, non doveva toccare alcuna cosa santa e non doveva entrare nel santuario. Compiuti i quaranta giorni saliva al tempio e offriva un agnello (per i più ricchi) o un colombo o una tortora in sacrificio del peccato.
  2. Dopo la purificazione della madre vi era il rito del riscatto del bambino, perché ogni primogenito era del Signore. Si offrivano cinque sicli d’argento (Nm 18,16), una ventina di giornate lavorative, per riscattarlo (Lc non menziona però questo rito: come a dire che Gesù non viene riscattato perché appartiene già al Padre). Maria e Giuseppe, però, possono permettersi solo un paio di colombi o di tortore.

Maria e Giuseppe fanno tutto secondo la Legge religiosa. Lc lo sottolinea nominando per ben cinque volte la parola “Legge” (2,22.23.24.27.39). È difficile staccarsi dalle tradizioni impostateci. È difficile seguire la propria strada seguendo il proprio cuore; è difficile dar voce a ciò che si sente dentro; è difficile prendersi le responsabilità delle proprie scelte. È difficile staccarsi da ciò che ci hanno trasmesso i nostri padri, da quello che si è sempre fatto, da ciò che tutti fanno. Anche Giuseppe e Maria, con tutto quello che avevano visto, nel profondo, all’inizio sono rimasti tali e quali.

 

Ad un certo punto arriva un personaggio strano: Simeone (che vuol dire “Yahwè ha ascoltato”). Non è detto che fosse vecchio. Si dice che era un uomo giusto e timorato di Dio. Potrebbe far pensare ad un sacerdote, anche se si dice che lo Spirito Santo era sopra di lui (nei vangeli i sacerdoti non hanno mai lo Spirito Santo!). Simeone non è un sacerdote ma un profeta, non un uomo del culto ma della vita.

Maria e Giuseppe dovrebbero trovare un uomo della Legge per riscattare il primogenito. Invece, trovano un uomo dello Spirito. Le sue parole non riportano nessuna regola o prescrizione: sono parole piene di vita.

Maria e Giuseppe sono attoniti di fronte alle parole di Simeone: già i pastori avevano parlato di un “salvatore” (2,18), già l’angelo aveva parlato di lui a Maria come il Figlio dell’Altissimo (1,32), adesso questo uomo parla di “luce per illuminare le nazioni” (2,32)… ma cos’è tutto questo?

Il buon ebreo sapeva che i pagani non dovevano essere salvati, bensì dominati (Is 14,2; Bar 4,3: “Non dare ad altri la tua gloria, né i tuoi privilegi a gente straniera”). Cosa sta dicendo quest’uomo?

Ma Simeone non ha finito. Il popolo ebreo era il prediletto dal Signore: ma Simeone predice che questo figlio sarà “segno di contraddizione, rovina e resurrezione per molti in Israele” (2,34-35).

 

Erano andati al tempio pensando che il sacerdote dovesse purificare la madre del bambino e invece hanno trovato quest’uomo che annuncia che quel bambino purificherà Israele. Gesù sarà la “pietra d’angolo” su cui costruire, basarsi per molti (At 4,11); ma per molti altri Gesù sarà la “pietra di scandalo” che li farà cadere (1 Pt 2,7; Rm 9,33).

Seguire Gesù non è indolore. Non è un bel sentiero, piano, all’ombra, con fontanelle d’acqua, panchine dove vuoi, uccellini, sole, “vogliamoci bene e amiamoci tutti”. Gesù ti mette davanti scelte, bivi, rotture; Gesù ti pone davanti verità dure e radicali; Gesù ti mette di fronte a te, senza potersi fuggire. Gesù è un cammino di liberazione, di guarigione, di apertura, di smascheramento. Gesù non ti lascia sonnecchiare tranquillo. Per questo il vangelo è la Vita per alcuni e il demonio per altri.

 

Simeone predice a Maria ciò che verrà: non le dice niente eppure le dice tutto. Maria ascolta anche se non ha neppure la più pallida idea di che cosa voglia dire tutto questo.

Maria non è sempre stata la Madonna! Maria nei secoli è diventata quasi un dio, perdendo la componente umana e storica. Bernardo di Chiaravalle diceva: “Di Maria non si dice mai abbastanza”. Lui e molti altri predicatori furono senza freni nell’esaltarla e nell’elogiarla. Così, ad esempio, fu chiamata “Regina del cielo” dimenticando che quel titolo nella Bibbia viene dato alla licenziosa Astante, dea dell’amore e della fertilità (Ger 7,18).

Invano Ambrogio (IV sec.) cercava di riportare il culto di Maria alla realtà: “Maria è il tempio di Dio e non il Dio del tempio”. Maria è stata ricoperta di privilegi e di titoli che hanno impedito di vedere quel che Maria era, quando ancora non sapeva di essere Madonna.

Nel vangelo, infatti, Maria viene presentata in maniera ben diversa dalla Madonna Onnisciente che sapeva già tutto quel che doveva dire e fare, in quanto tutto era già stato scritto nel copione preparato da lei dal padreterno.

Per tre volte in questo capitolo viene detto che Maria non comprende (2,19: “Serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”; 2,33: “Si stupivano delle cose che dicevano di lui”; 2,50: “Ma essi non compresero le sue parole”).

Maria accolse il messaggio di Dio (1,38: “Avvenga di me secondo la tua parola”), ma non immaginava neppure cosa sarebbe successo, quanto le sarebbe costato e dove tutto questo l’avrebbe portata; Maria non capì quel che le stava accadendo; Maria non capì neppure suo figlio Gesù. Semplicemente lo seguì. E questo è il grande passaggio di Maria: da madre divenne discepola di suo figlio.

Un attimo prima (2,19) il vangelo dice di Maria: “Serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. Cioè: le accadevano, le vedeva, ma non sapeva cosa volessero dire. Si è fidata. Io, invece, vorrei sempre capire tutto. La domanda più frequente delle persone è: “Cosa vuol dire? Cosa devo fare? Spiegami il perché!”. Ma il senso lo si coglie vivendo, cercando, lasciando maturare le cose.

Nessuno può darti il senso della vita: uno perché il senso è la vita stessa e due perché il senso di ogni cosa lo si coglie solamente vivendo.

 

Maria non capisce e rimane sorpresa da molte cose: “Non capisco perché questi pastori!”. I pastori erano ritenuti i rifiuti della società e considerati i peccatori per eccellenza: a forza di stare con le bestie erano diventati come loro. Erano esclusi dal regno e si credeva che all’arrivo del Messia questi li avrebbe eliminati. Ma che ci fa questa gente, proprio questa gentaglia da lei? Come mai sono proprio questi signori ad andare dal Bambino? Perché si sarebbe mai rivolto a gente di tale specie (“Non temete, ecco vi annuncio…” 2,10; “riferirono del bambino a Giuseppe e Maria…” 2,17)? C’è qualcosa che non quadra, pensa Maria. “Che novità è questa che il Figlio di Dio venga annunciato “il Salvatore” (2,11) da gentaglia sulla quale la religione ci ha sempre insegnato come cattivi?”.

L’angelo aveva promesso che Dio avrebbe dato a Gesù il “trono di Davide suo padre” (1,32). E sappiamo bene cosa fece Davide, venuto per “giudicare i popoli, ammucchiare i cadaveri e sfracellare la testa ai nemici” (Sal 110,6). Come mai, invece, Dio viene adesso attraverso questa gente da eliminare, come mai Dio usa adesso questi ceffi? Maria non capisce.

 

Seconda cosa che Maria non comprende: “Non capisco: cosa vuol dire Figlio di Dio?”. L’angelo le aveva detto che quel figlio, Gesù, “sarà chiamato Figlio di Dio” (1,35). Sembrava che avessero capito. Sembrava, perché dal vangelo non risulta affatto così. Non sembra proprio! Infatti, vanno a rendere il Figlio di Dio figlio di Abramo e lo portano nel tempio, come diceva la Legge (2,23).

Lo Spirito tenta di impedire il rito inutile. Simeone, pieno di Spirito, annuncia loro: Lui non deve essere salvato perché è proprio Lui la salvezza, l’aspettato e la Luce (2,29-32). È chiaro lo scontro tra lo Spirito (Simeone) e la Legge (“portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge”, 2,27): Maria e Giuseppe appartengono ancora al vecchio mondo; Simeone ha già visto il nuovo.

La religione aveva sempre insegnato che la salvezza sarebbe arrivata e solo per tutti gli ebrei fedeli al Signore. Ma Simeone dice cose ben diverse: Lui è venuto per tutti, “luce per illuminare tutte le nazioni” (2,32). E se Isaia aveva detto che tutti quelli che non servivano il Signore sarebbero stati sterminati (Is 60,12), Simeone dice quasi il contrario: “Egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele” (2,34).

Il Messia non è come se l’aspettavano e gli ebrei non sono il popolo prediletto. Maria e Giuseppe, ancora una volta non capiscono: “Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui” (2,33).

 

Terza cosa che Maria non comprende: “Cosa vuol dire che una spada mi trafiggerà l’anima?” (2,35). La spada nel N.T. è l’immagine dell’incisività della parola di Dio. Ef 6,17 dice: “Prendete la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio”; in Eb 4,12 (anche in Ap 1,16) si dice della Parola di Dio: “Efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla e sa discernere i sentimenti e i pensieri del cuore”. Qual è la spada che trafiggerà Maria? È chiaro: la Parola di suo Figlio!

Qual sarà la prima parola che Gesù dice nel vangelo? Sarà il rimprovero ai suoi genitori e soprattutto a sua madre (2,49). La parola di suo figlio sarà difficile da capire, le causerà dispiacere, sconforto, incomprensione e derisione.

Ben presto si renderà conto che le aspettative riposte in questo figlio si realizzeranno in maniera ben diversa da come lei pensava.

Maria non sarà una mamma-chioccia: si dimentica suo figlio (2,43-45)! Sarà una mamma che gli lascerà spazio, autonomia e libertà. Certo, però, che il figlio la fa proprio grossa: rimanere a Gerusalemme. Quando lo troveranno Maria sbotterà e lo rimprovererà (credendosi nel giusto).

Ma suo figlio non sarà affatto tenero con lei: “Non sapevi che io… “ (2,49). È lui che li rimprovera. E afferma: “Io devo occuparmi del Padre mio!” (2,49), dichiarando subito e fin dall’inizio che la sua vera paternità non è Giuseppe e la sua vera madre quindi non è Maria. Gesù si stacca subito e si sottrae dalle aspettative dei genitori; voi mi avete generato ma non siete mio padre e mia madre; mio padre e mia madre sono il Signore del cielo (padre) e della terra (madre). E Lc ancora una volta, per la terza volta, dovrà dire: “Ma essi non compresero le sue parole” (2,50).

La spada tagliente per Maria sono le parole di Gesù (e non tanto i dolori del figlio; Gv non ce la presenta così!), parole che la costringono a cambiare, a convertirsi, a diventare figlia di suo figlio.

 

Ma il dramma di Maria è più profondo: “Non ti capisco figlio mio!”. Quelli del suo paese proprio non lo vogliono, lo rifiutano (Mc 5,1-6: “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone?…”, per dire: “Ma chi si crede di essere? Sappiamo bene chi è!”). Quelli di casa lo rifiutano: “Neanche i suoi fratelli credevano in lui” (Gv 7,5). Per gli scribi è un bestemmiatore, uno stregone “posseduto da uno spirito immondo” (Mc 3,30) che “scaccia i demoni nel nome del principe dei demoni” (Mc 3,22). Per i farisei conservatori e per i dissoluti erodiani, entrambi allarmati dal suo comportamento, è un pazzo perché “mangia insieme ai peccatori e ai pubblicani” (Mc 2,16). E si accordano per farlo perire (Mc 3,6).

Ad un certo punto il suo clan familiare dice: “Adesso basta! Questo è troppo! Adesso lo fermiamo!”. E così partono con il proposito ben determinato di catturarlo (3,21): “I suoi familiari, sentito questo, uscirono per andare a catturarlo perché dicevano: «È fuori di sé»”. Gesù è considerato pazzo, matto, da ricovero in psichiatria, da internare: e questo dai suoi familiari!

E Maria? Cosa può provare una donna che vede suo figlio odiato da tutti, non capito? Tutti cercano di prenderlo; tutti cercano di “farlo fuori”, tutti dicono la stessa cosa: “È posseduto dal demonio; è pazzo”. Non è una spada che trafigge l’anima?

E poi soprattutto: “Ma non è che abbiano ragione? Se tutto il mondo ti dà contro, perché dovresti avere ragione proprio tu?”. “Chi sei figlio mio?”. “Devo essere orgogliosa o vergognarmi di te?”.

Il dramma si approfondisce ulteriormente: “Non capisco: perché mi rifiuti anche come madre!”. Un giorno lei e gli altri fratelli vanno da Gesù: “Gesù, ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano” (Mc 3,32). Ma Gesù risponderà in maniera secca e seccata: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. E girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre” (Mc 3,33-34).

Maria non conta più per Gesù tanto come madre, ma come discepola.

L’intimità con suo figlio non è più garantita dal fatto naturale di essere madre ma dal dover diventare intima al cuore di Gesù e al suo sentire (“Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!; beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” 11,27-28).

Ecco la spada per Maria: rifiutata come madre deve compiere un’opera di trasformazione per rimanere “intima” con suo figlio. Maria inizia quell’opera di trasformazione, conversione, che la porterà da madre ad essere la discepola di Gesù; e da discepola lo seguirà fino in fondo, fino alla croce. E, infatti, Gv non presenta una madre sofferente per il figlio crocifisso ma la discepola che accetta di condividere la sorte del maestro (“Stava presso la croce di Gesù sua madre” Gv 19,25).

La spada per Maria non è la sofferenza naturale di una madre per il figlio: preoccupazioni, ansie, timori, aspettative non accolte, ecc. La spada per Maria è che la sequela viene prima anche del legame più forte, naturale e di sangue, che c’è tra madre e figlio. Maria ha dovuto rinunciare al “privilegio” di una posizione di favore in quanto madre. Se Gesù la accoglie (e così sarà: “Donna, ecco tuo figlio”; il discepolo prediletto, il nuovo Gesù, accoglie la madre, la nuova discepola) è perché Maria è sua discepola.

La spada è quando la sequela del Signore ti porta a rinnegare i rapporti di sempre, quelli familiari e quelli dei tuoi cari: non perché vuoi male a loro, ma semplicemente perché non parlano più di libertà, di autonomia, di osare, di prendere il largo. Allora ci si divide (padre contro figlio, suocera contro nuora, madre contro figlia): i rappresentanti del vecchio (padre, madre, suocera) contro i rappresentanti del nuovo (figlio, figlia, nuora).

Sono scelte dolorose ma inevitabili; scelte che lacerano ma che fanno vivere. Spada è l’opera con cui tutti noi diventiamo discepoli di Gesù: non costa fatica cambiare? Non è come una spada che ci taglia, che ci pota? Non “fa male” crescere, lasciare sogni irrealizzabili, confrontarsi con la realtà, vivere le nostre ferite, abbandonare gli schemi negativi, dar credito al nostro spirito anche se ci sembra “matto”?

 

 

Pensiero della Settimana

 

Dio è venuto a portarci l’Amore

perché gli uomini smettano di aver paura di amare

perché gli uomini smettano di aver paura di essere amati

perché gli uomini smettano di aver paura di perdere l’amore.

 

 

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